LETTERATURA ANTICA E MODERNA E STORIA DODICI

12/09/2026

 

TRAMA DE   “I PROMESSI SPOSI

di Alessandro Manzoni

I promessi sposi è uno dei capolavori più importanti di Alessandro Manzoni ed anche una delle massime espressioni letterarie di ogni tempo, è un romanzo che molti hanno definito “Storico” :  le vicende dei due promessi sposi,  Renzo e Lucia che dopo lunghi guai possono finalmente unirsi in matrimonio,  si svolgono nel seicento,  sullo sfondo della Lombardia dominata dagli spagnoli,  e si intrecciano variamente con gli avvenimenti italiani della guerra dei trent’anni e le sue ripercussioni,  dalla guerra per Casale Monferrato,  alla calata dei Lanzichenecchi e alla peste milanese del 1630.  Ne viene fuori come un grandioso affresco,  il mondo secentesco visto nei suoi costumi sociali e politici,  rappresentato da figure di umili e di potenti,  di vinti e di vincitori,  sui quali aleggia e trionfa la provvidenza divina.  È necessario chiarire subito però,  che il romanzo manzoniano non è,  come molti lo hanno ritenuto,  per lungo tempo e ingiustamente,  opera di edificazione religiosa,  e,  soprattutto,  di esaltazione della rassegnazione e di abbandono inattivo ai voleri della provvidenza.  Essa invece segna il vero trionfo della grandezza di Dio,  che Manzoni nelle sue opere precedentia veva visto come il consolatore dei suoi figli ai quali aveva dato la visione di sé:  in esse Dio poteva,  con la sua bontà,  e solo come bontà,  salvare coloro che aveva illuminato e pervaso dalla grazia distrendoli e traendoli fuori dalla storia ma rimanendone egli stesso escluso,  come accadde appunto nelle tragedie.  Ma per i Promessi sposi,  Dio appare insieme come infinita bontà e come infinita giustizia,  quella giustizia che si accetti o si respinga, la Grazia resta viva e operante insieme a tutta l’umanità.  E se ne rendono conto alla fine del romanzo,  i due sposi,  che ragionando insieme sulla loro avventure e cercando di darne un giudizio con popolana semplicità cavano una morale posta a conclusione del libro.  Dopo in lungo dibattere e cercare insieme,  conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato “cagione” (causa,  motivo),  ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani,  e che quando vengono per colpa o senza colpa,  la fiducia di Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore.  Questa conclusione benché trovata da povera gente,  ci è parsa così giusta come il nocciolo di tutta la storia.

QUESTO MATRIMONIO NON S’HA DA FARE

Don Abbondio,  il pavido curato che è in quella società,  come un vaso di vetro,  costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro,  i Bravi,  mano armata della violenza e del sopruso e fuori scena ma già presenti Renzo e Lucia,  Don Rodrigo,  e ancora sullo sfondo in quell’accenno della vanità delle “grida”,  l’urto tra dominati e dominatori,  anticipano i fili conduttori dell’intreccio di tutto il romanzo.  Il Manzoni narratore,  fin dalle prime ci si rivela con atteggiamento bonario,  come di chi ha una più serena visione della vita ed è disposta a comprendere meglio i difetti degli uomini.  La figura di Don Abbondio già  appare in una luce tutta negativa,  eppure c’è nel narratore non lo sdegno di chi riferendosi ad astratti principi di bene assoluto,  condanna chi li trasgredisce,  bensì la convinzione che la viltà di don Abbondio,  che lo fa venir meno ai propri doveri,  sia anche determinata dalla condizione storico-sociale.  Ecco infatti che Manzoni ci descrive la società del Seicento,  società corrotta, dove il potente ha sempre la meglio,  perché la giustizia viene amministrata dall’ aristocrazia,  e questa,  non curandosi delle leggi,  che pur essendo numerosissime e non tralasciano di stabilire pene severissime,  per ogni colpa, tende solo a difendere i propri privilegi di classe.  Ecco dunque una società in cui ogni individuo tende ad associarsi ad altri,  per potersi difendere e potere a sua volta esercitare impunito delle prepotenze.  Alla luce di queste considerazioni le colpe di Don Abbondio vengono considerate con benevolenza,  perché il povero curato conosce bene le leggi della società,  e sa che è meglio inchinarsi ai potenti;  in conseguenza egli ha impostato tutta la sua vita all’insegna della sottomissione al più forte.  Emerge la sua figura meschina,  senza dubbio un carattere ambiguo,  servile,  che tende a scaricare sempre sugli altri le responsabilità,  che non assume psizione a favore dei più deboli,  che solo contro questi sa essere forte,  che aspira ad onta del suo sacerdozio,  ad una vita tranquilla e comoda.  Eppure si ha l’impressione che Don Abbondio sia come altri:  vittima delle iniquità e delle sopraffazioni di quel periodo storico che va sotto il nome di dominazione spagnola.

” COME PARLI FRATE?…”

Renzo e Lucia saputo che il divieto di celebrazione del loro matrimonio,  è stato imposto da Don Rodrigo,  il prepotente signorotto del luogo,  chiedono consiglio ed aiuto  a fra Cristoforo del vicino convento di Pescarenico,  il frate coraggiosamentedecide di recarsi da Don Rodrigo per convincerlo a desistere dalla capricciosa passione concepita per Lucia.  Ma il colloquio tra i due è tempestoso e vano.

PERPETUA VUOL SAPERE

La scena tra Don abbondio e la sua domestica perpetua, ripete con la diversa impostazione psicologica il tono comico-drammatico dell’incontro di Don Abbondio con i Bravi.  Perpetua curiosa,  pettegola,  insistente vuol sapere dal suo padrone che cosa è mai accaduto dal momento che lo vede così turbato.  Don Abbondio impaurito,  sconvolto,  dapprima non vuol parlare,  Infine si risolve a raccontare tutto perché ” aveva forse tanta voglia di scaricarsi del suo doloroso segreto,  quanto ne aveva la perpetua di conoscerlo” .

Fine (leggete anche l’articolo che si trova nella pagina del mese di febbraio 2026 dove parla di Ferer).

16/09/2026

Vorrei proporre un brano di Raffaele La Capria :

I CLIENTI  e I “NON”

Questo scrittore è un disincatato osservatore della realtà italiana,  in questo articolo esprime attraverso il meccanismo dell’ironia e del paradosso,  tutto il disagio di chi oggi assite impotente al progressivo sfaldarsi di ogni VALORE e all’emergere dei piccoli,  mediocri interessi personali.  Attraverso gli insegnamenti che l’immaginario padre borghese dà al figlio,  scopriamo una delle più gravi piaghe dell’Italia:  il clientelismo. Lo scrittore attribuisce giustamente,  a certa borghesia alcuni gravi difetti come l’arrivismo,  la tendenza al compromesso,  la disposizione ad essere servili nei confronti dei potenti per poterne trarre dei vantaggi.  Inoltre riscontra proprio in questa classe media,  una straordinaria grettezza che la spinge a chiudersi nel suo interesse privato e nei suoi privilegi,  tutta tesa a restare classe chiusa in cui i figli dei media restano media,  i figli degli alti funzionari restano così e via via ,  mentre i figli degli operai resteranno operai  a prezzo di enormi sacrifici solo se dotato di grandi pregi potrà salire la scala sociale. Ma a quel punto lui si rifiuterà di mettersi al loro pari e se ne andrà da solo come si fa contro vento senza portare rabbia o rancore,  ma un po’ di pena per loro quella sì.  Speriamo che questa malattia del clientelismo si fermi alla borghesia,  potremmo avere ancora qualche speranza di cambiamento,  potremmo illuderci che la classe subalterna mantenga intatti i suoi valori ed osservi criticamente consapevole ed orgogliosa della propria diversità,  la abiezione di certa borghesia purtroppo dobbiamo riconoscere che la cancrena si è diffusa molto in Italia e i non clienti purtroppo sono davvero pochi.  Tutti ormai hanno appreso questa squallida lezione,  secondo la quale non il merito fa andare avanti,  ma gli appoggi,  la protezione di qualcuno che conta;  così,  nemmeno la classe operaia può più essere considerata immune dal vizio del clientelismo.  Il figlio dell’operaio sa per averlo visto fare agli altri,  come si fa per ottenere un buon impiego,  e spesso diviene anche lui “cliente” perché aspira  a collocarsi nella classe media. Amaramente lo scrittore riconosce l’irreversibilità di tale fenomeno,  l’impossibilità di sradicarlo perché è sempre più ramificato.  Ma quando anche ammonisce i pochi “non”,  disperati,  sfruttati,  delusi ed emarginati,  decidessero di capovolgere il sistema con metodi rivoluzionari,  sarebbero poi sempre i borghesi,  i funzionari del nuovo regime,  che lo amministrerebbero sempre con la medesìma mentalità con i medesimi principi.  Venuta meno la fiducia del ruolo progressista della borghesia,  crollato il mito della rivoluzione,  finite per sempre le illusioni di un cambiamento reale della società italiana,  all’intellettuale avveduto e sensibile non resta che denunciare con l’arma dell’ironia e dell’amarezza profonda,  una situazione mediocre,  avvilente,  senza via d’uscita se le nuove generazioni non smetteranno di essere “Clienti” e non cercheranno di affermarsi con i mezzi della preparazione,  della cultura e dell’onestà.  NON L’IMPIEGO O LA LIBERA PROFESSIONE,  NON IL POTERE O LA RICCHEZZA DOVREBBERO DISTINGUERE UN UOMO DA UN ALTRO, MA I VALORI AI QUALI è LEGATO,  LA COERENZA DELLE SUE AZIONI.

 

Ciao al prossimo articolo.

18/09/2026

Oggi invece vi propongo la trama di un brano di “Ignazio Silone”:  La dittatura si regge sull’unanimità Con il brano ” Vino e pane”. Il romanzo Vino e pane narra le vicende di un rivoluzionario antifascista  Pietro Spina che,  rientrato clandestinamente nel suo paese per sottrarsi alla polizia, che lo cerca in seguito a una spiata, va in giro vestito da prete, e fa chiamare Don Paolo.  Sotto a queste spoglia si rifugia a Fossa dove è assistito da Berenice,  la padrona della locanda e da Bianchina,  una giovane a lui affezionata.  In seguito tenta di riprendere i contatti con il partito:  disilluso,  tuttavia, nelle sue attese,  decide di allontanarsene,  motivando questa sua sceltacon la volontà di mantenersi ideologicamente libero da qualsiasi imposizione esterna. Vino e pane fu scritto tra il 1935 e 36,  mentre Silone era in esilio,  rappresenta l’angoscia dell’intellettuale di sinistra alle prese con una realtà refrattaria alle sue teorie.  Egli non sarà quindi, vittima  della propria crisi;  la sua opposizione alla dittatura restò assoluta e irriconciliabile perché la sua resistenza troverà alimento nella riscoperta dell’ eredità cristiana.  La vicenda di Pietro Spina,  (Don Paolo) è simile a mille altre di oppositori della dittatura fascista,  che ritornarono clandestinamente in patria dall’esilio per poter organizzare l’opposizione  e poi la resistenza.  Don Paolo incarna gli ideali di libertà,  giustizia e verità,  Ideali che consentono all’uomo la speranza anche nel buio della dittatura.  Pertanto,  il libro celebra l’eterna lotta dell’uomo,  contro chi voglia attentare la sua libertà.  In questo senso la permanenza del protagonista nel piccolo paese,  assume anche un valore particolare:  le facili parole del fascismo hanno più presa dove maggiore è l’ignoranza.  E qui è compito dell’intellettuale smascherare i falsi trionfalismi e svelare le amare verità sulla guerra e la mancanza di libertà.  Si fondono in Silone  motivi socialisti e ideali cristiani di riscatto morale e sociale,  che l’autore  propone un messaggio di pace e di uguaglianza fra tutti gli uomini senza cedimenti né compromessi.

21/09/2026

IL FIABESCO GIARDINO DI HELLBRUNN

Poco lontano da Salisburgo,  nota città dell’Austria,  per aver dato i natasli al celebre musicista W.A.Mozart,  si estende il parco di Hellbrunn con il castello.  Il suo creatore fu l’arcivescovo Marco Sittico,  vissuto nel XVIII,  pronipote di Papa Pio IV:  era per questo chiamato :  “il mezzo italiano”perché aveva vissuto la sua fanciullezza a Roma,  ed era stato educato al culto dell’arte classica.  Volle far costruire qui una villa come quella che aveva veduto presso Roma,  come la Villa Aldobrandini e la Villa Mondragone.  E siccome l’Arcivescovo non era solo un intenditore d’Arte ma anche uno spirito arguto e bizzarro,  volle che Hellbrunn diventasse,  per i suoi giochi d’acqua,  il giardino  per sorprendere i suoi ospiti e per farli divertire.  Hellbrunn divenne così in piccolo angolo d’Italia trapiantato in Austria.  È proprio vero che uno straniero non si sentirà mai straniero lontano dalla patria,  perché dovunque egli troverà qualche cosa capace di suscitare in lui il ricordo della terra natale. Continua domani…

22/09/2026

Il giardino di Hellbrunn,  dove mille spruzzi di acqua sorprendono anche oggi i visitatori più cauti,  è noto a molti.  Coloro che sono entrati nelle sue grotte, sono usciti con gli abiti bagnati ma con l’animo allegro.  Hellbrunn risuonava di risate sempre,  specialmente nella buona stagione,  quando il forestiero si sottopone  agli spruzzi a getto di dieci o venti alla volta.  Quando si passa da quelle forche claudine si pensa a come doveva divertirsi l’arcivescovo Marco Sittico,  dall’aria imponente e gioviale al tempo stesso,  quando conduceva gli ospiti a visitare il parco,  e li invitava,  prima di tutto ad accomodarsi ad una tavola di marmo imbandita,  e poi aprendo un rubinetto nascosto,  faceva improvvisamente scaturire dal centro di ognuno degli  sgabelli un potente getto d’acqua che investiva i visitatori.   Oppure mentre li conduceva a visitare la “grotta della corona” e mentre erano intenti a camminare sotto il misterioso copricapo metallico,  deposto,  chissà perché,  su quei sassi,  se lo vedevan filare in aria sotto gli occhi e rimaner sospeso su un getto,  e in quello stesso istante si sentivano innaffiare da una doccia improvvisa.  Se fuggivano verso l’uscita,  una cancellata di acqua si elevava sulla soglia.  Ci si immagina come doveva divertirsi questo ideatore di scherzi.  Quale doveva essere la sorpresa quando passati nel vano adiacente alzavano gli occhi,  e quel soffitto,  che continuamente da quasi tre secoli e mezzo,  minaccia di rovinarsi addosso.  Questi e gli altri divertimenti del giardino,  come il teatro meccanico,  la grotta dove cantano gli uccelli,  simile a quella di villa D’Este,  ci fanno capire il carattere dell’Arcivescovo buontempone  che contribuì efficacemente a fondare la tradizione artistica di Salisburgo.  Sotto il suo governo tutti dovevano godere di onesti svaghi,  ed egli era il primo a permetterseli.  Gli piacque dare impulso alle feste carnevalesche e imprimere loro una forma veramente spettacolare:  i corsi mascherati di allora,  composti di carri allegorici,  precorsero di vari secoli quelli dei nostri giorni. Vi fece partecipare anche il personale di corte suddiviso per categorie.  L’Arcivescovo evitava che le feste degenerassero in bagordi. Egli vi partecipava con i membri delle confraternite,  vestendo una comune cotte nera e tenendo in mano un bastone,  il cui pomo era formato da un grande sole dorato.  Le vie erano attraversate da festoni,  le finestre illuminate con candelabri e decorate da tappeti e drappeggiamenti.  Ogni tanto la processione sostava e i suoi partecipanti recitavano episodi di storia sacra.  Così l’arte della recitazione,  a quell’epoca,  si diffuse in tutto il popolo ed ebbe per scena tutta la città. Fine.

 

LETTERATURA ANTICA E MODERNA E STORIA DIECI

13/07/2026

 

I PASTORI

di Gabriele D’ Annunzio

Settembre,  andiamo.  È tempo di migrare.

Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori,

  lasciano gli stazzi e vanno verso il mare;

scendono all’Adriatico selvaggio

che verde è come i pascoli dei monti.

Han bevuto profondamente ai fonti alpestri

che sapor d’acqua natìa,  rimango ne

i cuori esuli a conforto che lungo la lor sete in via.

Rinnovato hanno verga d’avellano,  e vanno pel

tratturo antico al piano,  quasi un erbal fiume silente,

su le vestigia degli antichi padri.  O voce

di colui che primamente,  conosce il tremolar

della marina!  Ora lungh’esso il litoral

cammina la greggia.  Senza mutamento è l’aria.

Il sole imbionda sì la viva lana,  che quasi

dalla sabbia non divaria. Isacquio,

calpestio,  dolci rumori.  Ah perché non

son io co’  miei pastori?

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In autunno i pastori lasciano i loro monti e vanno verso le zone della pianura in terra di Puglia,  al mare,  per svernarvi;  da tempo immemorabile la vicenda si ripete ogni anno,  e nella gravità dei gesti di questi pastori,  costretti ad un esilio lontani dalle loro case, sente la forza rassegnata e nostalgica.  Alla discrezione segue il grido di rimpianto del poeta,  che vorrebbe essere con i suoi pastori;  con quelle persone che gli ricordano l’infanzia,  i luoghi natii e la sua casa.

15/07/2026

Marco di Patty  Ho letto il libro “Cristo si è fermato a Eboli”,  ma so che ne esiste un’altro con quel titolo,  e non ha niente a che fare con questo.  Proprio come  I tuoi poteridell’anima,  tutti vorrebbero il tuo titolo.  Ma è pazzesco!  Parlami del libro più autentico di “Cristo si è fermato a Eboli”.  Grazie!

 

Elena  Allora,  il primo che scrisse “Cristo si è fermato a Eboli,  fu  Carlo Levi,  nacque a Torino nel 1902.  Si laureò in medicina ma preferì dedicarsi alla pittura.  Antifascista,  amico di Piero Gobetti,  e di Carlo e Nello Rosselli,  collaborò attivamente alla diffusione delle idee di “Giustizia e Libertà.  Subì il carcere e fu confinato in Lucania,  dove conobbe le misere condizioni di vita delle popolazioni del Mezzogiorno e le descrisse con commossa partecipazione, nel suo primo romanzo”Cristo si è fermato a Eboli”.  Amnistiato nel ‘ 36,  dovette emigrare in Francia.  Rientrato in Italia, la resistenza lo vide tra i suoi protagonisti.  Ancora arrestato,  dopo la liberazione Levi  partecipò attivamente al dibattito e alla propaganda sull’arretratezza del Sud pubblicando altri volumi al riguardo.  Morì a Roma nel 1975.

Diciamo che “Cristo si è fermato a Eboli è l’opera più riuscita e felice  di Carlo Levi che,  condannato al confine dal regime fascista rimase in Lucania dal 1935 al ’36 e scrisse questo libro,  che è un diario della sua esperienza di conflitto,  ma soprattutto  sulla tragica realtà di un Sud assolutamente isolato dalla storia e dalla realtà di un mondo contadino chiuso nella propria arretratezza,  consapevole della propria abiezione,  ma privo della volontà di emergere. C’è però da parte di Levi,  una particolare e duplice disposizione nell’osservare e vivere la realtà della Lucania:  da un lato la sua preparazione culturale,  la sua ideologia di intellettuale del Nord che lo spinge a parlare di rivoluzione contadina,  dall’altro lato,  una disposizione tutta affettiva e settentrionale che lo induce a mitizzare questa civiltà contadina  per quel tanto di primitivo e di magico che essa ha,  quasi l’astratta considerazione che l’esser rimasta essa ai margini della civiltà moderna le ha almeno consentito di conservare un sua compattezza di autenticità.  I contadini sono per l’autore ,  i soli che, vivendo in una condizione disumana,  appaiono coscienti della propria situazione:  essi sanno ed affermano di non essere cristiani:  questa consapevolezza li rende più autentici e buoni.

27/07/2026

Da tanto tempo ormai che dovevo scrivere di cosa parla il libro di Italo Svevo,  pubblicato nel i923,  si tratta della “Coscienza di Zeno” L’ultima sigaretta.

 

Questo capolavoro di Italo Svevo,  parla del dopoguerra. La crisi sociale giunta al suo culmine con il disastroso imperversare della guerra mondiale,  ha realmente isolato l’individuo che,  posto dinnanzi al mistero della vita,  ha finito con l’accettare la realtà così,  come si presenta,  rinunciando alla lotta e chiudendosi in se stesso.  Zeno,  vive così,  tanto per vivere, egli non vuole essere travolto dagli avvenimenti e,  nell’analizzare la propria coscienza,  coglie le manie mediocri ed ossessive che rivelano il fondo banale dell’esistenza ed il piatto disordine della condizione umana.  Analizzare la propria coscienza non gli serve per cercare le sue colpe,  ma per analizzare la malattia,  causa di quella debolezza che lo fa passare dai buoni propositi alle più amare disfatte.  La sua incapacità,  per la sua depressione,   con la mancanza di una reale volontà,  si esprime nel continuo proposito, nello smettere di fumare,  e nel passare invece, la vita a fumare l’ultima sigaretta.  L’unica sua forza è la caparbietà in cui difende il suo egoismo,  e la tendenza all’umorismo: incapace di vivere con gli altri,  Zeno sperimenta du di sé tutta l’insufficienza della condizione umana,  ma sempre con un sorriso,  tra ironia e indulgenza.  Prevale però una visione della vita allarmante e disperata che porta  alla sconfitta e all’alienazione dell’uomo affetto dal una malattia sociale,  comune a tutti i deversi e di quelli che hanno sofferto molto e si sono rassegnati.  La solitudine e l’inettitudine.  Infatti Zeno è un innetto tanto negli affetti che negli affari,  se  ottiene risultati positivi,  questo è dovuto solo al caso:  Ogni sua azione sortisce sempre un effetto opposto a quello che si potrebbe immaginare,  ed il suo successo è conseguenza dell’inettitudine,  così come gli insuccessi scaturiscono dalla sua volontà di agire.

E.  Lasagna

10/08/2026

 

IL SOCIALISMO E  LA POLITICA INTERNAZIONALE

 

La lotta del proletariato è internazionale,  non solo perché i proletari di tutto il mondo combattono contro la stesso nemico di classe e per lo stesso fine,  ma perché non è possibile distruggere l’assetto capitalista della società borghese se non se ne distrugge la struttura nazionalista,  base di ogni imperialismo.  Il Psi appunto in quanto esprime i reali interessi del popolo lavoratore d’Italia ripudia ogni politica di cosiddetto ripiegamento nazionale,  di isolamento politico,  di autarchia economica;  esso considera la solidarietà internazionale dei partiti proletari come elemento essenziale della sua azione,  come lo strumento per promuovere e concretare una politica di pace che armonizzi  gli interessi di tutti i popoli e avvii l’Europa verso la libera federazione di stati.

La fine della guerra,  porrà sul tappeto in termini decisivi il problema del coordinamento unitario dei diversi paesi  europei: e questa deve essere intesa come un’esigenza della ricostruzione socialista,  come lo sbocco naturale a cui conduce l’evoluzione politica ed economica  dell’ Europa,  che liberata dai particolarismi capitalistici, dovrà raggiungere un’organizzazione federativa,  avviamento dell’unione delle repubbliche socialiste.  La carenza dell’internazionale operaia socialista e lo scioglimento della Terza internazionale,  pongono il problema della ricostruzione del movimento operaio internazionale.  La nuova internazionale dovrà realizzare sul piano della dottrina e dell’azione la sintesi dell’esperienze mondiali dei socialisti e dei comunisti,  e unire i proletari d’Europa e del mondo nella grande lotta finale per il socialismo.  Il Psi invia al popolo lavoratore un messaggio di fede, di entusiasmo e di cosciente ottimismo.  Dure lotte furono per i lavoratori,  ma da quella guerra la rivoluzione proletaria,  il cui ciclo si è aperto molti anni or sono in condizioni pressoché analoghe a quelle attuali di allora,  prenderà nuovo slancio e nuovo vigore. Quando la metà arrivò,  uniti fra loro faranno un’Italia libera e socialista,  in una Europa libera, socialista pacificata.  (certamente non per molto,  perché dittatori e pazzi alla guida di alcuni paesi hanno incominciato a giocare alla guerra rovinando interi popoli;  ma chi ne pagano di più le spese sono stati,  sono e saranno sempre i bambini.

 

LETTERATURA ANTICA E MODERNA E STORIA NOVE

26/06/2026

 

 

Oggi mettendo a posto i libri in biblioteca mi è capitato di vedere un  libro di G. Verga,  ce l’ho dai tempi della scuola,  e mi è balzato agli occhi e alla mente un racconto “LA  ROBA” ,  divertente,  ma ci fa capire molte cose.

SPIEGAZIONE

La roba

Questo romanzo parla dell’ambizione del possedere,  el’avarizia  della roba posseduta,  fanno di Mazzarò l’uomo più infelice e misero di questa terra.  Egli lavora,  si affanna,  sempre più desideroso di possedere,  di accumulare sempre di più ricchezze;  ma a quale scopo? Alla fine dovrà lasciare tutto perché niente può seguirlo oltre la morte.  Mazzarò è il contadino proprietario di terre,  avido,  astuto,  laborioso e pezzente…  Si lavora,  non si dorme la notte,  ci si logora la salute;  per il fine della ricchezza.  Poi,  se si va a vedere quell’uomo che ha denari a palate,  anche lui è un povero diavolo,  incatenato alla sua sorte,  che è quella di continuare a far roba sempre,  con la stessa angoscia del mulo che ormai gira perpetuamente la sua macina.  Ma quando venne il giorno che qualcuno gli disse che doveva lasciare la sua roba, perché ormai per lui non c’era più tempo e doveva pensare alla sua anima, uscì di matto:  andò nel cortile con un bastone,  e barcollando colpì le sue anatre e i suoi tacchini,  strillando diceva “Roba mia vieni con me”!…

29/06/2026

I QUATTORDICI PUNTI DI WILSON

1) Convenzioni di pace palesi,  apertamente concluse e in base alle quali non vi saranno accordi internazionali da segreti di alcuna specie,  ma la diplomazia agirà sempre palesemente.

2) Libertà assoluta della navigazione sui mari all’infuori delle acque territoriali,  tanto in tempo di pace quanto in tempo di guerra;  salvo per i mari che potessero essere chiusi in tutto o in parte mediante un’azione internazionale,  in vista  dell’esecuzione di accordi internazionali.

3) Soppressione,  per quanto sarà possibile,  di tutte le barriere economiche e creazione di condizioni commeciali eguali fra tutte le nazioni che consentiranno alla pace,  e si associeranno per mantenerla.

4) Garanzie date e prese per gli armamenti nazionali saranno ridotti all’estremo limite compatibile con la sicurezza del Paese.

5)  Libera sistemazione,  con spirito largo e assolutamente imparziale, di tutte le rivendicazioni coloniali basate sulla stretta osservanza del principio che,  nel determinare tutte le questioni di sovranità,  gli interessi delle popolazioni interessate,  dovranno avere un peso eguale a quello delle domande eque del governo il cui titolo dovrà essere riconosciuto.

6)  Sgombero di tutti i territori russi e soluzioni di tutte le questioni  concernenti la Russia che assicuri la più libera cooperazione delle altre Nazioni,  per dare alla Russia il modo di determinare,  senza essere ostacolata né turbata,  l’indipendenza del proprio sviluppo politico e della propria politica nazionale,  e per assicurarle una sincera accoglienza nella Società delle Libere Nazioni,  con istituzioni di sua scelta,  e più che una accoglienza,  ogni aiuto di cui abbia bisogno e che desideri.  Il trattamento fatto alla Russia dalle Nazioni sue sorelle durante i mesi avvenire,  sarà la pietra di paragone della loro buona volontà e della loro comprensione dei suoi bisogni,  astrazione fatta dai loro interessi e dalla loro intelligenza e simpatia disinteressata.

7) Quanto al Belgio,  il mondo intero sarà d’accordo che esso dev’essere sgombrato e restaurato senza alcun tentativo di limitare la sovranità di cui gode nel concreto delle altre nazioni libere.  Nessun altro atto servirà quanto questo a ristabilire la fiducia nelle Nazioni nelle leggi che esse stesse hanno stabilito e fissato per regolare le  loro reciproche relazioni.  Senza questo atto salutare,  tutta la struttura e la validità di tutte le leggi internazionali sarebbero per sempre indebolite.

8)  Tutto il territorio francese dovrà essere liberato e le regioni invase dovranno essere restaurate.  Il torto fatto alla Francia dalla Prussia nel 1871 per quanto riguarda l’Alsazia-Lorena e che ha turbato la pace del mondo per quasi cinquant’anni,  dovrà essere riparato affinché la pace possa ancora una volta essere garantita nell’interesse di tutti.

9)  La sistemazione delle frontiere dell’Italia dovrà essere effettuata secondo le linee di nazionalità chiaramente riconoscibili.

10) Ai popoli dell’Austria-Ungheria,  il cui posto desideriamo vedere tutelato e garantito fra le Nazioni, si dovrà dare più largamente occasione per uno sviluppo autonomo.

11) La Romania,  la Serbia,  Il Montenegro dovranno essere sgombrati e i territori occupati dovranno essere restituiti.  Alla Serbia dovrà accordarsi un libero e sicuro accesso al mare.  Le relazioni tra i vari Stati Balcanici dovranno essere fissate amichevolmente secondo i consigli delle Potenze e in base a linee di nazionalità stabilite storicamente.  Saranno fornite a questi Stati balcanici garanzie di indipendenza politica ed economica e per l’integrità del loro territorio.

12)  Una sicura sovranità sarà garantita alle parti turche dell’impero ottomano attuale;  ma le altre nazionalità che si trovano in questo momento sotto la dominazione turca,  dovranno aver garantita una indubbia sicurezza di esitenza ed il modo di svilupparsi senza ostacoli autonomamente. I Dardanelli dovranno essere aperti permanentemente e costituire un passagio libero per navi e per il commercio di tutti sulla base di garanzie internazionali.

13) Dovrà essere stabilito uno Stato polacco indipendente che dovrà comprendere i territori abitati da popolazioni incontestabilmente polacche, alle quali si dovrà assicurare un libero e sicuro accesso al maree la cui indipendenza politica ed economica,  al pari dell’integrità territoriale,  dovrà essere garantita mediante accordi internazionali.

14) Un’associazione generale delle Nazioni dovrà essere formata in base a convenzioni speciali,  allo scopo di fornire mutue garanzie di indipendenza politica e di integrità territoriale ai grandi come ai piccoli Stati.

30/06/2026

ILFASCISMO E IL PROBLEMA DELLA RAZZA

 

Prima parte

 

Le razze umane esistono.  L’esistenza delle razze umane,  non è un’astrazione del nostro spirito,  ma corrispondente a una realtà fenimenica e materiale,  percepibile con i nostri sensi. questa realtà è rappresentata da masse quasi sempre imponenti di milioni di uomini simili per caratteri fisici e psicologici,  che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi.  Dire che esistono le razze umane,  non vul dire a priori che esistono razze umane superiori o inferiori ma soltanto esistono razze umane differenti.

Esistono grandi razze e piccole razze.  Non bisogna soltanto ammettere che esistono i gruppi sistematici maggiori,  che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri,  ma bisogna anche ammettere che esistono anche gruppi sistematici minori,  come per esempio i nordici,  i mediterranei,  i dinarici,  ecc. individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni.  Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze,  l’esistenza delle quali è una verità evidente.  Il concetto di razza è concetto puramente biologico.  Esso è quindi basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione,  fondati essenzialmente su considerazioi storiche,  linguistiche religiose.  Però,   alla base delle differenze di popolo e di nazione,  stanno delle differenze di razza.  Se gli Italiani sono differenti dai Francesi,  dai Tedeschi,  dai Turchi,  dai Greci, ecc.  non è solo perché hanno una lingua diversa, e una storia diversa.  Sono state proporzioni di razze  differenti che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli,  sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre,  sia che tutte risultino fuse armonicamente,  sia infine che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.  La popolazione della nostra Italia è di origine ariana,  anche la sua civiltà è di origine ariana.  Questa popolazione e civiltà ariana  abita da diversi millenni la nostra Penisola;  ben poco è rimasto della civiltà delle genti pre-ariane.  L’origine degli italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituiranno il tessuto perennemente vivo dell’Europa.  È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi  storici.  Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli  capaci di influenzare la fisionomia razzista della nazione.  Da ciò deriva che,  mentre per le altre nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni,  per l’Italia nelle sue grandi linee la composizione razziale di oggi,  è la stessa di quella che era 1000 anni fa:  i 44 milioni  di italiani di oggi rimontano quindi di assoluta maggioranza a famiglie che abitano in Italia da almenno un millennio.  Esiste ormai una pura razza italiana.  Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico-linguistico di popolo e di Nazione,  ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia.  Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della nazione italiana.  Ma non per me;  è tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti.  Tutta l’opera che finora ha fatto il regime in Italia è in fondo del razzismo. la concezione di razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano nordico.  Questo non vuol dire pero,  introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli italiani o gli scandinavi sono la stessa cosa. ma vuole additare un modello fisico ma soprattutto psicologico di razza umana  che per i suoi caratteri puramente europei si staccacompletamente da tutte le razze extraeuropee, questo vuol dire elevare l’italiano a un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità. È necessario fare una netta distinzine fra i mediterranei d’Europa occidentali da una parte e gli orientali e gli africani dall’altra.  Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni popoli europei e comprendon in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.  Gli ebrei non appartengono alla razza Italiana.  Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto.  Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di  nome;  e del resto il processo di assimilizione fu semore rapidissimo in Italia.  Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia,  perché essa è costituita da ellementi razziali,  non europei,  diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani.  I caratteri fisci e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee,  nel qual caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo dato che queste razze appartengono a un ceppo comune e differiscono solo per alcuni caratteri,  mentre sono uguali per motissimi altri. Il carattere puramente europeo degli italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi ra zza extraeuropea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.

 

N. B:  Ovviamente si parla di quasi cento anni  fa.  ma per fortuna col passasare del tempo anche le razze si sono amalgamate e di conseguenza migliorate tra i popoli di diverse culture e nazionalità.  Quando si pensa a questa storia,  è così ferma e ottusa da non poter neanche immaginare di vivere con un regime di questa tipologia. Eppure ho  scritto questo articolo perché ancora oggi c’è questa tendenza di sentirsi superiori perché credono di appartenere alla razza ariana.  E pensare che il mescolarsi delle razze  creano figli più intelligenti degli ariani puri;  molto di più!

LETTERATURA ANTICA E MODERNA E STORIA OTTO

17/06/2026

CANZONE D’AUTUNNO

di Paul Verlaine

 

I lunghi singulti dei violini d’autunno

mi lacerano il cuore d’un languore monotono

Pieno d’affanno e stanco ,  qundo l’ora batte,

io mi rammento remoti giorni e piango.

E mi abbandono al triste vento

che mi trasporta di qua e di là

simile ad una foglia morta.

Su richiesta di Daniela.

ELEVAZIONE

Di Charles Baudelaire

Al di sopra di stagni e di vallate,

di montagne,  di boschi,  nubi e mari,

Oltre il sole,  oltre gli eteri e i confini

delle sfere stellate,  e tu,  mio Spirito,

agilmente ti muovi e come un valido

nuotatore beato dentro i flutti

gaio solchi l’immensità profonda

con indicibile e maschio piacere.

Fuggi da questi morbosi miasmi, ben lontano

và a purificarti,  nell’aria superiore e bevi,

come un liquore divino e puro,  il fuoco chiaro

che colma i limpidi spazi.  Al di là delle noie e

degli affanni che tanto gravano col loro peso

questa esistenza di nebbia,  felice, chi si può

slanciare con ala robusta verso i campi luminosi

e sereni,  colui di cui i pensieri,  come allodole,

prendono nel mattino verso i cieli

libero slancio e plana alla vita,  e senza sforzo

comprende,  il linguaggio dei fiori e delle cose

silenziose.

Su richiesta di Daniela.

22/06/2026

LETTERA DI CARMELA

Mi chiamo Carmela ed ho 49 anni.  Eravamo in 4 fratelli,  due maschi e due femmine.  Mio padre e mia madre erano molto severi con noi,  specialmente con noi femmine;  ci facevano lavorare tutto il gorno fin da piccole e non ci lascaivano mai andare a giocare con le nostre compagne di scuola.  Tra di noi fratelli però eravamo molto uniti,  prima di sposarci,   ma ora non ci vediamo quasi mai.  Quando eravamo piccoli,  nonostante lavorassimo tutto il giorno dopo la scuola,  a volte non c’era niente da mangiare,  ora invece ce n’è troppo e non pensiamo a sfamare chi ne ha più bisogno.  Mi sono sposata perché mio marito piaceva a mio padre,  ma ora però noi anche se abbiamo figli,  non riusciamo a compatirci e ci stiamo separando.  Mi dispiace soprattutto per i miei figli,  loro ci soffrono.  Però dal momento che lui ha un’altra storia parallela,  io devo lavorare dalla mattina alla sera perché lui dice che prima vengono gli altri due avuti con l’altra moglie,  perché sono più piccoli.  Ora io non mi sento tanto bene, ho una patologia che non mi permette di lavorare come prima,  e lui invece non ha nemmeno un lavoro fisso;  proprio per non passare nulla ai suoi tre figli avuti con me.  È una cosa vergognosa!  Ma come si fa a non pensare ai propri figli, a dei bambini di 13, 10 e 8 anni,  che sono la mia vita.  Ho dei vicini così comprensivi che mi aiutano molto,  Che Dio li benedica!  Però non posso gravare sulla loro famiglia abbastanza pesante.  Come posso fare?  Grazie!

 

Carmela,  la tua malattia di cui mi hai parlato purtroppo non guarirà mai ma progredirà e tu dovrai provvedere  non solo a te stessa ma ai tuoi figli.  Per una disabilità così si puo chiedere un sussudio allo stato,  anche se sei ancora giovane,  le malattie non guardano in faccia nessuno;  sarebbe una pensione di invalidità.  Poi ho un impiego che fa per te:  una specie di dama di compagnia ad una signora sola molto anziana ma in salute,  dovresti solo andare tutti i pomeriggi dalle 16 alle 21,   non devi assolutamente fare nulla,  soltanto se desidera un caffè,  o un te  insomma rendersi utile e fare qualcosina mentre le tieni compagnia. Saresti pagata come una badante a mezzo impiego.  Sono certa che sia la signora che tu vi troverete bene insieme; vedi dovresti abbandanoare l’abitazione e trasferirti lì da lei c”è posto per tutta la tua famigliola,  così puoi tenere d’occhio i tuoi figli e senza faticare puoi tenere compagnia alla signora.  Svanirà così la tua angoscia per il sostentamento,  e il tuo spirito brillerà come non mai.  Ti mando l’indirizzo,  intanto io parlerò con lei.  Quando saremo sicure che ti assumerà ci vedremo qui a casa mia per i dettagli.  Ciao!

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Oggi detto una poesia di Giorgio Vigolo, nacque a Roma nel 1894.  Nel corso della sua lunga attività artistica,  si affermò non solo come poeta ma anche come critico e musicologo. le sue raccolte poetiche:  Conclave dei sogni, Linee della vita e Canto del destino sono state comprese nel volume:  La luce ricorda.  Delle opere in prosa ricordiamo: La città dell’anima,  Il silenzio creato,  le notti romane e spettro solare.

LA FORESTA

 

Cerco ancora di fare musica

con la mia cetra di nervi d’uomo

che la vita ha accordato e scordato in mille modi;

eppure, un’armonica temperie creò nello strumento

che io sono,  per cui le vibrazioni del mondo

vi acquistano altro misterioso suono profondo

dove tutte le goie e i miei dolori,  cantano come

gli ebbri usignoli nella foresta inondata di luna.

E questa foresta io sono che cammina fra le case

nelle gole di mura io passo come un lampo

di verde esiliato,  fra l’ostile mondo moderno

nemico della natura.

Con chi potrà ancora fare amicizia

il mio bosco angustiato dalle macchine?

 

PROSA

 

Qui il poeta aspira ancora a comporre e creare versi,  ispirandosi alla propria vita,  ai dolori e alle gioie che essa gli ha dato,  e che nel passato acquistando un tono misterioso e profondo,  hanno dato un senso più vero e luminoso alla sua esistenza,  al suo tormento di uomo.  Ma oggi il tormento della sua vita,  il tormento dell’uomo moderno è quello di sentirsi esiliato in un mondo di cemento ostile e indifferente alla natura.  A chi ormai parlerà il suo poeta?  Per chi farà musica con la sua cetra,  se gli altri uomini non sentono più le sue stesse vibrazioni,  presi dal ritmo di un’esistenza sempre più allienante e distruttiva?  Quando l’uomo hadelle certezze,  sia pure in un’alternanza di gioie e dolori,  riesce ad esprimere i suoi sentimenti,  e l’anima sua è come una foresta inondata dalla luce della luna,  ma in un mondo di dubbi e di delusioni, la foresta è totalmente buia ed il poeta sente che nessuno vuole più penetrarvi.

E. Lasagna

23/06/2026

Vorrei riassumere il romanzo di Lev Nicolaevic Tolstoj in “La sonata a Kreutzer;  tratta il problema del matrimonio e della fedeltà,  per giungere alla condanna delle passioni e dell’amore sensuale.

Il protagonista esprime lucidamente le sue idee sulla morale,  sulla condizione e l’educazione della donna.

All’inizio del romanzo egli si trova in compagnia di altri passeggeri su un treno ed assiste ai racconti fatti da un mercante e da un commesso viaggiatore  sulle loro avventure con le donne.  Poi un avvocato racconta ad una signora di una coppia che ha divorziato.  Un contadino,  sollecitato dall’avvocato,  esprime il suo pensiero;  se oggi molte donne lasciano il marito e vi sono molti divorzi,  è colpa dell’istruzione e sostiene che :”ogni siocchezza viene dall’istruzione”.

I personaggi maschili di questo romanzo,  appartengono a vari strati sociali,  eppure,  manifestamente o no,  assumono tutti lo stesso atteggiamento del contadino:  vantano avventure e baldorie,  fieri della loro libertà e convinti quasi che sia un dovere abusarne,  ma non ammettono per la donna alcun diritto,  nemmeno quello di amare o di non amare.  La donna tradizionalmente,  non sceglie,  è scelta e ,  grata di essere stata scelta,  ha il dovere di amare il marito;  ma in definitiva,  anche amarlo può essere un lusso,  un eccesso; è necessario  che sia con lui umile e sottomessa,  che resti al suo posto e si attenga al suo dovere di moglie e di madre.  Il suo regno è la casa.  la signora rivendica per le donne,  la stessa umanità che si riconosce agli uomini,  gli stessi diritti, il diritto della donna a lasciare il marito se non lo ama.  Ancora una volta il problema viene respinto e si afferma,  per bocca del vecchio contadino,  il dovere del marito di vigilare sulla moglie,  anche picchiandola,  perché questa gli resti sottomessa e non “ti prenda la mano”.  Ancora un esempio di come anche nei più grandi narratori animati da spirito cristiano,  la donna non sia considerata un individuo, ma un oggetto,   un sub-individuo la cui riuscita dipende dall’uomo.  È lui che deve tenerla a freno,  è lui il dominatore,  il padrone assoluto.

E. Lasagna

25/06/2026

Ho appena finito di leggere una storia di un amore di “Carlo Cassola”

DIETRO  L’INFERIATA

 

La ragazza di Bube,  pubblicato nel 1960,  è una storia d’amore.  Bube è un giovane partigiano,  chiuso e introverso,  che finita la lotta civile, non sa adattarsi alla vita normale; Mara è una ragazza allegra,  estroversa,  onesta.  I due s’innamorano e si fidanzano.  Quando Bube è costretto a nascondersi perché durante una rissa politica uccide un maresciallo dei carabinieri e suo figlio,  Mara lo segue, in una capanna per due giorni il loro unico idillio.  Dopo la fuga in Francia,  da dove però viene espulso,  Bube viene arrestato e condannato a quattordici anni di carcere.  Mara decide di aspettarlo,  perché ora sa che non c’era stato mai nulla di vero nella sua vita:  solo la sciagura,  la terribile sciagura che l’aveva colpita.  Solo Bube che doveva fare quattordici anni di carcere,  solo quello era vero.  Tutto il resto,  la gioventù,  la bellezza,  l’amore,  non era stato niente altro che una beffa,  sì,  solo una beffa e niente altro.  Nella prima visita di Mara  a Bube in carcere,  la privazione,  della libertà aveva già inciso profondamente nel carattere e nel comportamento di Bube che appare depresso,  smarrito e lontano da Mara…

26/06/2026

LETTERA  DI UN UOMO ALLA MOGLIE

E AL FIGLIO LONTANI

 

Amori miei,

     ogni volta spero che non sia l’ultima lettera che ti scrivo;  almeno sapremo che sono vivo.  Prima del ricovero in ospedale,  avrei voluto sentire la tua voce e quella del piccolo.  Dopo mesi trascorsi in ospedale ad aspettare un nuovo cuore,  continua la lieta eccitazione che suscita in me quando leggo le tue lettere e i baci che mi mandate.  Gli auspici dunque non sono lieti,  ma cercherò di mandarli via dai miei pensieri,  perché voglio pensare solamente a voi due. A volte penso alla distanza che ci separa,  ma poi quando vi penso è come se vi avessi qui in questa stessa stanza. È vero, cara  l’amore fa grandi cose!  Comunque anche se l’intervento non dovesse avere un buon esito,  ti prego di non essere triste,  pensa solo a te stessa e a nostro figlio.  Non dovrai mai abbandonarlo in mani che non conosciamo;  per questo ho pensato a tutto,  ho trasferito tutto il patrimonio che mi hanno lasciato i miei genitori sul tuo conto bancario,  dovrà risultare questa cifra:…………….. Questo consiglio ti sembrerà irritante,  ma tesoro mio tu e il piccolo siete tutto per me,  vi amo più della mia stessa vita.  Mia dolcezza,  continuo a pensare e a pregare perché il Signore ci tenga uniti anche in questa vita;  nostro figlio non dovrebbe crescere senza un papà che lo ami.  Ma se per me dovesse finire il mio viaggio su questo pianeta,  vorrei essere rimpatriato e sepolto nella cappella di famiglia.  Grazie! Per avermi dato tanta flicità!   Ciao mio carissimo amore,  sei tutta la mia vita.  Ti amerò per sempre. …

Elena  Lasagna 26/06/2026

LETTERATURA ANTICA E MODERNA , E STORIA SETTE

10/06/2026

LO  STALINISMO

Le divergenze riguardo alla linea da seguire nella costruzione del socialismo in Unione Sovietica cominciarono ad emergere prima ancora della morte di Lennin,  avvenuta nel gennaio del 1024 dopo una lunga malattia che lo aveva allontanato già da un anno dalla scena politica.  All’interno del gruppo dirigente sovietico,  si era intanto fatto strada un dirigente nativo della Georgia Josif Vissarionovic Giugasvili detto Stalin,  dal 1922 segretario del Comitato Centrale del partito comunista Sovietico PCUS.  Continua…

11/06/2026

Questi riuscì ad imporsi,  dopo il 1923, contrapponendosi a Trotzkij,  l’uomo che accanto a Lennin aveva avuto il posto di maggior rilievo durante la rivoluzione bolscevica.  Lo scorntro politicotra idue riguardava la visione strategica del socialismo sovietico:  Stalin sosteneva la linea del “Socialismo in un solo Paese”,  mentre Trotzkij vedeva la rivoluzione come un processo permanente che si realizzava solo con la distribuzione del capitalismo su scala mondiale.  La linea del socialismo inun solo Paese implicava il rafforzamento del potere statale,  del partito e del massimo dirigente del partito.  Prevalse la maggior abilità di Stalin,  il quale costrinse Trotzkij, che pure era da Lennin assai più stimato di Stalin,  all’esilio.  Trotzkij sarà poi raggiunto e ucciso da un sicario di Stalin in Massico nel 1940.  La gestione Stalinista dello Stato fu così caratterizzata a livello politico da un accentramento del potere nelle sue mani e a livello economico da una massiccia opera di industrializzazione centralizzatas,  che ebbe come conseguenza l’immediata eliminazione delle autonomie che la NEP aveva dato ai contadini.  La collettivizzazione delle campagne fu condotta attraverso l’eliminazione dei Kulaki come classe e con l’obiettivo di trasformare la Russia da Paese agricolo in Paese industriale.  Infatti la collettivizzazione dell’agricoltura sotto la tutela statale portò,  grazie ad una organizzazione più efficiente e meccanizzata del lavoro agricolo,  alla accumulazione di enormi capitali e ad un liberazione di mano d’opera: gli uni e l’altra andarono ad incrementare l’industria. Continua…

12/06/2026

Tutto ciò a tappe forzate.  Il primo piano quinquennale 1928-1933 dette risultati economici eccellenti: la scomparsa della disoccupazione,  la costruzione di 6500 km di strada ferrata,  la nascita di 230000 aziende collettive agricole,  la triplicazione della produzione industriale,  e tutto ciò negli anni della grande crisi economica mondiale.  La Russia si avviava a diventare una grande potenza economica,  grazie anche alla programmazione della ricerca scientifica,  che avrebbe raggiunto livelli pari a quelli degli Stati Uniti d’America. I successi  del primo piano quinquennale accrebbero il prestigio di Stalin agli occhi dell’opinione pubblica Sovietica.  Sul piano politico dell’unione Sovietica pagò il prezzo dell’indistrializzazione con un restringimento della libertà d’opinione,  della manfestazione del dissenso in seno al partito e alla società.  Stalin infatti usò un metodo di una crudeltà inaudita contro i dissidenti,  tacciandoli di agenti dell’imperialismo straniero ed epurando,  con la loro eliminazione,  la fila del partito, (Le purghe staliniane).  Egli giustificò tale condotta agitando il pericolo delle infiltrazioni del nemico in tutti i settori delle società ed esaltando tra le masse il culto della sua personalità.  Quella che doveva essere una fase transitoria di dittatura del proletariato, divenne così dittatura del capo del partito del proletariato.  Gli anni cruciali dello stalinismo,  sono quelli che vanno dal 1934 al 1938.  Migliaia di dissidenti o ritenuti tali furono condannati a morte o ai lavori forzati nei campi appositamente creati dal regime.  Caddero uomini che pure erano stati collaboratori dello stesso Stalin e personaggi di primo piano durante la rivoluzione d’ottobre come Zinoviev,  Kamenev,  Bukarin uomini di cultura.  Le cifre sono impressionanti:  dal 1936 al 1938 furono impriginati  8 milioni di uomini,  dai 5 ai sei milioni furono mandati nei campi di lavoro della Russia settentrionale e della Siberia. L’organizzazione statale che Stalin rafforzò si basò su una leva di uomini fidati,  esecutori delle sue direttive. Nacque così un nuovo ceto sociale,  la buracrazia di stato,  nelle cui mani si contrentravano tutti i poteri decisionali ed esecutivi.  La partecipazione politica, l’apertura culturale che la rivoluzione aveva messo in moto nel tessuto sociale del Paese,  vennero stroncate dalla politica di Stalin che pure continuava ad essere amato e venerato grazie alla sua innegabile capacità di fare della Russia uno stato forte e in grado di resistere  all’accerchiamento economico dell’occidente  (grazie a queste capacità,  intorno alla figura di Stalin si raccoglieranno tutte le forze morali e materiali della popolazione sovietica,  nello sforzo grandioso di difendersi, pochi anni dopo dell’attacco Nazista).  In politica estera negli anni Trenta,  la Russia riuscì a rompere le barriere che gli stati Uniti occidentali le avevano creato intorno entrando a far parte nel 1934 della Società delle Nazioni. L’incontratata agemonia del PCUS entro la terza internazionale determinò per i partiti comunisti europei una stratta osservanza verso le direttive Sovietiche,  spesso dettate dal principio univoco della difesa dello “Stato Guida” del socialismo a cui furono a volte sacrificate istanze di Rivoluzione Nazionale,  come avvenne per la guerra civile spagnola.

15/06/2026

 

L’INGRESSO DEI CATTOLICI SULLA

SCENA POLITICA

 

L’ondata democratica che nei primissimi anni del secolo sconvolse tutta la società italiana,  investì anche il mondo cattolico organizzato.  Questo faceva capo dell’Opera dei congressi,  un organismo fondato nel 1874 e articolato in varie sezioni,  una delle quali– la seconda–si occupava specialmente di “oeuvres sociales” e aveva la sua sede a Bergamo.  Fino ad allora la sua attività più cospicua si era svolta nel campo della costituzione,  sul modello delle casse  Raiffeisen in Germania,  di casse rurali,  e con successo,:  alla data del 1897 le casse rurali cattoliche esistenti erano 705,  la maggior parte delle quali in zone di prevalente piccola proprietà,  quali l’alta e media Lombardia e il Veneto a Nord del Polesine.  L’opera svolta dai cattolici a difesa della piccola proprietà negli anni della crisi agraria in queste regioni contribuì molto ad accentuare il carattere di zone  “bianche” che ancora oggi esse hanno e a coltivare nel Clero veneto e lombardo un attitudine di realismo e al contatto con la gente.  Fu in questo ambiente che nacque e si formò un umile prete,  che tale sarebbe rimasto anche quando divenne papa,  Angelo Roncalli.  Oltre alla costituzione di casse rurali e società di mutuo soccorso,  l’attività della seconda sezione dell’Opera dei congressi non andava: gli “Intransigenti” (così erano chiamati quei cattolici che,  a differenza dei clerico moderati,  non erano disposti ad alcuna transizione con lo Stato italiano)  che ne erano alla testa,  non erano certo a incoraggiare associazioni che avessero per dichiarato scopo quello,  come si diceva allora,  della “resistenza”,  o come si direbbe oggi,  del sindacalismo. Operai e padroni dovevano collaborare e non combattersi:  era questo del resto anche l’insegnamento di papa Leone XIII nella sua celeberrima enciclica “Rerum Novarum”del 1891.  Altri però erano inclini a interpretare in diversi e più avanzati termini il contenuto del messaggio pontificio,  nel senso però di una più coraggiosa milizia sociale dei cattolici e di una lotta al socialismo non sul piano della mera opposizione,  ma della concorrenza.  In questa direzione,  nell’arroventata atmosfera di fine secolo,  venne sempre più orientandosi un gruppo di cattolici che faceva capo a un giovane sacerdote marchigiano stabilitosi a Roma,  Romolo Murri,  il quale nel 1898 fondò una battaglia rivista, la “Cultura Sociale” esemplata sul modello della socialista “Critica Sociale”.  I seguaci del Murri, che ben presto si caratterizzarono come ” Democratici Cristiani”,  svolsero negli anni tra il 1898 e il 1902 un’intesa opera di propaganda e di organizzazione e riuscirono anche a costruire numerose leghe cattoliche.  La roccaforte del nascente sindacalismo cattolico furono le regioni settentrionali specialmente la Lombardia,  con le sue fabbriche tessili popolate da mano d’opera femminile e i suoi contadini tradizionalmente legati al Clero. Ma anche la Sicilia,  dove in quegli anni compiva le sue prime esperienze un altro giovane prete che avrebbe fatto parlare molto di sé,  Luigi Sturzo,  vide un notevole rigoglio della democrazia cristiana e delle sue organizzazioni.  Ma l’atteggiamento ufficiale della Chiesa non fu certo incoraggiante per il movimento che faceva capo al Murri:  le istruzioni pontificie del febbraio 1902 prima e lo scioglimento dell’Opera dei congressi del luglio 1904 poi, misero per il momento fine alle sue attività organizzative.  L’ingresso dei cattolici organizzati nella vita politica italiana non sarebbe venuto secondo le aspettative dei democratici cristiani,  ma secondo quelle dei clerico-moderati.  L’avanzata del movimento socialista convincerà infatti tra non molto il nuovo Papa Pio X prima ad attenuare e poi a togliere definitivamente la prescrizione,  vigente dal tempo della breccia di Porta Pia,  che proibiva ai cattolici di partecipare alle elezioni.  Essi vennero invece sollecitati a unire i loro sforzi a quelli di coloro che difendevano l’ordine costituito contro l’assalto delle forze sovversive.  Comunque il seme sparso dai democratici cristiani del primo Novecento non era stato gettato invano.  Gli inizi del secolo vedevano così l’ingresso sulla scena politica non soltanto dei socialisti,  ma anche dei cattolici.

16/06/2026

I PROBLEMI POLITICI E SOCIALI DURANTE

LA PRIMA GUERRA MONDIALE

I popoli furono sottoposti a una terribile prova.  Presto si rivelarono infondati i timori che le classi dirigenti, avevano potuto concepire circa l’attaggiamento della classe operaia in caso di conflitto.  Nei grandi imperi autoritari,  il prestigio dei sovrani,   l’influenza del clero ortodosso fra gli Slavi e di quello cattolico in Austria-Ungheria,  il lealismo quasi universale,  ottennero l’adesione quasi generale delle masse popolari. L’abilità con la quale,  la guerra fu presentata in Russia,  come una difesa dello slavismo, in Germania, come una lotta contro il regime zarista,  odiato da liberali e da socialisti,  fece sì che nessuna opposizione si manifestasse né in Russia né in Germania,  dove il Reichstag votò all’unanimità i provvedimenti richiesti dal governo.  Quanto ai francesi,  consci di essere vittime, di un’aggressione ingiustificata,  essi furono unanimi nel difendere,  insieme col loro paese,  la giustizia e il diritto calpestati. In Inghilterra,  pochi deputati laburisti e pochi liberali pacifisti, tentarono di opporsi alla dichiarazione di guerra,  ma la violazione della neutralità belga fu decisiva per l’adesione dell’opinione pubblica.  La mobilitazione e la concentrazione delle truppe si compiono in mezzo all’entusiasmo,  l’unità interna di ciascuna nazione sembra così solida che molti provvedimenti previsti prima della guerra,  per neutralizzare gli elementi rivoluzionari  non vengono adottati:  sembra che i popoli seguano adeguatamente i loro governi.  Comunque, le cose cambieranno rapidamente.  Il fatto è che,  per la prima volta,  i contadini soldati, strappati alle professioni e alle famiglie,   parteciparono realmente alla guerra,  a una guerra particolarmente sanguinosa,  lunga e amara,  nella quale sono coinvolte tutte le classi  della società– non più soltanto le classi inferiori,  e tutti sono sottoposti a prove tali che nessuno avrebbe mai immaginato.  Il fatto è che la guerra investe anche i non combattenti,  non soltanto per l’ansia per la sorte di quelli che sono al fronte,  ma anche con le difficoltà nella vita materiale,  con le privazioni che impone a tutti.  Ma gli uomini avevano dovuto sopportare prove così dure come quelle imposte ai combattenti di questa guerra,  xoprattutto dopo la stabilizzazione dei fronti.  Rimasti in prima linea durante l’inverno 1914-15, dentro trincee più o meno profonde,  esposti senza riparo,  non soltanto ai bombardamenti e agli assalti improvvisi,  ma al freddo e alla pioggia,  mal nutriti, spesso divorati dai pidocchi,  privati del sonno per le esigenze della guardia,  i soldati vivono nell’acqua affondando nel fango fino alle ginocchia:  certi uomini,  rientravano come fagotti di fango.  Solo a poco a poco la situazione migliora, si apprestano dei ricoveri,  una rete di comunicazione pwrmette alle cucine da campo di fornire,  nei limiti del possibile alimenti caldi;  turni frequenti consentono al soldato,  sfinito da parecchi giorni passati in prima linea,  la possibilità di ritirarsi su posizioni arretrate,  e eni villaggi di retrovia,  dove potrà riposarsi.  Nei settori del fuoco,  il  combattente è sottoposto a una tensione nervosa continua:  i viveri non arrivano;  i bombardamenti martellano le vie di comunicazione; le trincee i ricoveri.  Gli obici di grosso calibro scavano enormi buche e riducono il terreno a un campo di crateri che la pioggia trasforma in pantani. A verdun per la prima volta è usato il sistema di martellamento intensivo e distruttore,  che in pochi giorni logora intere divisioni,  toglie alle migliori truppe ogni capacità offensiva e stritola le riserve umane.  Continua

17/06/2026

Perciò bisogna effettuare turni frequenti che rinnovano senza posa truppe fresche e che sono costosissimi,  perché anche le retrovie sono bombardate intensamente. La morte incombe ad ogni istante,  anche nei settori più calmi dei quali il “comunicato”non fa menzione.  Alla fine del 1915 l’esercizio britannico, ha perduto un terzo dei suoi effettivi 273000 uomini, e 12000 ufficiali;  alla stessa data l’esercito francese, con 593000 uomini caduti,  dei quali 16000 ufficiali;  l’esercito tedesco conta 628000 caduti dei quali 20000 ufficiali. Poi nel 1916 vennero le grandi offensive che costarono a Verdum,  336000 uomini all’esercito tedesco e  362000 alla francia;  sulle somme,  420000 inglesi e 202000 francesi.  Complessivamente sul fronte occidentale,  più di 2 milioni di combattenti furono messi fuori combattimento in questo solo anno.  Anche la campagna dei Dardanelli costò cara: agli inglesi  215000 uomini e aifrancesi 27000 (sui 79000 che vi erano stati mandati). In Russia ,  le perdite in caduti,  dispersi,  feriti sarebbero state di  3.800000 uomini durante i primi due anni di guerra;  in seguito,  l’esercito russo avrebbeperduto ogni semestre circa un milione di caduti e di feriti,  oltre 500.000 prigionieri.  Le sofferenze,  il pericolo, hanno trasformato il combattente,  che in breve tempo è diventato molto diverso da quello che era nel 1914:  pur continuando a dispiegare con coraggio sovrumano,  ha perduto ogni illusione;  le sue simpatie non vanno al di là del quadro dei suoi compagni d’armi e degli ufficiali subalterniinsieme con i quali affronta il pericolo:  soltanto quelli che restano notte e giorno con lui,  sono ai suoi occhi dei veri combattenti.  Il suo entusiasmo iniziale ha lasciato il posto a una rassegnazione amara,  risultato delle delusioni provate,  delle avversioni che gli ispirano le leggende diffuse dalla stampa e da coloro che,  non conoscendo la guerra…,  vogliono continuarla a sue spese e con metodi condannati dalla stanchezza e talvolta del sentimento dell’inutilità di tanti sacrifici e tante sofferenze. La popolazione civile a sua volta vive in condizioni difficili, esposta ai bombardamenti aerei ed alle conseguenze dirette o indirette della guerra sottomarina e del blocco.  La scarsezza di manodopera ha provocato il ricorso agli operai stranieri e anche alla mano d’opera femminile;  le donne torniscono gli obici nelle officine,  e nelle campagne lavorano la terra insieme con i vecchi.  I salari sono stati aumentati inegualmente secondo le industrie; in Inghiterra,  e in francia, i sindacati collaborano con il governo,  ma i prezzi salgono e il potere d’acquisto diminuisce.  I governi devono imboccare la strada del razionament o.  L’insufficienza dei grassi e l’uso di alimenti poco nutrienti,  la mancanzadi sapone e di antisettici favoriscono le epidemie,  e così,  di fronte a una diminuzione del 40% della natalità,   la mortalità della popolazione civile,  cresce del 14%  nel 1916,  del 37%,  nel 1918. Nella primavera del 1917 scoppiano scioperi in Germania, negli stabilimenti di munizioni di Berlino,  a dipsia,  poi a Dusseldorf,  e in Francia,  a Perigi,  e a Saint- Etienne,  nonostante che la legge proibisca sciopero e eerrata.  In Inghilterra,  gli shop stewards,  delegati operai di fabbrica prendono posizione contro le Trade-Unions,  sospette di collusione col governo per aver rinunciato al diritto di sciopero e accettato la sospensione delle norme sindacali di collocamento,  e scatenano nelle miniere e nei cantieri navali numerosi scioperi che impegnano 800.000 operai.  In Italia,  importanti moti popolari scoppiano in agosto e in settembr,  nelle provincie di Torino,  Genova e Alessandria.  Nel gennaio 1918 altri moti a Berlino (250.000scioperanti).  A Brema,  ad Amburgo,  a Essen sono repressi duramente,  ma il disagio rimane:  si è fatta la prova generale della rivoluzione.  Nelle file degli eserciti,  la stanchezza generale,  il nutrimento insufficiente,  la rarità delle licenze, la mediocrità di certi capi,  la propaganda pacifista,  l’esempio dell’affratellamento tra soldati tedeschi e russi e,  in Italia, l’influenza dell’enciclica di Benedetto XV sull’inutile strage,  provocano numerosi ammutinamenti.  Il fallimento dell’offensiva Nivelle del 16 aprile,  provoca una tale delusione e tanto rancore fra e truppe francesi che vi hanno preso parte,  che nella regione di Sissons si assiste a rifiuti collettivi di ritornare in prima linea  e ad atti di indisciplina che si prolungano per parecchie settimane. Ammutinamento a numerose diserzioni si verificano anche nell’esercito italiano.  Rifiuti di obbedienza si hanno in agostoanche nella flotta tedesca d’alto mare,  e un battaglione di fanteria di marina si rifiuta di marciare contro i ribelli;  il comando tenta invano di frenare la propaganda pacifista trasferendo le reclute in zona d’operazioni e censurando la corrispondenza da e per il fronte.  Il maggior mnumero di disertori si conta nell’esercito Austro- minato dalla lotta delle nazionalità,  dalla propaganda alleata,  e da quella dei prigionieri rimpatriati dalla Russia,  nonché dalla denutrizione:  300.000 disertori all’interno,  nel 1018,  danno origine alla formazione di vere bande,  soprannominate”le riserve verdi”.  che vivono di brigantaggio.  In concomitanza con i movimenti operai,  scoppiano amutinamnti nelle caserme, fra gli equipaggi,  fra le truppe combattenti,  che talvolta battono in ritirata,  aprendo larghe brecce nel fronte.  Quanto all’esercito tedesco,  il solo segno visibile di indebolimento è l’aumento del numero di prigionieri (350.000 da luglio a novembre);  ma nella marina serpeggia la ribellione,  che ha raggiunto anchhe le flottiglie dei sommergibili.  Si verificano atti di sabotaggio;  un gruppo di marinai tenta di impadronirsi di una torpediniera per fuggire in Norvegia. Altri rifiutano di imbarcarsi,  infine il 28 ottobre i marinai di Kiel alzano la bandiera rossa,  e il tre novembre si unisce a loro il resto della flotta:  Lubecca,  Amburgo, Cuxhaven,  Brema cadono nelle mani dei marinai e degli operai.  Il 7 novembre Kurt Eisner proclama la repubblica di Baviera,  l’8 Colonia,  Düsseldorf,  Coblenza,  Magonza sono in piena rivolta.  La Germania crolla.  Lo scoramento causato dal massacro,  le sofferenze,  il senso della vanità dei sacrifici e dell’ingiustizia della sorte hanno provocato questi movimenti di rivolta,  che hanno determinato il crollo degli imperi militari, ma che scuotono anche i paesi liberali.  Qui l’esaltazione della vittoria e  le condizioni di vita meno gravi permettono alle classi dirigenti di sedare l’agitazione;  altrove esse riusciranno con l’aiuto dei vincitori a ristabilire la loro autorità soltanto a prezzo di sanguinose lotte civili.  Ma in Russia non ci riusciranno.

LETTERATURA ANTICA E MODERNA SETTE E STORIA

21/05/2026

 

TERRA  ANDALUSA

 

La cortesia e l’ospitalità  messe insieme costituiscono la più bella accoglienza che si possa trovare in terra straniera. In altri paesi d’Europa ho trovato grazia e cortesia,  ma a Siviglia,  il desiderio di far piacere agli altri.  Al giorno d’oggi questo si è trasformato in piacere di ferire. Tempo fa eravamo  Linda,  il dott. Robert,  Piter ed io. Lì,  cercavamo di orizzontarci in un quartiere eccentrico,  quando vedemmo venirci incontro un popolano;  mi trovavo davanti a loro circa 4 metri:  io lo fermai per chiedergli el camino mas corto para ir a la Iglesia de San Lorente.  Mi domandò:  quiere usted de ver “El Cristo del granPoder?  E subito dopo:  Est estranjero  usted? La via è troppo complicata;  venite con me: vi accompagno.  E tornò indietro. Credette di capire che fossimo francesi, e crebbe il suo desiderio di renderci servizio;  e poiché aveva dei parenti a Bordeaux,  si offrì anche di parlare francese.  Ma il francese lo parlava in modo che poi non capivamo una sola parola,  forse era dialetto;  Piter lo pregò di parlare in spagnolo che Piter gli avrebbe risposto correttamente. Diciamo pure che lo spagnolo è molto simile all’italiano.  C’è anche da dire che questa gente parlava con le mani,  con i segni e con gli occhi;  perciò la nostra conversazione ispano,  francese e italiano non ebbe intoppi.  In dieci minuti  la nostra guida ci narrò la sua storia e quella di Natalia,  sua moglie,  che poco lontano da dove arrivava,  avevano un negozio di libri,  francobolli e tabacchi,  ma durante il percorso incontrammo uno dei figli,  e così  disse al padre:  Papà,  la mamma ti sta cercando perché ha bisogno che tu porti la fattura dal padrone.  Lui rispose:  Scusami con la mamma e dille che ho incontrato questa famiglia francese,  e l’accompagno a S. Lorente,  che da sola,  tu mi capisci,  non è facile che ci possa arrivare.  Poi incontrarono anche la nipote Anandes:  aveva una lunga treccia,  era molto bassa e sottile, e credeva di non riuscire a salutarci nella nostra lingua,  ci salutò con le mani alte e disse: “Vaya con Dios!” Andando con Dio di strada in strada,  il buon Armandos  parlava di quel ricco “Cristo del gran poder” che avremmo veduto nella gran luce delle cento candele accese,  dentro la capilla,  vestito di velluto,  con una cintola fulgente di diamanti e rubini.  E si rammaricava che non fossimo capitati a Sevilla nella settimana Santa,  per la processione del venerdì,  quando il concorso di tanti cristiani del mondo che per la festa della Vergine non si troverebbe un posto in nessun albergo e in nessuna casa ospitale tanto la città era piena, nemmeno se si pagasse non in denaro ma in rubuni o diamanti. Così vi avrei ospitato a casa mia.  Noi lo ringraziammo infinitamente e lui ci disse che non si sarebbe mai dimenticato né di noi e nemmeno di quella giornata.

Spiegazione di alcuni vocaboli:  L’Andalusia è la valle del Guadalquivir,  nella Spagna meridionale.

Siviglia,  è una delle città più importanti della Spagna,  bagnata dal Guadalquivir.

San Lorente,  La strada più breve per andare alla chiesa di San Lorenzo.

El Cristo del gran Poder: statua che viene portata in processione la notte tra il giovedì e il venerdì Santo.

Capilla:  Cappella;  Virgen:  la Vergine.

26/05/2026

I PROBLEMI DEL DOPOGUERRA

IN ITALIA

 

Il primo problema del dopoguerra fu quello relativo agli accordi di pace,  e in particolare,  come si è detto in altri articoli inerenti a questo argomento. La questione di Fiume e della Dalmazia.  Il patto di Londra prevedeva l’assegnazioneall’Italia del Trentino,  dell’Alto Adige,  dell’Istria,  della città di Triestee una parte della Dalmazia esclusa la città di Fiume.,  che sarebbe toccata alla Croazia.  A guerra finita,  la popolaziome di Fiume,  votò la sua annessione all’Italia,  mentre la Dalmazia entrava a far parte naturalmente del nuovo regno di Jugoslavia.  Al tavolo della pace,  i rappresentanti Vittorio Emanuele Orlando,  presidente del Consiglio dei Ministri, e Giorgio Sidney Sonnino,  ministro degli Esteri,  reclamaronol’annessione di  Fiume,  secondo il principio di autodecisione,  e l’annessione della Dalmazia per gli accordi di Londra.  Il presidente Americano Wilson, non vincolato dal patto di Londra,  non riconobbe la validità della doppia e contrastante pretesa dei delegati italiani,  che mostravano di non comprendere le conseguenze politiche della caduta dell’Impero Asburgico,  e in particolare le esigenze relative alla formazione dello Stato jugoslavo.  L’abbandono del tavolo della pace dei delegati italiani,  gesto con cui essi esprimevano il risentimento e l’offesa del governo italiano,  verso i trattati che ritenevano iniqui per il nostro Paese,  generò nell’opinione pubblica italiana il mito della vittoria mutilata che fu estremamente pericoloso perché fornì una motivazione nazionalistica,  patriottica aggressiva ai disagi reali di moltissimi reduci,  ex ufficiali e piccoli borghesi insoddisfatti. L’occupazione di Fiume da parte di un gruppo di volontari, capeggiati da Gabriele D’Annunzio,  al di là della retorica nazionalista e patriottica fu in realtà il primo segnale che qualcosa non funzionava nello Stato italiano;  si trattava infatti di una sedizione militare,  ed era la prima volta che ciò avveniva. La questione adriatica fu risolta attraverso accordi separati tra il governo italiano e quello jugoslavo intavolati durante il ritorno di Giolitti al governo.  Secondo il trattato di Rapallo,  Fiume era dichiarata città libera e Zara passava all’Italia. Per allontanare D’Annunzio e i legionari fu necessaria un’azione di forza.  Ma esisteva nel paese un risentimento contro la guerra e chi l’aveva voluta,  ben più profondo e vasto. La fine della guerra era stata attesa come il momento che avrebbe riportato la tranquillità e l’ordine economico.  La pace accrebbe i disagi della piccola borghesia,  su cui pesava un carico fiscale crescente,  e delle masse popolari esposte ad un’inflazione incalzante che ridusse all’osso il potere d’acquisto.  Disordini e assalti in massa ai magazzini furono le conseguenze del carovita post-bellico.

03/06/2026

L’AMERICA  LATINA

In America Latina nel periodo intercorso tra le due guerre mondiali,  andò sempre crescendo la penetrazione del capitalismo statunitense ai danni di quello inglese,  dominante nel periodo precedente.  Questo massiccio intervento economico provocò uno sviluppo anomalo nei Paesi sud-americani,  e più precisamente una tipica forma di sottosviluppo.  Infatti gli investimenti del capitale straniero consolidarono all’interno dei singoli Stati il potere delle classi privilegiate locali.  Beneficiarono di questa situazione soprattutto i latifondisti che erano i fornitori dei prodotti alimentari per le industrie straniere. e un esiguo gruppo di finanzieri e speculatori che trassero grandi guadagni dai traffici con i Paesi colonizzatori.  D’altra parte la massa della popolazione restò poverissima,  priva di adeguate strutture sociali,  doppiamente sfruttata dagli agrari locali e dai capitalisti stranieri.  Nella maggioranza dei casi, i regimi politici di questi Pesi furono,  autoritari e militari,  con il pieno appoggio degli Stati Uniti.  Difficilissima è stata dunque ed è ancora l’America Latina la via del prograsso democratico attraverso una politica parlamentare. La situazione politica sudamericana ha continuamente oscillato,  per tutto il nostro secolo,  tra le sommosse rivoluzionarie delle masse diseredate e di colpi di stato militiari:  spietatamente repressivi e appoggiati dai gruppi privilegiati. La mancanza di un  consistente stato medio,  che del resto non poteva formarsi nelle condizioni di sottosviluppo economico,  ha così determinato in America Latina una contrapposizione fortissima tra classi dirigenti,  proprietari terrieri e finanzieri da un lato,  e popoazione a prevalenza contadina dall’altro.  In linea di massima questa situazione è comune a tutti i Paesi sudamericani.  Il dominio incontrastato dagli Stati Uniti sull’economia del subcontinente,  ha però determinato,  dagli anni cinquanta in poi,  una situazione endemica.  Molti Paesi faticosamente hanno tentato di imboccare la strada dello sviluppo autonomo e democratico e sonoandati soggetti a feroci repressioni e a dittature militari.  Un altro esempio il caso della Bolivia,  che nel luglio del 1980,  con un sanguinoso colpo di stato,  un gruppo di militari,  nelle cui mani si concentravano enormi poteri economici (Anche illeciti come il traffico di cocaina) ha posto fine ad un processo di sviluppo democratico avviato dalle forze politiche progressiste. Prendiamo anche l’esempio di Cuba oggi che come ho già scritto in un altro articolo Cuba è sotto il dominio dittatoriale dell’esercito;  il popolo vive a stenti e l’esercito si arricchisce e vive nel lusso.

09/06/2026

LA RUSSIA E I PRIMI ANNI DEL REGIME SOVIETICO

Nel 1919 il partito bolscevico prese il nome di Partito Comunista e promosse la costituzione della Terza  I nternazionale (komintern),  momento organizzativo dei vari partiti comunisti europei di nuova formazione che avrebbe dovuto coordinare la rivoluzione socialista che i comunisti russi ritenevano imminente in tutto l’occidente capitalistico.  Era infatti su questa ipotesi internazionalistica che Lennin e Trotzkij avevano agito in Russia non prevedendo la possibilità di una costruzione del socialismo in un solo Paese.  Sconfitta l’ipotesi della rivoluzione mondiale,  il governo del nuovo stato, che d’ora in poi si chiamerà Unione Sovietica,  so trovò davanti a pesantissimi problemi economici.  La Russia accerchata e minacciata dai Paesi capitalistici,  dovevaq mettersi all’altezza del livello produttivo,  di questi ultimi,  per la subordinazione dell’economia straniera.  Continua…

10/06/2026

Si rese necessario,  allora instaurare temporaneamente il controllo dello Stato su ogni attività produttiva,  facendo passare in second’ordine la spinta dell’autogestione che la rivoluzione aveva messo in moto tra le masse. Esigenze di sopravvivenza fecero sì che si rinunciasse ad un programma di passaggio rapido al socialismo.  Questa situazione durò fino al 1921 quando venne inaugurata la “NEP” (nuova politica economica),  un piano di programmazione economica riguardante soprattutto l’agricoltura.  I contadini potevano vendere sul mercato i prodotti eccedenti del loro lavoro,  mentre lo Stato manteneva la direzione e il controllo dello sviluppo economico.  La NEP inaugurava un’economia mista,  in cui al controllo statale e alla nazionalizzazione delle industrie si affiancava un ritorno all’accumulazione privata nelle campagne in cui riemergeva la figura dei Kulaki (piccoli capitalisti rurali)  .  La produzione agricola così incentivata,  compì enormi progressi,  anche se, in contraddizione con i principi socialisti,  ricomparve una notevole differenziazione sociale tra conyadini Kulaki contadini medi e contadini poveri.  La NEP era considerata però da Lennin un periodo transitorio dettato da necessità contingenti.  Si intendeva con essa di rinviare di qulche anno,  su una base di una più solida struttura economica,  il problema della collettivizzazione nelle campagne.  Accanto al problema economico la Russia sovietica aveva affrontato problemi sociali e politici.  Si era affermata una nuova democrazia sociale,  si era ristrutturata l’assistenza sanitaria e rinnovata l’organizzazio e scolastica.  In questi campi la Russia superò in breve tempo,  per l’efficienza e funzionalità,  i Paesi occidentali;  alcuni di questi,  nel primo dopoguerra,  si trovarono in una sitazione di profonda crisi tale da spingere le masse popolari a rivendicare una democratizzazione della vita sociale.

 

 

PER I RAGAZZI QUATTRO

09/05/2026

 

 

Oggi vi mostro una poesia di Camillo Sbarbaro,  nato a fine ottocento a Santa Margherita Ligure in provincia di Genova. Ha scitto molte poesie,  ma la sua principale opera si chiama “Pianissimo”  Ma non è questa la poesia che voglio trascrivervi oggi ma è:

TACI ANIMA STANCA DI GODERE

Taci,  anima stanca di godere e di soffrire

(all’uno e all’altro vai rassegnata.  Ascolto e

non mi giunge una tua voce,  non di

rimpianto per la miserabile giovinezza,

non d’ira e di speranza, e neppure di tedio.

Giaci come il corpo ammutolita,  in un

indifferenza disperata. Noi non ci stupiremmo

Non è vero,  mia anima,  se il cuore s’arrestasse,

sospeso se ci fosse il fiato…

Invece camminiamo.  Camminiamo

io e te come sonnambuli.  E gli alberi son

alberi,  le case sono case,  le donne che

passano sono donne,  e tutto è quel che è.

La vicenda di gioia e di dolore non ci tocca.

Perduta ha la sua voce la sirena del mondo?

E il mondo è un grande deserto!

 

PROSA

Quel “taci”  non è un imperativo,  ma una semplice constatazione. Né la gioia,  né il dolore colpiscono più l’anima che è rassegnata a tutto,  fino ad arrivare al tedio:  una vera e propria malattia dell’anima.  Quando lo spirito,  la volontà cessano di partecipare alle gioie,  ai dolori,  alle lotte dell’esistenza,  perché l’anima è malata e rinuncia a vivere perché non ha più la forza di lottare,  allora l’essere umano si sente terribilmente solo;  ecco perché è importante lottare per realizzare i propri sogni.  Il poeta ascolta se dalla sua anima gli può giungere come una volta,  una voce di rimpianto o d’ira,  di speranza o di noia.  Nulla! l’anima tace disperata indifferente,  a tutto come il corpo.  Eppure è viva come è vivo il corpo,  ma non vive chi è incapace di emozioni.  Infatti nessuna delle innumerevoli voci del mondo circostante ha in sé la forza di commuoverla.  Ora lui vede il mondo come vede dentro di sé;  il nulla,  tutto si è spento,  come se non esistesse.  E dice tra sé e sé:  quando il cuore cessa di battere, l’uomo muore.  Ma neppure la morte sarebbe causa di stupore per l’anima del poeta.

N. B.  Non bisognerebbe mai lasciarsi andare così rinunciando alla vita,  a qualsiasi prezzo!

Elena  Lasagna

15/05/2026

 

Luca  (amico di Marco)  Il progresso tecnologico,  danneggia l’ambiente naturale minacciando anche la sopravvivenza dell’uomo?  Grazie!

 

Elena   Bisognerebbe ricondurre l’uomo a una cultura filosofica,  che possa ripristinare l’equilibrio e armonia necessaria tra l’homo faber e l’homo sapiens.  Da sempre quando si parla di ecologia e tecnologia, sembra che la prima imponga a quest’ultima una situazione grave e che sconvolga addirittura i progetti intellettuali e operativi.  Alcuni pensano che ritenendo la questione ecologica imponga una rettifica importante,  ma non è mai stata una svolta radicale dell’agire e del pensare umano.  Paradossalmente potrebbe invece promuoverlo.  Ogni qualvolta che si promuove un progetto come quello di non distruggere più gli alberi ecc. l’ecologia diventa un pretesto per un ulteriore sviluppo tecnologico.  Ho fatto un solo esempio, ma si dovrebbe procedere prima ad un riesame della cultura che ha accompagnato e favorito se non provocato l’opera di degradazione dell’ambiente naturale umano,  altrimenti ci saranno ancora catastrofi;  non inserito in un orizzonte culturale globale,  difficilmente il discorso scientifico potrà vincere l’opposizione di tanti interessi e non solo materiali contrari. Troppe ragioni richiedono questa revisione culturale,  perché la si possa ancora trascurare.  Si tratta di accompagnare scienza e ricerca filosofica che con costante sforzo di attenzione recuperino le necessarie armonie con la natura e con il resto,  nelle ragioni più proprie dell’umano:  come sentimenti,  esperienza storica,  fantasia e intelligenza.  Per me questa collaborazione tra scienza e filosofia è indispensabile, perché quando si ha di mira soltanto il fare, e il produrre, e inevitabile la sua distruzione!  Non è possibile continuare a provocare la natura sempre.  Occorre esplorarla riconoscendone la realtà,  sul piano di una utilizzazione sapientemente rispettosa ma esauribile sul piano dell’uso indiscriminato operato dall’uomo sulle ricchezze della natura,  che obbedisca alla misura egocentrica dell’uomo.

19/05/2026

 

LE  GUERRE del passato sono ancora quelle di oggi.

 

Arabia  Saudita e Iran (del 1978)

 

Nel 1946 la compagnia petrolifera statunitense Aramco  (Arabian-American Oil Company) scoprì nuovi giacimenti petroliferi in Arabia Saudita.  Il Paese,  retto da una monarchia assoluta,  si legò politicamente agli USA che ne sfruttarono le nuove cospicue fonti di ricchezza e ne fecero un punto strategico basilare per la loro politica di controllo del Medio Oriente.  In Iran fin dal 1908,  l’Inghilterra aveva scoperto e sfruttato il petrolio con l’appoggio della monarchia regnante.  Lo sfruttamento inglese continuò anche sotto la dinastia dei Pahlavi,  al potere dal 1925.  Nel 1951 il primo ministro Mossadeq,  uomo politico progressista tentò di rendere indipendente l’economia del Paese dall’Imperialismo Europeo,  nazionalizzando l’industria del petrolio,  ma le forze militari,  appoggiate dagli Anglo-Americani,  interruppero il nuovo corso e riportarono al potere lo Scià.  Reza Pahlavi,  che cedette alle compagnie petrolifere statunitensi,   la gestione di una parte del petrolio Iraniano.  Lo Scià represse duramente le forze progressiste e nazionaliste del Paese instaurando una forma anacronistica di potere assoluto.  Ma nel gennaio 1978 ha avuto inizio la cosiddetta rivoluzione islamica contro il crudele dispotismo dello Scià e l’asservimento economico degli Stati Uniti.  Lo scià,  dopo una serie di tentativi violenti di repressione che hanno causato migliaia di morti,  nel gennaio del 1979, è stato costretto a lasciare l’Iran,  dopo quindici anni di esilio è rientrato l’Ayatollah Khomeini,  capo spirituale e politico della rivoluzione che ha instaurato un regime caratterizzato di fanatismo nazionalistico e religioso.  Lo scià trovava riparo prima negli Stati Uniti,  e quindi in Egitto dove è morto nel 1980.  La vicenda iraniana ha toccato direttamente gli interessi del caqpitalismo statunitense,  in un settore,  quello petrolifero,  di fondamentale importanza per il mantenimento del sistema produttivo in tutto il mondo,  epertanto ancora oggi la situazione è piena di incertezze  preoccupanti.

22/05/2026

 

ARABIA E ISRAELE

 

Dopo la fine della prima guerra mondialòe,  la Società delle Nazioni,  aveva assegnato all’Inghilterra la Palestina,  in vista della costituzione di uno stato ebraico indipendente.  Perciò l’Inghilterra favorì l’immigrazione in Palestina di Ebrei provenienti da tutto il mondo. Questo flusso  migratorio si intensificò dopo la seconda guerra mondiale,  ma trovò l’ostilità delle popolazioni indigene arabo-palestinesi che si videro progressivamente spodestate dalle comunità ebraiche.  Malgrado il conflitto latente tra Ebrei e Palestinesi,  nel 1948 scaduto il mandato inglese,  il consiglio Nazionale Ebraico,  guidato da David Ben Gurion, proclamò la nascita dello Stato di Israele.  In conseguenza di ciò,  ebbe inizio un doloroso esodo di Arabo-Palestinesi che si ritrovarono stranieri nella propria terra:  da allora oltre tre milioni di essi si rifugiarono nei campi per profughi presso gli Stati Arabi confinanti. Intanto nasceva l’organizzazione per la liberazione della Palestina,  che iniziava azioni di guerriglia contro lo Stato di Israele.  Scaturiva così  da questa situazione il conflitto tra Paesi Arabi e Israele,  i primi con l’appoggio dell’URSS,  il secondo con quello degli Stati Uniti.  Le motivazioni di fondo di questo conflitto erano legati agli interessi imperialistici,  sul petrolio del Medio Oriente e all’importante questione dei profughi Palestinesi.  Una posizione di guida tra i Paesi Arabi assunse l’Egitto,  dove nel 1952 il re Faruk veniva deposto da Gamal Abd el Nasser,  che proclamava la Repubblica divenendone presidente.  Nasser nel 1956 nazionalizzò il canale di Suez,  fino ad allora gestito con immensi profitti, da una compagnia Anglo-francese: la sua decisione provocò l’attacco armato  Francia e Inghilterra,  che vedevano così tramontare il loro potere coloniale in Medio Oriente.  Accanto alle due nazioni europee si schierò Israele che sferrò un fulmineo attacco contro le difese egiziane nel Sinai.  Fu la prima delle numerose guerre arabo-israeliane,  interrotta dopo pochi giorni dall’intervento dell’ONU,  che sotto le pressioni statunitensi e sovietiche impose ad Israele di lasciare i territori conquistati e a Francia e Inghilterra di abbandonare le loro velleità di intervento in Medio Oriente.  Nel 1967 il conflitto riesplose con la cosiddetta guerra dei sei giorni:  fu Israele ad attaccare improvvisamente l’Egitto,  la Giordania e la Siria,  mostrando al mondo l’efficienza del suo apparato militare,  creato in così poco tempo,  grazie agli aiuti americani,  Israele estese le sue frontiere fino al canale di Suez e al Giordano.  Nel 1973 l’Egitto,  dove nel frattempo era morto Nasser ed era stato eletto presidente della Repubblica Anwar el Sadat e la Siria ripresero le ostilità (guerra del Kippur,  la massima festa religiosa ebraica ricorrendo la quale fu sferrato l’attacco).  Israele riusci a bloccare l’offensiva araba,  ma le gravi perdite che subì fecero crollare il mito della sua invincibilità.  Dopo di allora,  gli Stati Uniti  hanno favorito un avvicinamento tra Egitto e Israele,  sia per sottrarre l’Egitto all’influenza sovietica,  sia per tutelare meglio in un clima di pace i loro interessi economici in tutto il Medio Oriente:  si giunse così al trattato di pace di Camp David,  stipulato tra Egitto e Israele nel marzo del 1979.

27/05/2026

IL CILE

Differentemente da Cuba,  che fu una rivoluzione popolare a fere uscire il Paese in una condizione di arretratezza coloniale,  in Cile,  dal 1964 si era avviato un processo graduale di sviluppo democratico con la collaborazione di tutte le forze politiche progressiste e con l’appoggio della classe operaia e dei ceti medi.  Nel 1970 venne eletto il presidente della repubblica:  Salvador Allende,  leader di Unidad popular,  una coalizione di socialisti,  socialdemocratici,  democristiani,  dissidenti e indipendenti di sinistra.  Le riforme del nuovo governo furono radicali:  vennero nazionalizzate le miniere e le banche,  fu avviata la riforma agraria. L’obbiettivo di Allende era quello di arrivare pacificamente e gradualmente nella legalità costituzionale,  ad un socialismo libertario.  Questa linea politica provocò l’opposizione congiunta della democrazia cristiana e dei partiti di destra i quali,  con una serie di scioperi e boicottaggi al governo,  gettarono il Paese nel caos.  Gli Stati Uniti appoggiarono le forzr reazionarie creando seri problemi all’economia cilena.  In questa situazione di estrema difficoltà,  Allende,  pur essendo criticato dalle masse e da un’ala dello stesso partito socialista,  che vedevano solo come via d’uscita un’azione più decisa contro la destra e la DC, e restò fedele ai suoi principi di legalità costituzionale.  Egli fu coerente con questa linea politica fino all’ultimo,  quando l’11 sembre 1973 restò solo al palazzo governativo dove fu trucidato da un gruppu di militari cileni che attuarono colpo di stato.  Appoggiato dalla destra conservatrice,  dalla democrazia cristiana,  Dalla CIA  ( Central Intelligence Agency,  il servizio segreto statunitense),  il generale Augusto Pinocher, rovesciato il governo democratico di Unidad Popular, e sconfitta la resistenza del popolo cileno,  instaurò nel Paese una feroce dittatura fondata sul terrore,  restituendo l’economia cilena allo sfruttamento statunitense. Le condizioni del Cile erano diventate ancora più spaventose e gravi,  l’economia del Paese era in ristagno,  la disoccupazione aveva raggiunto vette altissime e il terrore dominava  la popolazione ridotta al silenzio. Dalla morte della dittatura di Augusto Pinochet si susseguirono dversi governi,  dalla democrazia alla sinsistra ,  alla destra radicale di oggi.  Di tutte le guerre io penso che siano indotte e governate non da Leader intelligenti,  ma da stupidi,  criminali,  assassini con certi popoli altrettanto complici di stupidità e ignoranza.

E.  Lasagna.

LETTERATURA ANTICA E MODERNA SEI

30/04/2026

 

Ultimo selfie scattato a maggio 2026

 

Marco  Ci parli della “Rabbia del Sud ”  Di Egidio Sterpa?  Un libro dell’inizio anni settanta.  Grazie.

La rabbia del Sud è un lungo viaggio alla ricerca dell’altra Italia,  di quel Sud ancora diseredato e sfruttato,  considerato terra di conquista.

È un viaggio attraverso le contraddizioni e gli squilibri meridionali,  segni di una realtà particolare in cui esistono isole industrializzate e sacche di miseria e sottosviluppo;   in cui la crescita tumultuosa e sproporzionata e il tentativo di mutare le condizioni di arretratezza economica si scontrano con strutture urbane,  sanitarie,  burocratiche fatiscenti e inadeguate.  Tutte queste contraddizioni creano un senso di frustrazione,  delusione emerginazione e rabbia,  che ha le sue radici in mali secolari,  aumenta di fronte a nuove ingiustizie tramuntandosi in aperta protesta contro lo stato e le sue istituzioni.  Egidio Sterpa individua anche le cause del sottosviluppo meridionale:  l’emigrazione causa ed effetto insieme;  la mancanza di una nuova ed autentica cultura nel Sud,  l’assenza di ceti imprenditoriali preparati e coscienti del loro compito sociale;  le cattive aministrazioni; Le mafie,  il banditismo.  L’interrogativo che sembra percorrere tutto il libro è se sia possibile ancora la presenza di due Italie:  una prospera,  civile,  colta;  un’altra depressa,  arretrata economicamente degradata.  Coloro che per lungo tempo hanno creduto complementari le due Italie e che cioè sono stati convinti che il Sud sottosviluppato fosse un serbatoio di braccia di lavoro ed un mercato facile per il Nord industrializzato,  vengono ora smentiti dalla realtà.  Ora le contraddizioni latenti fino all’inizio del secondo dopoguerra sono esplose e si è visto che è stato eccessivo  lo sviluppo industriale del Nord con città troppo affollate dagli emigranti,  e che il Sud troppo a lungo trascurato e sfruttato ha espresso la sua rabbia in vere rivolte popolari.  Ancora una volta,  il libro che era un grido di allarme del Sud e per il Sud troppo provato,  troppo abbandonato e soprattutto malgovernato a livello locale e a livello centrale.

E.  Lasagna

06/05/2026

Marco  Ho appena finito il libro di Giuseppe Tommasi di Lampedusa in “Il principe Fabrizio ” dal  Gattopardo.  Ci dai la tua spiegazione?  Grazie!

 

Elena  Io l’ho letto tanto tempo fa,  Il Gattopardo è un romanzo storico, il romanzo della storia e della vita siciliana e italiana,  dal 1860 al 1883,  vista attraverso gli occhi del protagonista,  con disillusa ma umana comprensione.  L’azione del romanzo ha inizio nel 1860,  quando Garibaldi sbarca a Marsala.  Il principe Fabrizio Salina,  Il Gattopardo è un gentiluomo ormai cinquantenne,  alto,  vigoroso,  bellissimo,  con un che di nume greco;  viveva in una villa a Palermo con la sua famiglia,  una moglie cara e bigotta che gli aveva dato molti figli:  tre figlie,  due di mente ristretta,  e una sola,  Concetta,  sensibile e intelligente,  sebbene chiusa in un orgoglio tradizionalmente principesco,  e due maschi,  un terzo il più ardito.  Essendo andato a cercar fortuna di traffici in Inghilterra,  fedelissimo alle consuetudini della loro casa con anima rituale.  Persuaso che questa famiglia fosse ormai del passato,  incapace di salvare le sue terre e il suo prestigio nel nuovo regno, assecondava e aiutava il suo dilettissimo nipote e pupillo,  Tancredi Falconeri, corso ad arruolarsi fra i Mille,  con la coscienza di acquistare in tal modo la nuova cittadinanza per sé e per i suoi congiunti,  i Salina.  Con l’aiuto del Gattopardo,  Tancredi sposa la bellissima Angelica,  figlia di Don Calogero Sedara che,  salito dal basso con usuraia furbizia,  aveva accumulato una fortuna veramente principesca,  che darà nuovo lustro ai Falconeri.  Prima del matrimonio,  a Palermo,  nella casa dei principi Pantaleoni,  si svolge un grande ballo,  a cui partecipano siciliani di antica e nuova nobiltà e ricchezza insieme con invitati lombardi e piemontesi:  è questa la nuova società che il principe Fabrizio aveva previsto e che voleva.

E.  Lasagna

N. B.  Principe o non principe,  altroché gattopardo!  Quelle famiglie,  a mio avviso erano due famiglie di stolti,  io penso che i veri principi sono quelli che nella vita si comportano da gentiluomini  non abusando della debolezza altrui per fare denaro.  Quella per me era una società con tanto marcio dentro,  incominciando dai genitori e poi saranno stati sicuramente così anche i figli e forse anche i figli dei figli!  Loro sono morti senza sapere cosa significhi essere ricchi davvero e essere grandi uomini!

11/05/2026

 

Il caso di J. Robert  Oppenheimer

 

Julius Robert Oppenheimer,  fisico nucleare che aveva diretto il centro di ricerche di Los Alamos dove era stata realizzata la bomba atomica fatta esplodere nell’agosto del 1945 sulle città giapponesi di  Hiroshima e Nagasaki,  pochi anni dopo nel 1954,  si trovò a dover rispondere a una commissione d’inchiesta sotto l’accusa di essersi opposto alla realizzazione  della bomba H detta anche all’idrogeno e di avere così favorito la rincorsa della Russia nella gara degli armamenti nucleari.  Il processo si svolse in un momento in cui l’opinione pubblica americana era fortemente turbata perché,  con lo scoppio della bomba H sovietica nel 1953 appena un anno dopo lo scoppio della bomba H americana,  si era capito che gli Stati Uniti avevano perduto il monopolio delle armi nuceari e quindi la supremazia bellica sul resto del mondo.  Openheimer,  adducendo difficoltà tecniche,  si era opposto alla realizzazione della bomba H,  ma in verità i motivi erano ben diversi:  egli,  come tanti altri,  era rimasto profondamente turbato dagli effetti devastanti e feroci delle due bombe sganciate sul Giappone,  mentre sapeva che quelle avevano una potenza insignificante rispetto a quella inimmaginabile della bomba H.  Ma i motivi umanitari di Openheimer non furono compresi,  e da questo all’accusa di simpatia per i sovietici e di tradimento,  il passo fu breve.  Al processo svoltosi dal 12 aprile al 14 maggio 1954,  venne condannato, ma nel 1063 il presidente Kennedy annullò di fatto la condanna conferendogli il “premio Fermi”.

13/05/2026

CUBA

PARLIAMONE

Dagli inizi del secolo,  la risorsa principale dell’isola di Cuba,  quella dello zucchero,  era stata gestita dall’economia statunitense.  A livello politico,  gli USA appoggiarono dal 1952 la crudele dittatura di Fulgencio Batista. Dal 1956 si svilppò nel Paese un movimento di guerriglia popolare in cui assunsero un ruolo di guida Fidel Castro ed Ernesto Che Guevara.  La guerriglia si estese rapidamente dalla campagna alle città e fu appoggiata dalla popolazione cubana,  che vedeva in questo movimento la via per la riscossa nazionale della condizione coloniale in cui gli Stati Uniti tenevano Cuba.  Nel 1959 Castro andato al potere,  espropriò le società americane che possedevano le piantagioni di canna da zucchero e gli impianti di raffineria,  e cominciò a varare riforme democratiche.  I ceti possidenti passarono all’opposizione,  mentre il governo statunitense si irrigidì,  isolando economicamente l’isola.  A questo punto il regime di Castro andò accentuando i suoi caratteri di rivoluzione socialista nazionalizzando gli zuccherifici statunitensi e avvicinandosi all’URSS e alla Cina popolare.  La popolazione cubana rispose agli appelli di Castro e una partecipazione collettiva alla costituzione di un sistema socialista.  Questo entusiasmo popolare fece fallire il tentativo d’invasione dell’isola compiuto nel 1961 alla Baia dei Porci da un gruppo di esuli cubani anticastro appoggiati dal governo statunitense (Amministrazione Kennedy).  Gli Stati uniti preoccupati non tanto di aver perso Cuba quanto del contagio che la rivoluzione cubana potesse portare ai paesi limitrofi come del resto stava avvenendo,  si adoperarono a soffocare la guerriglia scoppiata in Argentina,  in Uruguay,  Bolivia,  tentando così almeno di isolare la potenza  di Castro. Nell’ottobre del 1962 le vicende cubane furono al centro dell’attenzione mondiale.  La richiesta fatta da Castro all’URSS,  di installare nell’isola potenti basi missilistiche sovietiche,  provocò l’instaurazione di un blocco navale statunitense a Cuba.  La situazione internazionale sembrò precipitare e si temette lo scoppio di un altro nuovo conflitto mondiale.  Kennedy e Cruscev riuscirono tuttavia a trovare un’intesa.  Al ritiro delle installazioni sovietiche da Cuba,  corrispose all’impegno americano di rinunciare ad attaccare o a fare attaccare l’isola per abbattere il governo di Castro.  Continuava ad operare in Sudamerica la guerriglia di ispirazione castrista.  Che Guevara vennne assassinato nel 1967 in Bolivia dove conduceva azioni di guerriglia.  Strumento della politica statunitense in America Latina,  fu in questo periodo la cosiddetta ” Alleanza per il progresso”,  un programma di aiuti ai governi reazionari dei paesi Latino-Americani in funzione controrivoluzionari promosaa da Kennedy.

Oggi L’isola di Cuba è sotto la dittatura dell’esercito che si è arricchito notevolmente  con i beni del popolo;  mentre la gente vive una situazione di stenti e grande povertà addirittura disumana!

Elena  Lasagna

20/05/2026

 

L’ANIMA DI PARIGI

 

Per conoscere a fondo l’indole di un popolo,  non basta restare solo alcuni giorni e via,  ma bisogna vivere in mezzo ad esso.  Chi vuole conoscere gli usi e la psicologia dei parigini,  bisogna vovere almeno un mese sui Grands Boulevards.  Su questa grandissima strada che prendemolti nomi e che conduce alla chiesa della Madeleine,  a place della République,  lì si sente l’anima di Parigi.  Sui Grands Boulevards si trova di tutto:  Negazi,  teatri,  cinema,  baracche di venditori ambulanti,  pittori,  caffè,  bistrot,  ecc.  Un misto di aristocratico e di popolaresco,  di raffinato e di dozzinale,  ne fa dunque un’arteria unica dove ognuno si sente a suo agio.  Da un secolo e mezzo a questa parte,  Parigi ne ha viste di tutti i colori,  di tutte le razze perché :  la rivoluzione,  il terrore,  l’Impero,  la restaurazione,  il secondo Impero e la terza repubblica.  Tutti questi avvenimenti hanno contribuito a modìdificare sensibilmente il modo di vivere dei suoi abitanti.  Chissà se la psicologia dei parigini in tutti questi anni sia cambiata.  Una volta la folla che s’incontrava nei Grands Bouleverds,  era curiosa,  indolente,  svagata;  tra le scene che più attiravano la gente erano quelle dei “camelots”.  Oggi invece la gente va più di corsa,  sono distratti non dal paesaggio parigino ma dai telefonini e sempre messaggiano in ogni momento senza neanche badare a dove mettono i piedi.  Oggi ad attirare la gente sono più gli artisti di strada:  esibizionisti di valore e anche grandi pittori pronti a farti subito un grande ritratto.  Un grande campione di “camelot” era Père la Souris,  egli esordiva e incantava e invogliava la gente a comprare anche cose inutili,  ecco perché a Parigi era così famoso.  La sua eloquenza era irresistibile e i curiosi raccolti intorno a lui aprivano il potafogli piuttosto spesso.  i Grands Bouleverds non vogliono dire soltanto i camelots o come propone un purista ”  démonstrateurs”.  ma senza questi ciarlatani i G. Boulevards perderebbero un po’ del loro carattere  e la loro nota più poetica. La conservazione dei camelots è ancora per i parigini un problema importante quanto la conservazione dei monumenti.

LETTERATURA ANTICA E MODERNA CINQUE

23/03/2026

Oggi presento il poeta tedesco Bertolt Brecht in

“A coloro che verranno”

1) Davvero vivo in tempi bui!  La parola innocente è stolta!

Una fronte distesa vuol dire insensibilità.  Chi ride,  la notizia attroce

non , l’ha saputa ancora.  Quali tempi sono questi,  quando discorrere

d’alberi è quasi un delitto,  perché su troppe stragi comporta silenzio!

E l’uomo che adesso traversa tranquillo la via mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici che sono nell’affanno?

È vero:  ancora mi guadagno da vivere.  Ma credetemi è appena

un caso.  Nulla di quel che fo mi autorizza a sfamarmi.

Per caso mi risparmiano. ” Mangia e bevi mi dicono e sii contento di averne”.  Ma come posso io mangiare e bere,  quando

quel che mangio a chi ha fame lo strappo,  e manca a chi ha sete il

mio bicchiere d’acqua?  Eppure mangio e bevo.

Vorrei anche essere un saggio.  Nei libri antichi è scritta la saggezza

lasciar le contese del mondo e il tempo breve

senza tèma trascorrere.  Spogliarsi di violenza,  render

bene per male,  non soddisfare i desideri,  anzi dimenticarli,

dicono,  è saggezza.  Tutto questo io non posso: davvero

vivo in tempi bui!    2 ) Nelle città venni al tempo del disordine,

quando la fame regnava,  tra gli uomini venni al tempo delle

rivolte,  e mi ribellai insieme a loro. Con il tempo passò che sulla terra m’era stato dato.  Il mio pane,  lo mangiai era

tra le battaglie.  Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini.  Feci all’amore senza badarci,  e la natura la guardai con

impazienza.  Così il tempo passò che sulla terra m’era

stato dato.  Al mio tempo,  le strade si perdevano nella palude.

La parola mi tradiva al carnefice. Poco era in mio potere.  Ma

i potenti posavano più sicuri di me;  o lo speravo.

Così il tempo passò che sulla terra mi era stato dato.

Le forze erano misere,  la meta era molto remota.  La si poteva

scorgere chiaramente,  seppure anche per me quasi inattingibile.

Così il tempo passò che sulla terra mi era stato dato.

3)  Voi che sarete emersi dai gorghi dove fummo travolti,  pensate

quando parlare delle nostre debolezze anche ai tempi bui cui voi

siete scampati.  Andammo noi più spesso cambiando paese che scarpe

attraverso le guerre di classe,  disperati anche quando solo ingiustizia c’era,  e nessuna rivolta.

Eppure lo sappiamo anche l’odio contro la bassezza

stravolge il viso.  Anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce.  Oh noi che abbiamo voluto apprestare il terreno della gentilezza,  noi non si

potè esser gentili.  Ma voi quando sarà venuta l’ora  che all’uomo un aiuto sia l’uomo,  pensate a noi con indulgenza.

Bertolt Precht

PROSA

 

Bertolt Brecht  patì la dittatura nazista,  e lottò contro di essa con impegno di uomo e di letterato;  scrive questa poesia nel 1938.  Hitler era al potere da cinque anni,  e si apprestava a scatenare la seconda guerra mondiale che per sei anni dal 1939 al 1945 avrebbe scatenato orrore e morte in tutto il mondo.  Il poeta essendo in esilio sente con chiarezza i pericoli che insidiano la libertà e la dignità stessa dell’uomo,  eli indica nella prima parte della poesia, che è una delle più intense testimonianze del clima dei tempi bui,  in cui piombò la gwermania hitleriana con le due guerre.  Nella seconda parte il poeta rievoca le lotte e le rivolte della prima guerra mondiale ai tempi del nazismo,  quando le forze divennero misere e la meta molto remota.  La terza parte della poesia si può considerare un testamento spirituale per i posteri,  per coloro che potranno giudicare i tempi  bui condannando o anche approvando l’operato di chi vi si trovò coinvolto:  il tono della poesia diviene qui intenso e commosso,  e l’invito all’indulgenza che il poeta formula altro non è che un invito alla fratellanza,  alla umana comprensione che sola può rendere la vita degna di essere vissuta.

E. Lasagna

 

30/03/2026

E va bene,  prima lo faccio io, ma mi aspettavo che almeno due di voi me l’avesse già finito.

 

L’ORGOGLIO

Che cos’è? Meglio averlo oppure no?

 

Certo!  L’orgoglio in una prsona è molto importante.  Senza orgoglio si assume quell’atteggiamento sempre indulgente,  rassegnato ecc. Il mio orgoglio è quello di avere avuto tre genitori meravigliosi e due nonni altrettanto speciali.  L’orgoglio è come il respiro,  ci rende capaci di difendere la nostra dignità.  Ci aiuta nella sofferenza, e a contestare ciò che è sbagliato per noi, per non cadere negli abissi;  guardare ciò che è oscuro e a captare quei messaggi nell’ombra;  senza trascurare quelle forme sottili e magnetiche che si muovono intorno a noi.  Ci ricorda anche che certi timori non hanno senso,  se questa parte di orgoglio che conserviamo per noi stessi,  spesso è strategia vincente per poter prendere contatto con le parti più profonde del nostro io,  rendendoci coscienti della nostra potenza e non solo della fragilità.  Quando invece l’orgoglio ci rende ciechi nei confronti degli altri,  e non riusciamo a perdonare chi ci ha ferito,  ci copre di ambizione e di cinismo,  al punto di non riuscire più a capire ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.  Il troppo orgoglio ci rende ciechi,  egoisti e cattivi;  incapaci di dialogare,  sottometterci per una buona causa come la fede,  e a non vedere in noi stessi e negli altri ciò che è prezioso.

 

LA NOTTE

 

La notte è bella se nel cuore c’è amore

La strada è deserta ma in alto brillano le stelle.

Il mio cammino nella notte fantasiosa,

pensare a cose brutte la mente più non osa;  le gioie

le dolci illusioni,  lascia che ci accompagnino nella

brezza della sera;  che quando sei in cuore non è nera.

La brillante collina mi parla di te,

E gli alberi scuri dalle ombre della luna,  sembrano vecchi

Re  dentro la laguna;  vorrei passare al di là del fiume

là mi sembra tutto più vicino,  ma anche là sull’altra

sponda ciascun uomo ha il suo destino,  solo Dio saprà

dominare i suoi colori nella notte,  di chi si ama

Lui accenderà i loro cuori.

Arriverà l’alba,  una stella si perde nell’incanto

della brezza,  la città dorme ancora   e tu mia luce

dell’ anima,  risplendi nell’aurora.

 

E. Lasagna  31/03/2026

 

03/04/2026

Oggi vi manderò la prosa della lunga poesia di “Giacomo Leopardi :  ” Canto notturno di un  pastore errante dell’Asia”

Spiegazione

In questa lunga poesia si esprimono i temi più autentici della meditazione leopardiana sulla sua vita:  è l’approdo poetico più alto della disincantata filosofia del poeta;  della sua riflessione pacata sulla vita e sulla morte,  sul male di vivere,  sulla noia,  sulla malvagità della Natura.  L’unica certezza che il poeta ha per bocca dell’umile pastore,  afferma di avere,  è che la vita è male,  equesto male è un tutt’uno con l’esistenza,  ma ancora peggiore del male è la noia.  La vita è descritta come una faticosa fuga verso la morte,  come un inutile affannarsi verso un precipizio;  la vita non ha senso,  niente nell’universo ha senso;  perché questo è dominato da ferree leggi meccanicistiche. Qui la forza polica e dolorosa del Leopardi si acquieta in un canto allo stesso tempo dolente e pacato,  e nonostante la freddezza e la serenità con cui il poeta esprime il suo pensiero,  l’aver trasferito ad un pastore i profondi interrogativi sul dolore e sul significato dell’esistenza,  genera un’atmosfera in cui la riflessione è più serena per l’ingenuità,  la semplicità,  con cui il pastore interroga la giovinetta immortale.  Le amare e dolorose certezze del poeta vengono presentate come “dolenti interrogativi nei tremiti o negli stupori di un’anima vergine” nell’illusione che questa possa riconoscere il significato recondito della vita”.  Proprio la lucida  consapevolezza dell’impossibilità di essere felici dà al canto un tono più triste appunto,  per questo altissimo di dolore cocente,  ma trattenuto da ogni aspra polemica.

E.  Lasagna

17/04/2026

 

Oggi presento una poesia di Franco Fortini: “Complicità”

COMPLICITÁ

 

Per ognuno di noi che dimentica

c’è un operaio della Ruhr (importante bacino

minerario della Germania) che cancella

lentamente se stesso e le cifre che gli

incisero sul braccio,  i suoi signori

e nostri.  Per ognuno di noi che

rinuncia,  un minatorie delle Asturie

dovrà credere a una seta di viola e

d’argento,  e una donna D’Algeri sognerà

d’essere vile e felice.  Per ognuno di noi

che acconsente vive un ragazzo triste

che ancora non sa quanto odierà di

esistere.

Spiegazione

La sua poesia è breve ma intensa,  spietata requisitoria contro i cedimenti di alcuni che considerano storicamente definita la resistenza permanente contro i compromessi, i cedimenti,  le alleanze ambigue,  gli interessi contingenti.  La militanza a cui si riferisce il poeta non è più quella della resistenza armata,  ma quella di una vigile e civile resistenza contro chiunque attenti alle libertà conquistate;  pertanto sono chiamati a questo compito proprio gli intellettuali,  tutti coloro che con il loro impegno quotidiano mettono la loro cultura,  i loro scritti,  le loro parole al servizio della causa della libertà e della giustizia.  Questa storia è una sorta di autocritica dell’intellettuale di sinistra,  non priva di delusione e di un certo senso di frustrazione dinnanzi a tante lotte lasciate a metà.  È come un appello valido oggi nei confronti di sedicenti intellettuali di sinistra che incitano ad una cieca e sterile violenza quanto di quei militanti che sempre più spesso dimenticano in nome del successo,  del prestigio e del benessere materiale e ai valori ideali a cui dovrebbero sempre attenersi!

E.  Lasagna

 

LETTERATURA ANTICA E MODERNA QUATTRO

27/02/2026

 

Oggi ritorniamo da Giovanni Pascoli con “L’acquilone”

È una poesia di ricordi lontani,  e di nostalgica ma rassegnata malinconia.  Il poeta si trova a Messina,  insegnante di letteratura latina all’università;  l’aria tiepida di una giornata di fine febbraio,  gli riporta alla mente una giornata di primavera di tempo fa,  della sua fanciullezza,  quando ad Urbino studiava nel collegio dei “Padri Scolopi.  È un affollarsi di ricordi,  un susseguirsi di immagini,  in cui l’una richiama l’altra,  finché la poesia dei ricordi lieti si trasforma improvvisamente in poesia della morte e del rimpianto. La visione dei tempi felici passati,  richiamati alla mente del poeta,  dalle vive sensazionini olfattive della incipiente e precoce primavera,  in uno stupendo crescendo diventano illusione perfetta di realtà,  tanto che alla fine realtà e ricordo si alternano con naturalezza e delicatezza di voce.

Si ricorda quel giorno quando era in collegio;  lo stesso sole e la stessa stagione con le prime viole, sotto le foglie secche vicino al convento dei Cappuccini.  Si respira una brezza dolce,  le soglie delle chiese ormai sono piene di erba fresca,  sembra un’altra stagione,  un altro luogo,  un altro mese e un’altra vita come appunto era là in collegio.  Vede gli aacquiloni alzarsi in cielo come bianche ali sospese.  Il poeta immagine di essere là come quel giorno e osserva anche che nelle zone ombrose ci sono piante fiorite con le loro bacche invernali e sopra svolazza il pettirosso,  dall’altra parte al sole si vedeva la lucertola che faceva capolino.  Ed ora il vento si alza come gli acquiloni sono tutti fermi con davanti a loro Urbino ventoso ed ora incominciano ad impazzire:  uno di qua,  l’altro di là,  pencolano,  un altro risale e  sale rubando il filo dalla mano del bambino esile,  malato e uno strillo per l’emozione di averlo perso e il poeta ricorda uno ad uno i compagni della sua camerata e ricorda di questo bambino malato che salì in cielo come il suo acquilone;  quanto pianse per lui quel giorno!  Ma poi si ravvisò e tra lui e lui,  disse:  meglio venirci da giovane come hai fatti tu che da anziano.  Tu hai visto cadere solo l’acquilone, e la tua giovinazza,  ma hai goduto le mani di tua madre che ti pettinava i tuoi capelli e ti adorava,  mentre noi vecchi ormai,  abbiamo sofferto tante pene:  per i nostri cari,  per le guerre e per tutto quello che da adulti ci riserva la vita.

Elena L.

28/02/2026

Ho una prosa di una poesia di Gabriele D’annunzio,  “O falce di luna” .   Romantica e moderna come i giorni nostri.

O Falce di Luna

O falce di luna calante

che brilli su l’acque deserte,

o falce d’argento,  qual messe di sogni

ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie,

sospiri di fiori dal bosco,  esalano al mare

Oppresso d’amor,  di piacere,

il popol de’ vivi s’addorme…

O falce calante qual messe di sogni

ondeggia al tuo mite chiarore qua giù.

 

PROSA

La visione di un paesaggio così,  suscita sempre in un animo sensibile,  sentimenti nostalgici, e rimpianto per la vita che passa e ci lascia da soli.  In una dolce notte di luna calante,  il poeta ammira e respira il silenzio delle acque del mare. Un dolce baglior si confonde nell’acqua cullata dalla brezza di maggio che riporta fin quaggiù il profumo dei fiori del bosco fino alle acque ;   una viva sensazione  di non essere soli nel silenzio e del bagliore della notte,  per i vivi profumi e tutto quello che si raccoglie dal silenzio.  La gente ormai è avvolta nel mondo dei sogni;  nell’amore della notte si è addormentata,  e la falce di luna continua a sognare complice insieme alla luce del  poeta.

Elena L.

 

05/03/2026

Con “I promessi sposi”nasce la letteratura moderna d’Italia.

I PROMESSI SPOSI

Il capolavoro di A. Manzoni è una delle massime espressioni letterarie di ogni tempo,  è un romanzo che molti hanno definito storico:  le vicende di “due promessi sposi” Renzo e Lucia, che dopo lunghi guai riescono finalmente unirsi in matrimonio,  si svolgono nel Seicento,  sullo sfondo della Lombardia dominata dagli spagnoli,  e si intrecciano variamente con gli avvenimenti italiani con la guerra dei Trent’anni e le sue ripercussioni,  dalla guerra per Casale Monferrato alla caduta dei Lanzichenecchi e alla peste milanese del 1630. Il mondo Secentesco ne viene fuori come un meraviglioso affresco,  visto nei suoi costumi sociali e politici,  rappresentata da figure di umili e di “potenti”,  di vinti e di vincitori,  sui quali aleggia e trionfa la Provvidenza Divina.  È necessario chiarire subito che il romanzo manzoniano,  non è come molti hanno ritenuto per lungo tempo e ingiustamente,  opera di edificazione religiosa,  e soprattutto esaltazione della rassegnazione e di abbandono inattivo ai valori della provvidenza;  essa invece segna il vero trionfo della grandezza di DIO,  che Manzoni nelle sue opere precedenti aveva visto il consolatore dei suoi figli ,  ai quali aveva dato la visione di sè: in esse Dio poteva con la sua bontà,  e solo come bontà,  salvare coloro che aveva illuminato e pervaso della sua grazia distraendoli e traendoli fuori dalla storia,  ma rimanendone egli stesso escluso,  come accade spesso nelle tragedie.  Ma nei promessi sposi,  Dio appare insieme come infinita bontà e come infinita giustizia,  quella giustizia che si accetti o si respinga la Grazia,  resta viva e operante in seno a tutta l’umanità.  E se ne rendono conto alla fine del romanzo,  i due sposi, che ragionando insieme sulle loro avventure, e cercando di darne un giudizio,  con popolana semplicità,  cavano una morale posta a conclusione del libro: “Dopo un lungo dibattere e cercare insieme,  conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato ragione;  ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani;  e che quando vengono, o per colpa o senza colpa,  la fiducia di Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore.  Questa conclusione benché provata da povera gente, ci sembra giusta come tutta la storia.

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Abbiamo preso un pezzo del romanzo da analizzare, la parte politica,  economica e sociale,  mentre il resto del romanzo dei due promessi sposi la lasciamo per più avanti;  il personaggio di don Abbondio lo abbiamo già conosciuto nel primo articolo di letteratura antica e moderna.  Il romanzo inizia proprio con “Questo matrimoio non s’ha da fare”.

In questo romanzo,  le vicende di Renzo e Lucia s’intrecciano con reali fatti storici accaduti nella Lombardia dominata dagli spagnoli.  Il romanzo ci dà un quadro storicamente esatto,  un tumulto scoppiato a Milano e del comportamento delle parti contrapposte dei dominatori e dei dominati:  la folla inferocita a causa della carestia,  ha prima dato l’assalto ad un panificio,  poi sempre più infuriata,  si è recata nel palazzo del vicario di provvisione che si occupa,  appunto dell’annona,  e sta per assalirlo mentre questi si nasconde,  arriva il sostituto del governatore spagnolo,  Antonio Ferrer,  che è benvoluto dalla folla perché aveva fatto diminuire il prezzo del pane,  provvedimento che non era certo servito a risolvere la crisi economica esistente a Milano,  ma che lo aveva reso molto popolare.  La folla infatti si aspettava da lui un atto di giustizia.  Il Manzoni sembra condannare contemporaneamente tanto la disonestà e l’astuzia di Ferrer,  quanto la stoltezza dei popolani che si illudono che l’autorità si possa mettere alle porte del popolo.  È qui l’aristocratico intellettuale che parla e che non può non descrivere con ironia sia il tumulto che l’intervento di Ferrer.  Si sente sempre sebbene stemperata nell’ironia,  l’amara convinzione manzoniana che le azioni degli uomini o sono  stolte o deprecabili (la violenza delle masse) o astute o disoneste (l’abilità del Ferrer nell’informare la folla).  Uno dei meccanismi più riusciti è quello del discorso di Ferrer che usa l’italiano per convincere e ingannare il popolo,  e lo spagnolo per dire la verità:  il linguaggio del potere è quasi sempre ambiguo e oscuro per poter meglio mentire.

06/03/2026

E adesso parliamo di “Fra Cristoforo”  Come parli frate?…

Renzo e Lucia saputo che il divieto della celebrazione del loro matrimonio è stato imposto da Don Rodrigo:  Il prepotente signorotto del luogo,  chiedono consiglio ed aiuto a fra Cristoforo,  del vicino convento di Pescarenico.  Il frate coraggiosamente decide di recarsi  da don Rodrigo,  per convincelo a desistere alla capricciosa passione concepita per Lucia,  ma il colloquio fra i due è tempestoso e vano.  Nei due si contrappone il “bene e il male”:  L’uno incarna l’umiltà cristiana,  la fede,  gli ideali di giustizia,  l’altro il sopruso,  la sicurezza dell’impunità,  il piacere dell’arbitrio.  Il frate riconosce una sola potenza:  quella di Dio,  l’uomo è esaltato dall’idea che la potenza sia misurabile con la capacità di sottomettere i deboli con la violenza.  Tuttavia in questo scontro tra bene e male,  Manzoni vede anche nel malvagio la possibilità di redimersi;  infatti don Rodrigo prova un certo turbamento ai richiami del frate, e addirittura ha paura quando sta per fare la sua profezia.  Fine

Come ho già scritto la parte che parla di Don Abbondio la troverete nel primo articolo di “Letteratura antica e moderna”.  Ciao.

Elena L.

Marco  Grazie Zia mi hai salvato un’altra volta.

10/03/2026

Oggi presento una poesia di Natalia Ginzburg, l’unica poesia che abbia scritto alla memoria di suo marito Leone Ginzburg, morto nelle carceri di Roma il cinque febbraio 1944,  ucciso dalla ferocia della Gestapo,  Natalia gli dedica questa poesia.  Lei era  nota nel mondo letterario con il nome di Alessandra Tornimparte, riprende il suo vero nome che dovette abbandonare,  per ragioni raziali,  nel periodo dell’oppressione fascista.  Il marito Leone destituito dall’inseguimento universitario di letteratura russa,  nel 1934 per essersi rifiutato di prestare “Il giuramento di fedeltà” al regime fascista,  fu perseguitato e arrestato diverse volte.  Fu uno dei primi collaboratori della casa editrice “Einaudi”,  e dopo la caduta del fascismo 25 luglio 1943 si trasferì a Roma.  Qui sopraggiunti i tedeschi, fu arrestato e recluso nel carcere di Regina Coeli,  dove morì per le torture subite. Aveva 35 anni.    Elena Lasagna.

MEMORIA

Gli uomini vanno e vengono per le strade delle città.

Comprano cibi e giornali, muovono a imprese diverse.

Hanno rosco il viso,  le labbra vivide e piene.

Sollevasti il lenzuolo per guardare il suo viso

Ti chinasti a baciarlo con un gesto consueto.

Ma era ultima volta.  Era il viso consueto.

Solo un poco più stanco,  e il vestito era quello di sempre.

E le scarpe eran quelle di sempre.  E le mani erano quelle

che spazzavano il pane e versavano il vino.

Oggi ancora nel tempo che passa sollevi il lenzuolo

a guardare il suo viso per l’ultima volta.

Se cammini per strada nessuno ti è accanto.

E non è tua la strada,  non è tua la città.

Non è tua la  città illuminata è degli altri.

Degli uomini che vanno e vengono comprando cibi e

giornali.  Puoi affacciarti un poco alla quieta finestra

E guardare in silenzio il giardino nel buio.

Allora quando piangevi c’era la sua voce serena.

Allora quando ridevi c’era il suo riso sommesso.

Ma il cancello che a sera s’apriva resterà chiuso per sempre.

E deserta è la tua giovinezza,  spento il fuoco,  vuota la casa.