13/07/2026


I PASTORI
di Gabriele D’ Annunzio
Settembre, andiamo. È tempo di migrare.
Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori,
lasciano gli stazzi e vanno verso il mare;
scendono all’Adriatico selvaggio
che verde è come i pascoli dei monti.
Han bevuto profondamente ai fonti alpestri
che sapor d’acqua natìa, rimango ne
i cuori esuli a conforto che lungo la lor sete in via.
Rinnovato hanno verga d’avellano, e vanno pel
tratturo antico al piano, quasi un erbal fiume silente,
su le vestigia degli antichi padri. O voce
di colui che primamente, conosce il tremolar
della marina! Ora lungh’esso il litoral
cammina la greggia. Senza mutamento è l’aria.
Il sole imbionda sì la viva lana, che quasi
dalla sabbia non divaria. Isacquio,
calpestio, dolci rumori. Ah perché non
son io co’ miei pastori?
…………………………………………………………………………………………..
In autunno i pastori lasciano i loro monti e vanno verso le zone della pianura in terra di Puglia, al mare, per svernarvi; da tempo immemorabile la vicenda si ripete ogni anno, e nella gravità dei gesti di questi pastori, costretti ad un esilio lontani dalle loro case, sente la forza rassegnata e nostalgica. Alla discrezione segue il grido di rimpianto del poeta, che vorrebbe essere con i suoi pastori; con quelle persone che gli ricordano l’infanzia, i luoghi natii e la sua casa.