Marzo 23, 2026 Elena Lasagna Uncategorized LETTERATURA ANTICA E MODERNA CINQUE 23/03/2026 Oggi presento il poeta tedesco Bertolt Brecht in “A coloro che verranno” 1) Davvero vivo in tempi bui! La parola innocente è stolta! Una fronte distesa vuol dire insensibilità. Chi ride, la notizia attroce non , l’ha saputa ancora. Quali tempi sono questi, quando discorrere d’alberi è quasi un delitto, perché su troppe stragi comporta silenzio! E l’uomo che adesso traversa tranquillo la via mai più potranno raggiungerlo dunque gli amici che sono nell’affanno? È vero: ancora mi guadagno da vivere. Ma credetemi è appena un caso. Nulla di quel che fo mi autorizza a sfamarmi. Per caso mi risparmiano. ” Mangia e bevi mi dicono e sii contento di averne”. Ma come posso io mangiare e bere, quando quel che mangio a chi ha fame lo strappo, e manca a chi ha sete il mio bicchiere d’acqua? Eppure mangio e bevo. Vorrei anche essere un saggio. Nei libri antichi è scritta la saggezza lasciar le contese del mondo e il tempo breve senza tèma trascorrere. Spogliarsi di violenza, render bene per male, non soddisfare i desideri, anzi dimenticarli, dicono, è saggezza. Tutto questo io non posso: davvero vivo in tempi bui! 2 ) Nelle città venni al tempo del disordine, quando la fame regnava, tra gli uomini venni al tempo delle rivolte, e mi ribellai insieme a loro. Con il tempo passò che sulla terra m’era stato dato. Il mio pane, lo mangiai era tra le battaglie. Per dormire mi stesi in mezzo agli assassini. Feci all’amore senza badarci, e la natura la guardai con impazienza. Così il tempo passò che sulla terra m’era stato dato. Al mio tempo, le strade si perdevano nella palude. La parola mi tradiva al carnefice. Poco era in mio potere. Ma i potenti posavano più sicuri di me; o lo speravo. Così il tempo passò che sulla terra mi era stato dato. Le forze erano misere, la meta era molto remota. La si poteva scorgere chiaramente, seppure anche per me quasi inattingibile. Così il tempo passò che sulla terra mi era stato dato. 3) Voi che sarete emersi dai gorghi dove fummo travolti, pensate quando parlare delle nostre debolezze anche ai tempi bui cui voi siete scampati. Andammo noi più spesso cambiando paese che scarpe attraverso le guerre di classe, disperati anche quando solo ingiustizia c’era, e nessuna rivolta. Eppure lo sappiamo anche l’odio contro la bassezza stravolge il viso. Anche l’ira per l’ingiustizia fa roca la voce. Oh noi che abbiamo voluto apprestare il terreno della gentilezza, noi non si potè esser gentili. Ma voi quando sarà venuta l’ora che all’uomo un aiuto sia l’uomo, pensate a noi con indulgenza. Bertolt Precht PROSA Bertolt Brecht patì la dittatura nazista, e lottò contro di essa con impegno di uomo e di letterato; scrive questa poesia nel 1938. Hitler era al potere da cinque anni, e si apprestava a scatenare la seconda guerra mondiale che per sei anni dal 1939 al 1945 avrebbe scatenato orrore e morte in tutto il mondo. Il poeta essendo in esilio sente con chiarezza i pericoli che insidiano la libertà e la dignità stessa dell’uomo, eli indica nella prima parte della poesia, che è una delle più intense testimonianze del clima dei tempi bui, in cui piombò la gwermania hitleriana con le due guerre. Nella seconda parte il poeta rievoca le lotte e le rivolte della prima guerra mondiale ai tempi del nazismo, quando le forze divennero misere e la meta molto remota. La terza parte della poesia si può considerare un testamento spirituale per i posteri, per coloro che potranno giudicare i tempi bui condannando o anche approvando l’operato di chi vi si trovò coinvolto: il tono della poesia diviene qui intenso e commosso, e l’invito all’indulgenza che il poeta formula altro non è che un invito alla fratellanza, alla umana comprensione che sola può rendere la vita degna di essere vissuta. E. Lasagna 30/03/2026 E va bene, prima lo faccio io, ma mi aspettavo che almeno due di voi me l’avesse già finito. L’ORGOGLIO Che cos’è? Meglio averlo oppure no? Certo! L’orgoglio in una prsona è molto importante. Senza orgoglio si assume quell’atteggiamento sempre indulgente, rassegnato ecc. Il mio orgoglio è quello di avere avuto tre genitori meravigliosi e due nonni altrettanto speciali. L’orgoglio è come il respiro, ci rende capaci di difendere la nostra dignità. Ci aiuta nella sofferenza, e a contestare ciò che è sbagliato per noi, per non cadere negli abissi; guardare ciò che è oscuro e a captare quei messaggi nell’ombra; senza trascurare quelle forme sottili e magnetiche che si muovono intorno a noi. Ci ricorda anche che certi timori non hanno senso, se questa parte di orgoglio che conserviamo per noi stessi, spesso è strategia vincente per poter prendere contatto con le parti più profonde del nostro io, rendendoci coscienti della nostra potenza e non solo della fragilità. Quando invece l’orgoglio ci rende ciechi nei confronti degli altri, e non riusciamo a perdonare chi ci ha ferito, ci copre di ambizione e di cinismo, al punto di non riuscire più a capire ciò che è giusto da ciò che è sbagliato. Il troppo orgoglio ci rende ciechi, egoisti e cattivi; incapaci di dialogare, sottometterci per una buona causa come la fede, e a non vedere in noi stessi e negli altri ciò che è prezioso. LA NOTTE La notte è bella se nel cuore c’è amore La strada è deserta ma in alto brillano le stelle. Il mio cammino nella notte fantasiosa, pensare a cose brutte la mente più non osa; le gioie le dolci illusioni, lascia che ci accompagnino nella brezza della sera; che quando sei in cuore non è nera. La brillante collina mi parla di te, E gli alberi scuri dalle ombre della luna, sembrano vecchi Re dentro la laguna; vorrei passare al di là del fiume là mi sembra tutto più vicino, ma anche là sull’altra sponda ciascun uomo ha il suo destino, solo Dio saprà dominare i suoi colori nella notte, di chi si ama Lui accenderà i loro cuori. Arriverà l’alba, una stella si perde nell’incanto della brezza, la città dorme ancora e tu mia luce dell’ anima, risplendi nell’aurora. E. Lasagna 31/03/2026 03/04/2026 Oggi vi manderò la prosa della lunga poesia di “Giacomo Leopardi : ” Canto notturno di un pastore errante dell’Asia” Spiegazione In questa lunga poesia si esprimono i temi più autentici della meditazione leopardiana sulla sua vita: è l’approdo poetico più alto della disincantata filosofia del poeta; della sua riflessione pacata sulla vita e sulla morte, sul male di vivere, sulla noia, sulla malvagità della Natura. L’unica certezza che il poeta ha per bocca dell’umile pastore, afferma di avere, è che la vita è male, equesto male è un tutt’uno con l’esistenza, ma ancora peggiore del male è la noia. La vita è descritta come una faticosa fuga verso la morte, come un inutile affannarsi verso un precipizio; la vita non ha senso, niente nell’universo ha senso; perché questo è dominato da ferree leggi meccanicistiche. Qui la forza polica e dolorosa del Leopardi si acquieta in un canto allo stesso tempo dolente e pacato, e nonostante la freddezza e la serenità con cui il poeta esprime il suo pensiero, l’aver trasferito ad un pastore i profondi interrogativi sul dolore e sul significato dell’esistenza, genera un’atmosfera in cui la riflessione è più serena per l’ingenuità, la semplicità, con cui il pastore interroga la giovinetta immortale. Le amare e dolorose certezze del poeta vengono presentate come “dolenti interrogativi nei tremiti o negli stupori di un’anima vergine” nell’illusione che questa possa riconoscere il significato recondito della vita”. Proprio la lucida consapevolezza dell’impossibilità di essere felici dà al canto un tono più triste appunto, per questo altissimo di dolore cocente, ma trattenuto da ogni aspra polemica. E. Lasagna 17/04/2026 Oggi presento una poesia di Franco Fortini: “Complicità” COMPLICITÁ Per ognuno di noi che dimentica c’è un operaio della Ruhr (importante bacino minerario della Germania) che cancella lentamente se stesso e le cifre che gli incisero sul braccio, i suoi signori e nostri. Per ognuno di noi che rinuncia, un minatorie delle Asturie dovrà credere a una seta di viola e d’argento, e una donna D’Algeri sognerà d’essere vile e felice. Per ognuno di noi che acconsente vive un ragazzo triste che ancora non sa quanto odierà di esistere. Spiegazione La sua poesia è breve ma intensa, spietata requisitoria contro i cedimenti di alcuni che considerano storicamente definita la resistenza permanente contro i compromessi, i cedimenti, le alleanze ambigue, gli interessi contingenti. La militanza a cui si riferisce il poeta non è più quella della resistenza armata, ma quella di una vigile e civile resistenza contro chiunque attenti alle libertà conquistate; pertanto sono chiamati a questo compito proprio gli intellettuali, tutti coloro che con il loro impegno quotidiano mettono la loro cultura, i loro scritti, le loro parole al servizio della causa della libertà e della giustizia. Questa storia è una sorta di autocritica dell’intellettuale di sinistra, non priva di delusione e di un certo senso di frustrazione dinnanzi a tante lotte lasciate a metà. È come un appello valido oggi nei confronti di sedicenti intellettuali di sinistra che incitano ad una cieca e sterile violenza quanto di quei militanti che sempre più spesso dimenticano in nome del successo, del prestigio e del benessere materiale e ai valori ideali a cui dovrebbero sempre attenersi! E. Lasagna
Lascia un commento Annulla risposta Salva il mio nome, email e sito web in questo browser per la prossima volta che commento. Δ