Settembre 12, 2026 Elena Lasagna Uncategorized LETTERATURA ANTICA E MODERNA E STORIA DODICI 12/09/2026 TRAMA DE “I PROMESSI SPOSI di Alessandro Manzoni I promessi sposi è uno dei capolavori più importanti di Alessandro Manzoni ed anche una delle massime espressioni letterarie di ogni tempo, è un romanzo che molti hanno definito “Storico” : le vicende dei due promessi sposi, Renzo e Lucia che dopo lunghi guai possono finalmente unirsi in matrimonio, si svolgono nel seicento, sullo sfondo della Lombardia dominata dagli spagnoli, e si intrecciano variamente con gli avvenimenti italiani della guerra dei trent’anni e le sue ripercussioni, dalla guerra per Casale Monferrato, alla calata dei Lanzichenecchi e alla peste milanese del 1630. Ne viene fuori come un grandioso affresco, il mondo secentesco visto nei suoi costumi sociali e politici, rappresentato da figure di umili e di potenti, di vinti e di vincitori, sui quali aleggia e trionfa la provvidenza divina. È necessario chiarire subito però, che il romanzo manzoniano non è, come molti lo hanno ritenuto, per lungo tempo e ingiustamente, opera di edificazione religiosa, e, soprattutto, di esaltazione della rassegnazione e di abbandono inattivo ai voleri della provvidenza. Essa invece segna il vero trionfo della grandezza di Dio, che Manzoni nelle sue opere precedentia veva visto come il consolatore dei suoi figli ai quali aveva dato la visione di sé: in esse Dio poteva, con la sua bontà, e solo come bontà, salvare coloro che aveva illuminato e pervaso dalla grazia distrendoli e traendoli fuori dalla storia ma rimanendone egli stesso escluso, come accadde appunto nelle tragedie. Ma per i Promessi sposi, Dio appare insieme come infinita bontà e come infinita giustizia, quella giustizia che si accetti o si respinga, la Grazia resta viva e operante insieme a tutta l’umanità. E se ne rendono conto alla fine del romanzo, i due sposi, che ragionando insieme sulla loro avventure e cercando di darne un giudizio con popolana semplicità cavano una morale posta a conclusione del libro. Dopo in lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato “cagione” (causa, motivo), ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani, e che quando vengono per colpa o senza colpa, la fiducia di Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione benché trovata da povera gente, ci è parsa così giusta come il nocciolo di tutta la storia. QUESTO MATRIMONIO NON S’HA DA FARE Don Abbondio, il pavido curato che è in quella società, come un vaso di vetro, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro, i Bravi, mano armata della violenza e del sopruso e fuori scena ma già presenti Renzo e Lucia, Don Rodrigo, e ancora sullo sfondo in quell’accenno della vanità delle “grida”, l’urto tra dominati e dominatori, anticipano i fili conduttori dell’intreccio di tutto il romanzo. Il Manzoni narratore, fin dalle prime ci si rivela con atteggiamento bonario, come di chi ha una più serena visione della vita ed è disposta a comprendere meglio i difetti degli uomini. La figura di Don Abbondio già appare in una luce tutta negativa, eppure c’è nel narratore non lo sdegno di chi riferendosi ad astratti principi di bene assoluto, condanna chi li trasgredisce, bensì la convinzione che la viltà di don Abbondio, che lo fa venir meno ai propri doveri, sia anche determinata dalla condizione storico-sociale. Ecco infatti che Manzoni ci descrive la società del Seicento, società corrotta, dove il potente ha sempre la meglio, perché la giustizia viene amministrata dall’ aristocrazia, e questa, non curandosi delle leggi, che pur essendo numerosissime e non tralasciano di stabilire pene severissime, per ogni colpa, tende solo a difendere i propri privilegi di classe. Ecco dunque una società in cui ogni individuo tende ad associarsi ad altri, per potersi difendere e potere a sua volta esercitare impunito delle prepotenze. Alla luce di queste considerazioni le colpe di Don Abbondio vengono considerate con benevolenza, perché il povero curato conosce bene le leggi della società, e sa che è meglio inchinarsi ai potenti; in conseguenza egli ha impostato tutta la sua vita all’insegna della sottomissione al più forte. Emerge la sua figura meschina, senza dubbio un carattere ambiguo, servile, che tende a scaricare sempre sugli altri le responsabilità, che non assume psizione a favore dei più deboli, che solo contro questi sa essere forte, che aspira ad onta del suo sacerdozio, ad una vita tranquilla e comoda. Eppure si ha l’impressione che Don Abbondio sia come altri: vittima delle iniquità e delle sopraffazioni di quel periodo storico che va sotto il nome di dominazione spagnola. ” COME PARLI FRATE?…” Renzo e Lucia saputo che il divieto di celebrazione del loro matrimonio, è stato imposto da Don Rodrigo, il prepotente signorotto del luogo, chiedono consiglio ed aiuto a fra Cristoforo del vicino convento di Pescarenico, il frate coraggiosamentedecide di recarsi da Don Rodrigo per convincerlo a desistere dalla capricciosa passione concepita per Lucia. Ma il colloquio tra i due è tempestoso e vano. PERPETUA VUOL SAPERE La scena tra Don abbondio e la sua domestica perpetua, ripete con la diversa impostazione psicologica il tono comico-drammatico dell’incontro di Don Abbondio con i Bravi. Perpetua curiosa, pettegola, insistente vuol sapere dal suo padrone che cosa è mai accaduto dal momento che lo vede così turbato. Don Abbondio impaurito, sconvolto, dapprima non vuol parlare, Infine si risolve a raccontare tutto perché ” aveva forse tanta voglia di scaricarsi del suo doloroso segreto, quanto ne aveva la perpetua di conoscerlo” . Fine
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