Febbraio 27, 2026 Elena Lasagna Uncategorized LETTERATURA ANTICA E MODERNA QUATTRO 27/02/2026 Oggi ritorniamo da Giovanni Pascoli con “L’acquilone” È una poesia di ricordi lontani, e di nostalgica ma rassegnata malinconia. Il poeta si trova a Messina, insegnante di letteratura latina all’università; l’aria tiepida di una giornata di fine febbraio, gli riporta alla mente una giornata di primavera di tempo fa, della sua fanciullezza, quando ad Urbino studiava nel collegio dei “Padri Scolopi. È un affollarsi di ricordi, un susseguirsi di immagini, in cui l’una richiama l’altra, finché la poesia dei ricordi lieti si trasforma improvvisamente in poesia della morte e del rimpianto. La visione dei tempi felici passati, richiamati alla mente del poeta, dalle vive sensazionini olfattive della incipiente e precoce primavera, in uno stupendo crescendo diventano illusione perfetta di realtà, tanto che alla fine realtà e ricordo si alternano con naturalezza e delicatezza di voce. Si ricorda quel giorno quando era in collegio; lo stesso sole e la stessa stagione con le prime viole, sotto le foglie secche vicino al convento dei Cappuccini. Si respira una brezza dolce, le soglie delle chiese ormai sono piene di erba fresca, sembra un’altra stagione, un altro luogo, un altro mese e un’altra vita come appunto era là in collegio. Vede gli aacquiloni alzarsi in cielo come bianche ali sospese. Il poeta immagine di essere là come quel giorno e osserva anche che nelle zone ombrose ci sono piante fiorite con le loro bacche invernali e sopra svolazza il pettirosso, dall’altra parte al sole si vedeva la lucertola che faceva capolino. Ed ora il vento si alza come gli acquiloni sono tutti fermi con davanti a loro Urbino ventoso ed ora incominciano ad impazzire: uno di qua, l’altro di là, pencolano, un altro risale e sale rubando il filo dalla mano del bambino esile, malato e uno strillo per l’emozione di averlo perso e il poeta ricorda uno ad uno i compagni della sua camerata e ricorda di questo bambino malato che salì in cielo come il suo acquilone; quanto pianse per lui quel giorno! Ma poi si ravvisò e tra lui e lui, disse: meglio venirci da giovane come hai fatti tu che da anziano. Tu hai visto cadere solo l’acquilone, e la tua giovinazza, ma hai goduto le mani di tua madre che ti pettinava i tuoi capelli e ti adorava, mentre noi vecchi ormai, abbiamo sofferto tante pene: per i nostri cari, per le guerre e per tutto quello che da adulti ci riserva la vita. Elena L. 28/02/2026 Ho una prosa di una poesia di Gabriele D’annunzio, “O falce di luna” . Romantica e moderna come i giorni nostri. O Falce di Luna O falce di luna calante che brilli su l’acque deserte, o falce d’argento, qual messe di sogni ondeggia al tuo mite chiarore qua giù! Aneliti brevi di foglie, sospiri di fiori dal bosco, esalano al mare Oppresso d’amor, di piacere, il popol de’ vivi s’addorme… O falce calante qual messe di sogni ondeggia al tuo mite chiarore qua giù. PROSA La visione di un paesaggio così, suscita sempre in un animo sensibile, sentimenti nostalgici, e rimpianto per la vita che passa e ci lascia da soli. In una dolce notte di luna calante, il poeta ammira e respira il silenzio delle acque del mare. Un dolce baglior si confonde nell’acqua cullata dalla brezza di maggio che riporta fin quaggiù il profumo dei fiori del bosco fino alle acque ; una viva sensazione di non essere soli nel silenzio e del bagliore della notte, per i vivi profumi e tutto quello che si raccoglie dal silenzio. La gente ormai è avvolta nel mondo dei sogni; nell’amore della notte si è addormentata, e la falce di luna continua a sognare complice insieme alla luce del poeta. Elena L. 05/03/2026 Con “I promessi sposi”nasce la letteratura moderna d’Italia. I PROMESSI SPOSI Il capolavoro di A. Manzoni è una delle massime espressioni letterarie di ogni tempo, è un romanzo che molti hanno definito storico: le vicende di “due promessi sposi” Renzo e Lucia, che dopo lunghi guai riescono finalmente unirsi in matrimonio, si svolgono nel Seicento, sullo sfondo della Lombardia dominata dagli spagnoli, e si intrecciano variamente con gli avvenimenti italiani con la guerra dei Trent’anni e le sue ripercussioni, dalla guerra per Casale Monferrato alla caduta dei Lanzichenecchi e alla peste milanese del 1630. Il mondo Secentesco ne viene fuori come un meraviglioso affresco, visto nei suoi costumi sociali e politici, rappresentata da figure di umili e di “potenti”, di vinti e di vincitori, sui quali aleggia e trionfa la Provvidenza Divina. È necessario chiarire subito che il romanzo manzoniano, non è come molti hanno ritenuto per lungo tempo e ingiustamente, opera di edificazione religiosa, e soprattutto esaltazione della rassegnazione e di abbandono inattivo ai valori della provvidenza; essa invece segna il vero trionfo della grandezza di DIO, che Manzoni nelle sue opere precedenti aveva visto il consolatore dei suoi figli , ai quali aveva dato la visione di sè: in esse Dio poteva con la sua bontà, e solo come bontà, salvare coloro che aveva illuminato e pervaso della sua grazia distraendoli e traendoli fuori dalla storia, ma rimanendone egli stesso escluso, come accade spesso nelle tragedie. Ma nei promessi sposi, Dio appare insieme come infinita bontà e come infinita giustizia, quella giustizia che si accetti o si respinga la Grazia, resta viva e operante in seno a tutta l’umanità. E se ne rendono conto alla fine del romanzo, i due sposi, che ragionando insieme sulle loro avventure, e cercando di darne un giudizio, con popolana semplicità, cavano una morale posta a conclusione del libro: “Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato ragione; ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia di Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore. Questa conclusione benché provata da povera gente, ci sembra giusta come tutta la storia. —————————- Abbiamo preso un pezzo del romanzo da analizzare, la parte politica, economica e sociale, mentre il resto del romanzo dei due promessi sposi la lasciamo per più avanti; il personaggio di don Abbondio lo abbiamo già conosciuto nel primo articolo di letteratura antica e moderna. Il romanzo inizia proprio con “Questo matrimoio non s’ha da fare”. In questo romanzo, le vicende di Renzo e Lucia s’intrecciano con reali fatti storici accaduti nella Lombardia dominata dagli spagnoli. Il romanzo ci dà un quadro storicamente esatto, un tumulto scoppiato a Milano e del comportamento delle parti contrapposte dei dominatori e dei dominati: la folla inferocita a causa della carestia, ha prima dato l’assalto ad un panificio, poi sempre più infuriata, si è recata nel palazzo del vicario di provvisione che si occupa, appunto dell’annona, e sta per assalirlo mentre questi si nasconde, arriva il sostituto del governatore spagnolo, Antonio Ferrer, che è benvoluto dalla folla perché aveva fatto diminuire il prezzo del pane, provvedimento che non era certo servito a risolvere la crisi economica esistente a Milano, ma che lo aveva reso molto popolare. La folla infatti si aspettava da lui un atto di giustizia. Il Manzoni sembra condannare contemporaneamente tanto la disonestà e l’astuzia di Ferrer, quanto la stoltezza dei popolani che si illudono che l’autorità si possa mettere alle porte del popolo. È qui l’aristocratico intellettuale che parla e che non può non descrivere con ironia sia il tumulto che l’intervento di Ferrer. Si sente sempre sebbene stemperata nell’ironia, l’amara convinzione manzoniana che le azioni degli uomini o sono stolte o deprecabili (la violenza delle masse) o astute o disoneste (l’abilità del Ferrer nell’informare la folla). Uno dei meccanismi più riusciti è quello del discorso di Ferrer che usa l’italiano per convincere e ingannare il popolo, e lo spagnolo per dire la verità: il linguaggio del potere è quasi sempre ambiguo e oscuro per poter meglio mentire. 06/03/2026 E adesso parliamo di “Fra Cristoforo” Come parli frate?… Renzo e Lucia saputo che il divieto della celebrazione del loro matrimonio è stato imposto da Don Rodrigo: Il prepotente signorotto del luogo, chiedono consiglio ed aiuto a fra Cristoforo, del vicino convento di Pescarenico. Il frate coraggiosamente decide di recarsi da don Rodrigo, per convincelo a desistere alla capricciosa passione concepita per Lucia, ma il colloquio fra i due è tempestoso e vano. Nei due si contrappone il “bene e il male”: L’uno incarna l’umiltà cristiana, la fede, gli ideali di giustizia, l’altro il sopruso, la sicurezza dell’impunità, il piacere dell’arbitrio. Il frate riconosce una sola potenza: quella di Dio, l’uomo è esaltato dall’idea che la potenza sia misurabile con la capacità di sottomettere i deboli con la violenza. Tuttavia in questo scontro tra bene e male, Manzoni vede anche nel malvagio la possibilità di redimersi; infatti don Rodrigo prova un certo turbamento ai richiami del frate, e addirittura ha paura quando sta per fare la sua profezia. Fine Come ho già scritto la parte che parla di Don Abbondio la troverete nel primo articolo di “Letteratura antica e moderna”. Ciao. Elena L. Marco Grazie Zia mi hai salvato un’altra volta.
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