PER I BAMBINI QUATTRO

24/04/2026

 

 

LA BELLEZZA DEL CREATO

 

La bellezza del creato che ammalia la terra è ancora capace di commuovere.  Tutti i narratori ne hanno parlato,  quanto vorrei che fosse una bellezza indistruttibile!  Purtroppo da sempre dobbiamo imparare a difenderla,  ad averne più cura.  Molti attentati sono stati compiuti per distruggere i paesaggi della nostra terra madre:  sono stati abbattuti alberi,  sono state inalzate orribili costruzioni che deturpano la visione della bellezza divina  rubando gli spazi verdi per gli schiamzzi felici dei bambini.  Il mare ha pietà dell’uomo che continua ad inquinarlo e non vede la bellezza che esprime!  Certe creature umane sono aperte solo al disperato bisogno senza peovare nulla di ciò che  esprime la natura !  Prati smaltati di fiori,  acque gioiose che riflettono l’azzurro del cielo;  i tappeti d’erba carezzati dall’alito gaio del vento! Il profumo immortale delle violette,  le querce verdi e secolari;  i pini dalla chioma ad ombrello tipicamente caratteristici della flora mediterranea e i cipressi eleganti e altezzosi che fanno da cornice ai monti e alle riviere Italiane,  come i grandi ulivi,  e le cascate del lago di Garda,  le cascate sulle montagne da nord a sud,  che nelle giornate di sole brillano come le stelle nella notte. Il senso misterioso e suggestivo  di tutto questo va cercato in un aspetto speciale,  infinitamente gioioso,  che ha la sua casa e la sua strada;  il filo invisibile che lega la terra al mare e al Cielo! Quanto ho sognato questo senso pittoresco ma reale!  Non importa come e non importa dove,  ma trovarla ci dona il senso della giovinezza perenne che accompagna i nostri anni più dolci. Osserviamola sempre.

E. Lasagna

 

07/05/2026

Ho una poesia di Giacomo Leopardi per i bambini da otto ai tredici anni circa.

 

ODI MELISSO   (Lo spavento notturno)

 

Odi,  Melisso:  io vo’

contarti un sogno di questa notte, che

mi torna a mente in riveder la luna.  Io

me ne stavo alla finestra che risponde

al prato, guardando in alto: ed ecco

all’improvviso distaccasi la luna: e mi

parea chw quanto nel cader s’approssimava,

tanto crescesse al guardo;  infin che venne

a dar di colpo in mezzo al prato;  ed era

grande quanto una secchia,  e di scintille vomitava

una nebbia,  che stridea sì forte come quando

un carbon vivo nell’acqua immergi e spegni.

Anzi a quel modo la luna,  come ho detto,

in mezzo al prato si spegneva annerando a

poco a poco,  e ne fumava l’erba intorno

intorno.  Allor mirando in ciel,  vidi rimaso

come un barlume,  o un’orma,  anzi una

nicchia ond’ella fosse svelta;  in cotal guisa,

ch’io n’agghiacciava;  e ancora non

m’assicuro.

Melisso

E ben hai che temer,  che agevol cosa

fora cader la luna in sul tuo campo.

 

Alceta

Chi sà? Non veggiam noi spesso di state

cader le stelle?

Melisso

Egli ci ha tante stelle,

che picciol danno è cader l’una o l’altra

di loro,  e mille rimaner,  Ma sola ha questa

luna in ciel,  che da nessuno cader fu vista

mai se non in sogno.

Spiegazione

 

Sembra che il poeta abbia voluto descrivere in questa poesia un sogno fatto da lui stesso.  È un dialogo tra due pastori:  Alceta e Melisso.   Alceta racconta di aver veduto in sogno la luna staccarsi dal cielo,  farsi sempre più grande e cadere infine in mezzo al prato e a poco a poco spegnersi,  come un tizzone acceso ed immerso nell’acqua,  mentre in cielo restava una specie di nicchia nel punto in cui si era distaccata.  Tale era stato lo spavento provato da Alceta che,  al solo ricordo,  egli si sentiva ancora agghiacciare dalla paura.  Ma Melisso bonariamente lo prende in giro e gli fa riflettere come il suo sia stato solo un sogno,  e che non potrà mai tramutarsi in realtà.

 

Questa poesia del Leopardi è tratta dai canti.  Ovviamente questo è solo un sogno,  la luna non cade mai.  Ma in cielo gli angeli possono arrivare sulla terra:  sono bianchi o dorati,  piccoli o enormi, ma non ci fanno del male,  anzi portano solo bene e forza,  ci regalano vitalità.

E. Lasagna

18/05/2026

Cari bambini,  ogi vi presento una delicata leggenda di Costantino nigra,  poeta dell’ottocento.  Nacque a Villacastelnuovo Piemonte;  fu segratario di Massimo D’Azalio prima e poi di Camillo Cavur che gli affidò molte e delicate mansioni.

 

LA CASA DI NAZARETH

Presso la cuna del Figliol divino

sta filando la Vergin Benedetta,

a San Giuseppe con in man l’accetta

acconcia il tronco di un reciso pino.

Ma nel tepor primaverile è sceso il sonno

sulla casa pia; caduto è il fuso ai piedi di Maria,

dorme Giuseppe sulla panca steso.

E il piccolo Gesù si leva,  e il fuso raccoglie

e fila.  Ma com’ei lo tocca,  l’arida lana in fila

d’oro fuso.  Poi con la pialla il duro albero monda;

come virginei ricci in torti giri, o nastri pinti nei

color dell’Iri,  la ghirlanda dei truccioli il circonda.

Gli Arcangeli in immensa teoria e i fiammeggianti

cherubili in coro,  miran cantando l’umile lavoro

delle mani del figlio di Maria.  Ma dei celesti messi,

ecco,  la voce si muta in pianto,  e si racchiudon

l’ale,  poiché in man dell’arteficie immortale

l’albero ad un tratto s’è foggiato in croce.

PROSA

Questa dolce leggenda narra di un giorno di primavera,  il caldo invita il sonno.  Giuseppe abbandona l’accetta e si addormenta sulla panca,  mentre Maria lascia cadere il fuso e chiude gli occhi.  Allora il piccolo Gesù che riposava tranquillo nella sua culla,  si alza,  raccoglie il fuso e si mette a filare:  Ma il fuso,  appena Egli lo tocca, diventa d’argento e la lana si trasforma in oro.  Poi prende l’accetta e continua il lavoro di Giuseppe,  i truccioli che escono dalla pialla,  assumono tutti i colori dell’arcobaleno e si trasformano in una ghirlanda.  Gli Angeli scesi dal Cielo ad ammirare il lavoro di Gesù,  cantano in suo onore,  ma ,  ad un tratto, il loro canto si muta in pianto e nascondono il volto nelle ali,  perché l’albero,  che Gesù lavorava,  ha preso la forma di una croce.

E.  Lasagna

26/05/2026

 

Oggi vi detto una poesia di Nicola Vernieri,  nato ad Albanella in provincia di Salerno.  Il poeta osservando la natura deduce che gli elementi della natura sono per lui i servitori che Dio ha concesso all’uomo.  Ecco il vento che con la sua forza porta le provviste per il freddo le foglie da bruciare nel caminetto,  poi spazza,  spolvera; poi ecco il sole che rende più luminosa e accogliente la casa;  poi ecco la luna che lascia filtrare i suio pallidi raggi nella stanza da letto  e innalza il pensiero degli uomini a Dio.  La poesia dice così:

I MIEI SERVI

Il primo è il vento,  che mi fischia all’alba

dalla toppa dell’uscio,   e tiene a bada

uno stuolo di foglie di vitalba

che ogni giorno mi porta sulla strada.

Irrompe dentro,  porta la provvista al focolare

dopo fruga,  annasa, sbatacchia imposte,

spolvera, rovista,  e spazza così tutta la casa.

Secondo servo è il sol,  con l’oro in grembo

che mi lustra la porta e me l’abbella,  che si fa

specchio al muro,  e di un lembo di un suo

fascio di luce m’ammantella;  mentre l’ombra

sua tacita compagna,  mi regge ai piedi quel

mantello d’oro, ed umile e fedele,

m’accompagna,  dividendo con me

l’ozio e il lavoro.

05/06/2026

 

IL MIO POSTO

Un volo di rondini echeggia!

È ancora primavera.  Il lago trema…

 spumeggia la fresca onda mattutina.

Il sole ritarda,  ma dalla chiesa le lmpide

campane suonano a festa. I primi raggi brillano

sull’erba tenera della mattina.  Nel

castello sui monti a mezzogiorno i bimbi

giocano tutt’intorno;  sull’altura dolce e forte

risplende il paese all’ombra della notte.

O Cielo tu mi conosci amo la gente,  la

primavera,  il mio rifugio

è il bosco e la riviera.

 

E. Lasagna 05/06/2026

15/06/2026

Questa storiella me la raccontarono tempo fa,  si chiama:  IL DESINARE  ALL’OSTERIA.

Il mio commento:  Che strano modo di fare le porzioni a tavola ha quest’ospite,  che pigliamper sé la parte migliore e più abbondante.  Gesù non ci insegna così:  prima vengono tutti gli altri e poi se rimane a se stessi.

 

Un giovane si fermò a un’osteria e fu invitato a sedere a mensa col padrone,  sua moglie,  due figli e due figlie.  Sulla tavola erano posti cinque piccioni e un pollo,  e il giovane venne pregato di tagliarli e servirli.  Egli divise un piccione tra i due figli,  un altro piccione tra le due figlie,  un terzo piccione fra il padrone e sua moglie e tenne i due ultimi per sé.  L’oste fu sorpreso da quel metodo di distribuzione.  Tuttavia,  quando i piccioni furoni finiti,  egli chiese al giovane di tagliare e distribuire anche il pollo.  Il giovane accondiscese:  diede la testa al padrone e a sua moglie, una coscia a ciascuno dei due figli,  un ala a ciascuna delle figlie e tenne il tronco per sé.  Subito il capo di casa chiesa una spiegazione.  Ho fatto il meglio che potessi per distribuire equamentele parti rispose il giovane.  Voi vostra moglie e un piccione fate tre;  i vostri due figli e un piccione fanno tre; la vostre due figlie e un piccione fanno tre;  io e due piccioni facciamo tre.  Quanto al pollo,  io ho dato la testa a voi e a vostra moglie perché voi siete i capi della famiglia;  ho dato le gambe ai vostri figli,  perché essi sono i sostegni della famiglia;  ho dato le ali alle vostre figliole perché esse si mariteranno e voleranno via dalla casa;  io poi mi sono tenuto il tronco del pollo perché esso assomiglia a un bastimento col batimento io venni qui e col bastimento  ripartirò.