LETTERATURA ANTICA E MODERNA TRE

23/02/2026

 

Oggi ho una poesia di San Francesco d’Assisi.

SAN  FRANCESCO E  IL  LEBBROSO.

Di A.  Silvio Novaro

 

Svogliatamente al caval diè di spone

Francesco figlio di ser Bernardone

e uscì d’Assisi tacito e soletto,  e portava un

bel manto e un bel berretto,  ma triste egli era

e non sapea perché  mentre uno sguardo al ciel

d’autunno dié.  grigio era il ciel,  grigio il momte

Appennino,  e pien di foglie secche era il cammino.

Movensi al vento quelle foglie rosse:  la sua

tristezza ei non sapea che fosse…

Or mentre il pian cavalca pensieroso,  davanti

al suo caval vede un lebbroso,  che implora

l’elemosina col volto,  rotto dal male e

contraffatto molto.  Un freddo orrore si

raduna in mezzo al cuor di cavaliere un gran

ribrezzo gli lega i polsi.  Al suo caval s’abbraccia

perché da scudo alla vista gli faccia.

 

PROSA

 

Questa poesia narra con semplicità un episodio della  giovinezza di Francesco, quando ancora non era stato toccato dalla grazia di Dio.  Francesco,  figlio di un ricco mercante Pietro Bernardone,  era uno dei giovani più ammirati e invidiati di Assisi.  Eppure nonstante la ricchezza,   e la gioventù,  non era felice ,  anzi,  provava una grande insoddisfazione di sé,  di cui non riusciva a scoprire le cause.  Ma un triste giorno d’autunno,  il tipico autunno con le foglie secche trasportate dal vento e il cielo grigio,  Francesco se ne andò col suo cavallo senza una meta e senza allegria.  Appena fuori dalla città,  improvvisamente vide un lebbroso,  col volto devastato dalla malattia,  in atto di chiedere la carità.  Che spettacolo orrendo,  e il primo impulso per Francesco è stato quello di fuggire e di abbracciare più stretto il cavallo,   perché gli nascondesse la vista del povero malato.  Ma nel suo cuore nacque un sentimento di pietà:  scese da cavallo e trasse dalla sua borsa un fiorino d’oro e lo donò con gesto fraterno al lebbroso.  Poi non contento della carità che aveva compiuto volle baciargli tre volte la mano,  augurandogli la pace.  Poi montò a cavallo e nel partire si voltò per dargli ancora il saluto,  ma il lebbroso non c’era più.  Al suo posto c’erauna rosa che mandava un soave profumo e Francesco sentì il suo cuore sgombro di tristezza,   e pieno di allegria e di amore.

25/02/202

Domenica Annalisa mi ha detto che il prof. di Italiano di Marco si lamenta perché certi ragazzi non sono capaci di capire le prose e i riassunti.  Se devono fare una relazione non centrano il nocciolo ma prendono un frammento e girano intorno a quello.  Com’è possiile che ragazzi che il prossimo anno devono andare all’università siano così scarsi in Italiano.  Il prof. non è all’antica,  ma è un giusto:  ha quantaquattro anni.  Comunque lui mi dice che le dovrai fare così come le fai tu e non cambiare perché loro non sono capaci. Sai cosa ti dico?  Che meno fanno e meno farebbero con la loro testa,  ma quelli bravi non si lamentano.  Questa non è modernità,  ma incapacità!

Elena  Se gli lasciano usare l’intelligenza Artificiale sempre ,  per forza il loro cervello si aggrappa dove può.  Fra non molti anni avremo tutti dei ragazzi in deficit ,  cioè non in grado di capire le questioni principali di ciò che vuole dire un argomento  e non centrare il nocciolo di tutta la poesia e andare avanti per questa strada;  che serve anche per imparare a scrivere.  Comunque io lunedì ne ho fatta solo una,  oggi ti farò il resto e potrai venire a prenderle già dal pomeriggio verso le quattro  O le cinque. È come andare in aereo ed attaccarsi solo ad un’ala.

 

Oggi presento uno scrittore poeta indimenticabile di chi ama la buona letteratura:  Cesare Pavese in “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”. (Dedicata al mondo)

 

VERRÁ LA MORTE E AVRÁ I TUOI OCCHI

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi,  questa

morte che ci accompagna dal matino alla

sera,  insonne,  sorda,  come un vecchio rimorso

o un vizio assurdo.  I tuoi occhi saranno una

vana parola,  un grido taciuto,  un silenzio.

Così li vedi ogni mattina quando su te sola ti

pieghi nello specchio.  O c ara speranza,  quel

giorno supremo anche noi che sei la vita e sei il

nulla.  Per tutti la morte ha uno sguardo.  Verrà

la morte e avrà i tuoi occhi.  Sarà come

smettere un vizio,  come vedere nello specchio

riemergere un viso morto,  come ascoltare

un labbro chiuso.  Scenderemo nel gorgo muti.

 

PROSA

 

Ho letto tutto di Pavese C.  :  poesie,  racconti,  saggi, ecc.  Questa persona così intelligente, sapiente, e tante qualità ancora,  ha sofferto molto la solitudine dell’uomo colto e alla ricerca di comunicazione con gli altri:  compagni di lavoro,  compagni di lotta e di donne amate a metà.  Ma egli non riuscì mai a vivere la sua vita con pienezza nel rapporto con gli altri:  era l’eterno incompreso.  L’impossibilità di comunicare con il mondo circostante,  lo portarono fatalmente a confessare il prorprio fallimento,  Egli non era capito perché era molto al di sopra delle righe;  questo lo portò alla morte.  Il suo suicidio non fu un suicidio improvviso dato da un colpo di testa,  ma un volontario distacco da un’esistenza che non gli apparteneva più.  Non aveva fede cristiana e spesso si abbandonava al vizio.  Nel 1937 aveva scritto:  Non riesco a pensare alla morte senza tremare a questa  idea:  verrà la morte necessariamente per cause ordinarie,  preparata da tutta una vita,  tant’è vero che sarà avvenuta.  Sarà un fatto naturale come il cadere di una pioggia.  E a questo non mi rassegno dece il poeta,  perché non si cerca la morte volontaria,  che sia affermazione di libera scelta,  che esprima qualcosa?  Invece di lasciarsi morire?  Perché?  Per questo.  Si rimanda sempre la decisione sapendo,  sperando,  che un altro giorno,  un altra  ora di vita  potrebbero essere affermazione,  espressione di ulteriore volontà che scegliendo la morte escluderemmo.  Perché insomma parlo di me,  dice il poeta,  si pensa che ci sarà sempre tempo.  E verrà il giorno della morte naturale.  E avremmo perso La grande occasione di fare per una ragione,  l’atto più importante di tutta una vita.

Elena L.

Oggi ho un’altra volta la prosa della casa dei doganieri di Eugenio Montale;  dicono che la prima è andata smarrita.  Come può essere.

LA CASA DEI DOGANIERI

Tu non ricordi la casa dei doganieri sul rialzo

a strapiombo sulla scogliera: desolata t’attende dalla

sera in cui vi entrò lo sciame dei tuoi pensieri e vi

sostò  irrequito.  Libeccio sferza da anni le vecchie

mura,  e il suono del tuo riso non è più lieto.  La

bussola va impazzita all’avventura,  e il calcolo

dei dadi più non torna .  Tu non ricordi;  altro

tempo frastorna  al tua memoria;  un filo s’addipana.

Ne tengo ancora un capo;  ma tu resti sola,  né qui

respiri nell’oscurità.  Oh l’orizzonte in fuga,  dove

s’accende rara la luce della petroliera!  Il varco è qui?

Ripullula il frangente ancora sulla balza che

scoscende…  Tu non ricordi la casa di questa mia sera.

Ed io non so chi va e chi resta.

PROSA

 

Questa poesia è concordemente considerata una delle più belle non solo di E. Montale ma di tutti gli altri poeti contemporanei.  La tristezza e la nostalgia di un amore perduto ha ispirato il poeta questa poesia piena di sogni e rimpianti.  Egli ricorda la vecchia casa dei doganieri,  dove un tempo fu il punto d’incontro con la donna amata. Gli appare desolata dalla sera in cui si spezzò l’idillio e ne prova grande amarezza.  Il vento sferza da anni le vecchie mura della casa,  e il ricordo del viso dolce di lei  risuona nel suo animo triste.  Il tempo passa inesorabile,  e quella sorte che lui sogna non si avvera;  perché lei non c’è più e non sa se si ricorderà ancora di lui.  Egli ricorda di quando si incontravano,  un filo che non si ricongiunge più,non cè più empatia:  lei è lontana in tutti i sensi,  dal suo cuore e dai suoi occhi.  E così si allontana sempre di più il ricordo perché il tempo che passa gli toglie igni speranza.  L’orizzante sta scomparendo con la rara luce della petroliera (allora non si vedeva spesso quella luce)  e il poeta immagina di uscire dal sogno ricollegandosi alla realtà.  Lascia la casa che con tanto rimpianto ha voluto ricordare;  e non sa se ci saranno altri come lui (cioè lei) a ricordare la casa dei doganieri.

Elena L.

27/02/2026

Oggi ho un riassunto del romanzo di A. Josef Cronin,  grande scrittore contemporaneo,  intelligente con una personalità un po’ lunatica,  ma meraviglioso ugualmente perché si dice che quando non era in uno stato d’ ansia o nervosismo lui fosse una persona adorabile;  io non l’ho conosciuto.

LA MISSIONE DI SANT’ANDREA

Spiegazione

Padre Francesco Chrisholm,  scozzese,  riceve un giorno dal suo vescovo l’ordine di recarsi in Cina,  a Pai-tan,  dove già  qualche anno prima era stata fondata una missione cattolica.  Al suo arrivo però,  non solo trova la missione in un deplorevole stato di abbandono,  ma deve anche affrontare l’ostilità degli abitanti.  Tuttavia,  egli non si perde d’animo,  e per prendere più stretti contatti con quella gente,  apre un dispensario,  che a poco a poco viene sempre più  frequentato dai malati bisognosi di cure.  Padre Chrisholm crede  sia giunto ormai il momento di ricostruire la Missione,  non però nel luogo di prima ma sulla collina della “Verde Giada”,  dove si estendeva un magnifico spazio verde circondato da un boschetto di cedri.  Era veramente un posto meraviglioso per innalzare un monumento al Signore!   Ma il proprietario del terreno,  un giudice di nome Pao,  membro della corporazione dei mercanti e dei magistrati che controllano gli affari della città,  rifiuta di vendere la sua proprietà.  Eppure la provvidenza divina  ha stabilito che proprio su quel terreno venga fondata la missione cattolica.    Padre Francesco Chrisholm,  mostrò quel documento che gli rilasciò il signor Cià per ricompensare il padre di avergli salvato il suo piccolo di sei anni,  dall’infezione mortale:  Padre Francesco anche se non aveva mai operato nessuno quel giorno si fece coraggio e prese l’iniziativa molto importante per la sua vita perché per il bambino era questione di vita o di morte.  Padre Francesco allora non credette ai suoi occhi,  perché durante l’operazione il padre del bambino si mostrava indiffidente e ingrato.  Se il piccolo Yu era vivo lo doveva soltanto a padre Francesco e alle sue preghiere.  Ma siccome il signor Cià era parente e stretto collaboratore del signor Pao,  quest’ultimo non fu informato della donazione che Cià consegnò a padre Chrisholm e così ci fu una disputa poco gradevole per il sacerdote che aveva già rinunciato a quel terreno.  Ma cosa sia successo poi veramente fra loro resterà sempre un enigma,  perché il fato o Dio volle che padre Chrisholm avesse la sua missione proprio in quel’appezzamento di terreno e la chiamò  “La missione di Sat’Andrea:  comprendeva la chiesa incorniciata tra i cedri,  la sua casa di mattoni rossi, la piccola scuola,  il fornito ambulatorio e un grazioso giardino, ricco di piante e di fiori. La mano del Signore arriva ovunque…

Elena L.

 

 

LETTERATURA ANTICA E MODERNA DUE

11/02/2026

Questa era la dimora del poeta Gabriele D’annunzio.  Ora diventata museo pubblico a Gardone Riviera (sul lago di Garda)

 

Elena  Oggi è stata una giornata molto impegnativa;  ringrazio di cuore Il dott. Robert,  Linda,  Alessandro e Federica.

12/02/2026

Elena  Sì,  entro oggi vi preparerò la prosa di un’altra poesia di S. Quasimodo.

“Lettera alla madre”.

“Mater dulcissima,  ora scendono le nebbie,  il Naviglio urta confusamente contro le dighe,  gli alberi si gonfiano d’acqua,  bruciano di neve.  Non sono triste nel nord,  non sono in pace con me,  ma non aspetto il perdono da nessuno;  molti mi devono lacrime da uomo a uomo.  So che non stai bene, che vivi,  come tutte le madri dei poeti povera e giusta nella misura d’amore per i figli lontani.  Oggi sono io che ti scrivo ” Finalmente dirai,  due parole di quel ragazzo che fuggì di notte,  con un mantello corto e alcuni versi in tasca.  Povero,  così pronto di cuore,  lo uccideranno un giorno in qualche luogo.  “Certo,  ricordo fin da quel grigio scalo di treni lenti che portavano mandorle, e  fichi alla foce dell’Imera,  il fiume pieno di gazze  di sole e di eucaliptus.  Ma ora ti ringrazio,  questo voglio, dell’ironia che hai messo sul mio labbro mita come la tua.  Quel sorriso mi ha salvato da pianti e da dolori;  e non importa se ora ho qualche lascrima per te,  per tutti quelli come te che aspettano e non sanno che cosa.  Oh gentile morte,  non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro,  tutta la mia infanzia è passata sullo smalto del suo quadrante,  su quei fiori dipinti :  non toccare le mani e il cuore dei vecchi!  Ma forse qualcuno risponde?  Oh morte di pietà,  morte di pudore!  Addio cara,  addio mia dulcissima mater.

 

PROSA

Spinto dall’angoscia per la madre malata,  il poeta decide di rispondere  ad una delle sue lettere.  Inizia parlando del paese in cui vive,  delle nebbie del nord,  del fiume burrascoso,   degli alberi sbiancati dalla neve e spezzati dal gelo.  Nonostante questi scenari diversi dal paese in cui viveva da piccolo fino alla sua maggiore età,  dice che non è triste nel nord,  ma non è in pace con se stesso.  Molti gli devono lacrime da uomo a uomo,  per i torti subiti e l’amarezza a causa di chi non l’ha capito.  Ma non si aspetta che nessuno gli porga le scuse;  l’uomo così inorgoglito e superbo,  non si abbasserà mai a chiedere scusa a un poeta squattrinato.  Poi il pensiero va alla madre,  si rammarica per non averle scritto prima e per non essere diventato ricco ,e  di non averle dato una vita più dignitosa. Lei che ha vissuto solo per i figli lontani.  Poi il poeta immagina che lei risponda alle sue parole:  e con un lampo di gioia negli occhi ricorderà quel ragazzo  che tanto tempo fa se ne andò di casa con pochi spiccioli e qualche verso in tasca.  Lei preoccupata perché aveva paura che in quel mondo a lui sconosciuto si trovasse  male e anche nei guai,  per il suo buon cuore e per la sua ingenuità.  Ora lui la ringrazia per avergli insegnato l’ironia come difesa.  Poi si sente addolorato e non vorrebbe che morisse senza che prima possa leggere la sua lettera.  Egli implora la sorte perché l’orologio del tempo non smetta di andare avanti,  ricordandosi del vecchio orologio appeso al muro della sua cucina e cerca di capire pregando,  se Iddio gli dà una risposta,  ma forse con la sua poca fede non riesce a sentire la sua voce o il suo pensiero,  e  rassegnato dice:  la morte a volte ci toglie dalle ingiustizie e dalla sofferenza che la vita ci assegna;  e la saluta con un ultimo addio:  “addio  cara,  addio mia dulcissima mater”.

 

Annalisa  Ma questa prosa fa rabbrividire tanto è commovente;  è bellissima!  Perché non fai la prosa anche della tua poesia che hai dedicato a tua madre?  “Canto alla madre”?

Elena  Taci, taci,  che la dovevo fare l’anno scorso poi ho portato avanti e se non facciamo rumore andiamo avanti ancora.

16/02/2026

SANTA MARIA DEGLI ANGELI

Di Giosuè Carducci

Frate Francesco,  quanto d’aere abbarccia

questa cupola bella del Vignola, dove incrociando

a l’agonia le braccia,  nudo giacesti sulla terra sola!

E luglio ferve e di canto d’amor vola,  nel pian

laborioso.  Oh che una traccia  diami il canto

umbro de la tua parola,  l’umbro cielo mi dà de

la tua faccia!  Su l’orizzonte del montan paese

nel mite solitario alto splendore,  qual del tuo

paradiso in su le porte,  ti vegga io dritto con le

braccia tese cantando a Dio.  Laudato sia,

Signore per nostra corporal  sorella morte!

PROSA

Nel luglio del 1877 ilCarducci andò a Perugia come commissario per gli esami di maturità classica.  Di lì si recò a visitare Assisi e così ne scrisse al suo amico G. Chiarini: ” sono ad Assisi” :  è una gran bella cosa,  paese,  santuario e città,  per chi intende la natura e l’arte,  nei loro accordi con la storia,  con la fantasia con gli affetti degli uomini.  (Sono tentato dice il poeta di fare alcune poesie su San Franceso)”.  Ma in realtà gli venne fuori solo questa bella poesia intitolata “Santa Maria degli Angeli”,  che gli fu ispirata dalla visita alla basilica costruita nel luogo dove San Francesco morì.  Il poeta contemplando la bella cupola del Vignola (L’architetto Jacopo Barozzi,  detto il Vignola perché nacque a Vignola prov.  di Modena)  vorrebbe veder profilarsi,  sullo sfondo dei monti,  la figura del Santo,  in atto di preghiera,  mentre eleva a Dio il suo canto di lode e d’amore,  che si diffonde nella serenità del paesaggo umbro.

Elena  L.

17/02/2026

Oggi presento su richiesta un’altra poesia di Giosuè Carducci:  “Pianto Antico”. E la mia prosa.

PIANTO  ANTICO

L’albero a cui tendevi la pargoletta mano

il verde melograno da’ i bei vermigli fior

nel muto orto solingo,  rinverdì tutto or ora,

e giugno la ristora di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta,  percossa e inaridita

tu dell’inutil vita,  estremo unico fior,

sei nella terra fredda,  sei nella terra negra;

né il sol più ti rallegra,  né ti risveglia amor.

 

PROSA

 

Pianto Antico,  perche?  Perché è antico come la vita è il dolore umano che colpisce l’uomo per la perdita di una persona cara;  e perciò il Poeta chiama “Antico”il suo pianto per la morte del suo unico figlioletto  Dante.  Il dolore del Carducci fu straziante,  ma quando egli compose questa poesia,  un anno dopo la morte del piccolo,  esso si era come trasfigurato nella contemplazione virile di una legge universale.  La natura riforisce ogni anno a primavera,  e gode della luce e del calore del sole;  l’uomo invece quando la morte l’ha colpito,  non rifiorisce più  (questo è secondo lui)  E qui si nota che al poeta manca il conforto della fede cristiana nella vita futura,  e perciò il suo dolore,  pur così misurato,  è sconsolato e tragico.

Elena  L.

18/02/2026

Elena  Ancora G. Carducci a richiesta gentile

 

NELL’ANNUALE ‘ DELLA FONDAZIONE DI ROMA

 

Te redimito di fior purpurei,  april te vide su ‘ l

colle emergere, dal solco di Romolo torva

riguardante su i selvaggi piani;  te dopo tanta forza

di secoli ;  aprile irraggia, sublime,  massima,  e

il sole e l’Italia saluta,  Te ,  flora di nostra gente,

  o Roma.  Se al Campidoglio non più la

vergine tacita sale dietro il Pontefice

né più pèr Via Sacra,  il trionfo piega i quattro

candidi cavalli,  questa del Foro la tua solitudine

ogni rumore vince, ogni gloria;  e tutto che al mondo è

civile,  grande Augusto,  egli è romano ancora.

Salve Dea Roma!  Chi disconosciti cerchiato,  ha il senso

di fredda tenebra,  e a lui nel reo cuore germoglia

torbida la selva di barbarie.  Salve dea Roma! Chinato

ai ruderi del Foro,  io seguo con dolci lacrime e adoro i

tuoi sparsi vestigi,  patria,  diva santa genitrice.

Son cittadino per te d’Italia,  per te poeta,  madre dei

popoli  che desti il tuo spirito al mondo,  che Italia

improntasti di tua gloria.  Ecco a te questa,  che tu di

libere genti facesti,  come uon,  Italia,  ritorna,  e

s’abbraccia al tuo petto,  affisa ne i tuo in d’aquila occhi

E tu dal colle fatal pe’l tacito Foro le braccia porgi

marmoree,  alla figlia liberatrice additando le colonne

archi e gli archi:  gli archi che nuovi trionfi aspettano

non più di tegi,  non più di cesari,  e non di catene

attorcenti braccia umane su gli eburnei carri,  ma il

tuo trionfo popol d’Italia,  su l’età nera,  su l’età

barbara su i mostri onde tu con serena giustizia

farai franche le genti.  O Italia  O Roma!  Quel giorno

placido tonerà il cielo su’l Foro e i cantici di gloria

di gloria,  di gloria correran per l’infinito azzurro.

PROSA

Tra le molte poesie del Carducci che evocano il passato,  quelle ispirate dalla storia,  dal significato,  dal mito di Roma sono le più alte e potenti.  A Roma il poeta pensa con gratitudine commossa,  con slanci di passione,  con veri gridi dell’anima,  o che la saluti nell’Annuale della sua fondazione come “Flora di nostra gente”,  o che l’ammiri dall’alto del Gianicolo,  simile a una nave immensa lanciata per l'”Impero del mondo” o che rammenti le rovine imponenti delle terme di Caracalla e invochi la febbre per mantenere in sacro silenzio quella solitudine”.  Era il 21 aprile del 753 quando Romolo tracciò il solco della città quadrata;  oggi,  dopo tanti secoli,  Roma è ancora illuminata dal sole di aprile e l’Italia la saluta come la primavera della nstra gente.  Che importanza ha se i consoli non salgono più al Campidoglio per celebrare il loro trionfo?  Roma è grande anche nella solitudine,  e chi non riconosce la missione che essa ha esercitato nel mondo civile è un barbaro.  Il poeta ,  chino sui ruderi del Foro,  venera i segni dell’antico splendore e immagina che in futuro sul Palatino si celebrerà un nuovo trionfo,  quello del popolo italiano,  rinato a nuova vita,  sulle tenebre delle barbarie.  Quello pensa il Carducci,  che sarà un nuovo giorno di gloria per l’Italia e per Roma.

Elena L.

19/02/2026

Elena  Finalmente una poesia e poeta che mi piacciono molto.  Eugenio Montale in “Maestrale”.

MAESTRALE

S’è rifatta la calma nell’aria:  tra gli scogli

parlotta la maremma.  Sulla costa quietata nei

broli, qualche palma a pena svetta.  Una carezza

disfiorala linea del mare e la scompiglia un attimo

soffio lieve che vi si infrange e ancora il cammino

ripiglia.  Lameggia nella chiaria e vasta distesa,

s’increspa indi si spiana beata,  e specchia nel suo

cuore vasto,  codesta povera mia vita turbata.

O mio tronco che additi,  in questa ebrietudine

tarda,  ogni rinato aspetto coi tuoi raccolti diti

protesi in alto,  guarda:  sotto l’azzurro fitto

del cielo,  qualche uccello di mare se ne va; né sosta

che su tutte le cose pare sia scritto:  “più in là”.

PROSA

Il poeta paragona la sua vita al mare,  il quale come lui,  è fatto di tempeste e di calme. Si sente triste il poeta,  dentro di sé c’è un vuoto:  forse un vuoto d’amore,  ma poi guardando il paesaggio e i giardini (I broli sono i giardini) egli si sente più sollevato e dimentica per un attimo la sua tristezza.  E così anche il mare è tornato tranquillo dopo la lotta con il vento impetuoso:  soltanto qualche albero svetta lievemente e qualche piccola onda s’infrange sulla costa.  Il mare è freddo come l’acciaio,  e come in uno specchio si riflette la vita del poeta,  che nel vedere un uccello volare verso il mare,  incita se stesso  ad andare oltre,  sempre più lontano.

Elena L.

20/02/2026

Oggi invece abbiamo ancora una poesia di Salvatore Quasimodo: “Finita è la notte”.

FINITA È LA NOTTE

 

Finita è la notte,  e la luna si scioglie

lenta nel sereno,  tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra

di pianura,  i prati sono verdi, come nelle

valli del sud a primavera.

Ho lasciato i compagni,  ho nascosto il cuore

dentro le vecchie mura,  per restare solo

a ricordarti.  Come sei più lontana della

luna,  ora che sale il gorno,  e sulle pietre

batte il ferro dei cavalli.

 

PROSA

Il poeta dalla sua lontana Siracusa si è trasferito in Lombardia.  È settembre e le pianure lombarde brillano di vegetazione,  come in primavera le valli meridionali.  Una notte egli prova il desiderio di essere solo con il suo cuore,  e lasciati i compagni,  si chiude in una casa per ricordare,  e pensa con struggente nostalgia a colei che egli ama.  Passano così le ore;  la luce lunare è soppraffatta da quella dell’alba,  e a mano a mano che il giorno cresce,  e si odono i rumori della vita che si risveglia,  la figura della donna amata si allontana,  sbiadisce.  Con rammarico il poeta pensa :  è finita la notte e la vita attiva irrompe e rompe tutti i suoi sogni.

Elena L.

21/02/2026

Elena  Oggi abbamo la poetessa Ada Negri con la poesia “Fiorita di Marzo.

FIORITA DI MARZO

La fioritura vostra è troppo breve,  o

rosei peschi o gracili albicocchi nudi sotto ai

bei petali di neve.  Troppo rapido è il passo

con cui tocchi il suolo,  e al tuo passar l’erba

germoglia,  o primavera,  o gioia de’ i miei occhi.

Mentre io contemplo ferma sulla soglia dell’orto,

il mio miracolo dei fiori sbocciati sulle rame

senza foglie,  essi ne’ loro tenui colori,  tremano

già del vento alla carezza,  volan per l’aria

densa di languori,  e se ne va così la tua bellezza

come una nube,  e come un sogno muori,  o fiorita

di Marzo o giovinezza!

PROSA

Il primo apparire della primavera ogni anno,  sembra ai nostri occhi incantati un miracolo,  ma la sua durata ci ricorda la labilità di tutte le cose che come i fiori di questi frutti siano instabili.  È arrivata la primavera,  e al suo passaggio rapido l’erba germoglia,  i peschi si coprono di fiori rosa,  e gli albicocchi di fiori bianchi.  È una visione d’incanto che dà gioia agli occhi,  e la poetessa si ferma sulla soglia dell’orto per ammirare,  ma è altrettanto triste dentro perché questa fioritura è fragile,  basta un soffio di vento o una gelata notturna per distruggere tutto perché questi fiori sono sbocciati dai rami senza foglie;  come gli amori finti che non reggono più di tanto perché non ci sono le fondamenta della verità ma solo l’illusione.  E come i rami fioriti di ieri che ora sono grulli e spogli senza niente.  Troppo poco la fioritura è durata,  come la giovinezza infranta!

Elena L.

 

 

LETTERATURA ANTICA E MODERNA

04/01/2026

 

 

 Se leggerai  con passione le pagine qui

dentro, potrai provar grande emozione

ma ancora più dolce sarà l’incanto!

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MARCO     Tutte le tue prose e le tue relazioni di storia me le ha fregate il prof. di Italiano.  Adesso però avrei bisogno delle spiegazione di un capolavoro di Aessandro Manzoni “I promessi sposi”  Dai promessi sposi,  “Questo matrimonio non s’ha da fare”  Grazie!  Mille volte anche per lui.

 

Elena  Mi fa piacere.  Come abbiamo detto  il racconto non contiene  solo la descrizione dell’incontro di don Abbondio con i Bravi,  ma già anticipa i temi principali del romanzo,  e il nuovo stile di Manzoni narratore.  Egli,  fin dalle prime pagine, ci si rivela con atteggiamento bonario,  come di chi ha una più serena visione della vita,  ed è disposto a comprendere meglio i difetti degli uomini.  La figura di Don Abbondio,  già appare in una luce tutta negativa,  eppure c’è nel narratore,   con lo sdegno di chi,  riferendosi ad astratti principi di bene assoluto,  condanna chi lo trasgredisce,  bensì,  la convinzione che la viltà di Don Abbondio che lo fa venir meno ai propri doveri sia anche determinata dalla condizione storico-sociale.  Ecco infatti che Manzoni ci descrive la società del seicento,  società corrotta,  dove il potere ha sempre la meglio,  perché la giustizia viene amministrata dall ‘aristocrazia e questa,  non curandosi delle leggi,  che pare siano numerosissime e non tralasciano di stabilire pene severissime per ogni colpa,  tende solo a difendere i propri privilegi di classe.  Ecco dunque una società in cui ogni individuo tende ad associarsi ad altri,  per potersi difendere e poter a sua volta esercitare,  impunito ,  delle prepotenze.  Alla luce di queste considerazioni,   le colpe di Don Abbondio vengono considerate con benevolenza,  perché il povero curato conosce bene le leggi della società,  e sa che è meglio inchinarsi ai potenti;  di conseguenza egli ha impostato tutta la sua vita all’insegna della sottomissione al più forte.

Emerge una figura meschina,  senza dubbio,  un carattere ambiguo e servile,  che tende sempre a scaricare sugli altri le responsabilità;  che non assume posizioni a favore dei più deboli,  che solo contro questi sa essere forte, che aspira,  ad onta del suo sacerdozio,  ad una vita tranquilla e comoda.  Eppure si ha l’impressione che don Abbondio sia,  come altri,  vittima delle iniquità e delle sopraffazioni di quel periodo storico che va sotto il nome di “Dominazione spagnola”.

Elena L.

Marco  Grazie zietta ti amo.

05/02/2026

Elena  Come mi hai chiesto ieri sera,  ho già preparato la prosa di  “Rio Salto”,   (un’altra poesia del Pascoli.)

RIO SALTO  (prosa)

Questa poesia descrive un sogno ad occhi aperti,  Rio Salto è il ruscello che scorreva vicino alla sua abitazione. Piove a dirotto, e il rumore dell’acqua che batte contro la grondaia della sua casa,  suscita nella fantasia del poeta,  la visione di cavalieri chiusi nelle loro corazze luccicanti (cavalli pregiati da corsa riccamente bardati,  che venivano usati dai cavalieri nei viaggi oppure nelle cerimonie),  si allontanano al galoppo verso la valle fonda, lungo le rive del Rio Salto.  Il suo fantasticare lo porta lontano,  e si bea di questo stato euforico che lo trascina verso una realtà non troppo lontana e felice.  Ma cessati i rumori del temporale,  anche le immagini fantastiche si dileguano come la luce tremolante per il vento,  andava ad offuscarsi  piano piano verso una realtà diversa ma non meno bella di allora,  appaiono i rumori abituali,  si presenta al poeta,  qual è bella anch’essa non meno di un sogno:  è quella infatti della sua terra natia e i pioppi stormiscono lungo le sponde antiche del fiume!  Questa poesia fu scritta prima della morte del padre e del fratello;  quando ancora nella sua casa si viveva un’aria di felicità,  per la famiglia riunita.

06/02/2026

Prosa della poesia di Giacomo Zanella “Il mezzogiorno in campagna”.

 

Il poeta è una grande ammiratore della natura e delle sue bellezze,  sa osservare i vari aspetti e momenti,  e ritrarne con pennello di artista infinite e delicate sfumature. In questo sonetto,  dominano nella calma meridiana della campagna,  due personaggi: il mendico e il pollo.  Essi sono ravvicinati nel comune atto istintivo di soddisfare la propria fame.  A mezzogiorno il povero si ripara dal caldo, all’ombra di un vecchio noce,  e chiede la carità alla massaia,  mentre il cane abbaia difronte allo sconosciuto.  La donna caritatevole,  lascia per un momento la sua cucina, e offre al mendico un pezzo di pane.  Il povero mangia con avidità;  ma altri due aspettano qualcosa da quel pane:  la gallina e il pollo,  il quale si allunga tutto pur di arrivare alla briciola caduta in terra.

 

La prosa e la spiegazione dell’Inno “Fratelli D’ Italia”.

Goffredo Mameli compose l’inno fratelli D’Italia in quel clima di entusiasmo e di speranza che si era diffuso anche a Genova nel settembre del 1847,  in seguito alle riforme effettuate da Pio IX nello Stato Pontificio.  L’inno musicato dal genovese Michele Novaro,  divenne ben presto così popolare che tutti i patrioti lo impararono a memoria e lo cantarono sui campi di battaglia del 1848-49.  Così scrisse Giosuè Carducci:  ” Io ero ancora fanciullo,  ma queste magiche parole,  anche senza la musica,  mi mettevano i brividi per tutte le ossa.  E anche oggi,  ripetendole,  mi si inumidiscono gli occhi”. L’inno è un ardente invito agli italiani perché si uniscano,  nella fratellanza,  nella speranza e nel ricordo delle glorie passate,  combattano contro lo straniero, che calpesta il suolo sacro della Patria.

 

L’Italia s’è desta:  si è svegliata dal torpore provocato dalla dominazione straniera.

Scippio : P.  Cornelio Scipione era il grande generale romano ,  vincitore di Annibale nella battaglia di Zama.

S’è cinta la testa:  si è circondata la testa,  indossando l’elmo per combattere.

“Le porga la chioma”: la Vittoria porga la chioma all’Italia,  perché questa possa afferrarla.

 

07/02/2026

 

Auguro a tutti un sereno e gioiso weekend.

09/02/2026

E’ pericoloso far notar troppo all’uomo quanto egli sia simile alle bestie,  senza mostrargli la sua grandezza.  È anche pericoloso mostrargli la sua grandezza senza la sua piccolezza.  È ancora più pericoloso lasciargli ignorare l’una e l’altra.  Ma è molto utile mettergli davanti l’una e l’altra.  Se egli si vanta io l’umilio,  se egli si umilia,  io lo innalzo e lo contraddico sempre finché capisca che egli è un mostro incomprensibile!  (molti uomini quando voglono qualcosa di impossibile fanno così con il loro prossimo).

Difficile indagare l’anima umana:  difficile giudicare un uomo.  A volte uomini magnanimi hanno meschinerie e talora macchie perfino inconfessabili;  mentre a volte uno spiraglio illumina di luce improvvisa anche la coscienza  più tempestosa e nera… Misteri dell’anima umana,  in cui soltanto Dio riesce a leggere.

10/02/2026

Elena   Ragazzi,  ma,  io non ho difficoltà a fare le prose di ogni genere,  però mentre ci siete,  cercate delle poesie più belle;  avrei più soddisfazione anch’io.  Non che queste siano brutte,  ma sono tristi.

EUGENIO MONTALE     “Meriggiare pallido e assorto!

 

Meriggiare pallido e assorto,

presso un rovente muro d’orto

ascoltare tra i pruni e gli sterpi

schiocchi di merli e frusii di serpi

Nelle crepe del suolo e sulla veccia

spiar di file di rosse formiche,  c’hora si rompono

ed ora s’intrecciano,  a sommo di minuscole biche

Osservare tra frondi il palpitare lontano

di scaglie di mare,  mentre si levano tremuli scricchi

di cicale dai calvi picchi.

 

PROSA

Elena L.

 

In questa poesia spicca il profondo e disperato pessimismo del poeta nei confronti della vita e del senso dell’esistenza umana.  L’angoscioso senso di vuoto che avverte chi è nato per scoprirsi sconfitto  (cioè tutta l’umanità) viene reso anche con il linguaggio scarno,  ridotto all’essenziale,  fino ad apparire oscuro.  La fatica del vivere è resa felicemente dalla struttura stilistica del componimento,  nel quale si trova un infinito di ogni periodo (meriggiare,  ascoltare, osservare,  spiare,  sentire);  ciò determina una pesante monotonia ritmica nelle notazioni del paesaggio che riempiono disordinatamente le tre quartine iniziali:  notazioni rapide e secche,  aride,  come è rapida e arida la vita dell’uomo.  E l’ultima strofa dà un senso compiuto alla premessa descrittiva:  non resta che una triste meraviglia in chi per tutta la vita è condannato a seguitare una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia.  Ne pensiero di Montale,  questa muraglia rappresenta l’impossibiltà per il poeta, e per tutti gli uomini,  di superare i limiti posti dal destino al desiderio di raggiungere l’infinito…

 

Marco  Un’altra prosa di “Salvatore Quasimodo in : “Ed è subito sera”.

Elena  Ma quante ne volete?  Ne ho già fatte cinque di questa poesia,  tutte diverse, ma ovviamente con lo stesso significato.  E vada per l’ultima.

Ed è subito sera Prosa  (sesta versione)

Questa poesia elegante,  raffinata,  esprime l’amore,  il rimpianto delle cose perdute e il tormento del dolore umano.  Elena L.