LETTERATURA ANTICA E MODERNA DUE

11/02/2026

Questa era la dimora del poeta Gabriele D’annunzio.  Ora diventata museo pubblico a Gardone Riviera (sul lago di Garda)

 

Elena  Oggi è stata una giornata molto impegnativa;  ringrazio di cuore Il dott. Robert,  Linda,  Alessandro e Federica.

12/02/2026

Elena  Sì,  entro oggi vi preparerò la prosa di un’altra poesia di S. Quasimodo.

“Lettera alla madre”.

“Mater dulcissima,  ora scendono le nebbie,  il Naviglio urta confusamente contro le dighe,  gli alberi si gonfiano d’acqua,  bruciano di neve.  Non sono triste nel nord,  non sono in pace con me,  ma non aspetto il perdono da nessuno;  molti mi devono lacrime da uomo a uomo.  So che non stai bene, che vivi,  come tutte le madri dei poeti povera e giusta nella misura d’amore per i figli lontani.  Oggi sono io che ti scrivo ” Finalmente dirai,  due parole di quel ragazzo che fuggì di notte,  con un mantello corto e alcuni versi in tasca.  Povero,  così pronto di cuore,  lo uccideranno un giorno in qualche luogo.  “Certo,  ricordo fin da quel grigio scalo di treni lenti che portavano mandorle, e  fichi alla foce dell’Imera,  il fiume pieno di gazze  di sole e di eucaliptus.  Ma ora ti ringrazio,  questo voglio, dell’ironia che hai messo sul mio labbro mita come la tua.  Quel sorriso mi ha salvato da pianti e da dolori;  e non importa se ora ho qualche lascrima per te,  per tutti quelli come te che aspettano e non sanno che cosa.  Oh gentile morte,  non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro,  tutta la mia infanzia è passata sullo smalto del suo quadrante,  su quei fiori dipinti :  non toccare le mani e il cuore dei vecchi!  Ma forse qualcuno risponde?  Oh morte di pietà,  morte di pudore!  Addio cara,  addio mia dulcissima mater.

 

PROSA

Spinto dall’angoscia per la madre malata,  il poeta decide di rispondere  ad una delle sue lettere.  Inizia parlando del paese in cui vive,  delle nebbie del nord,  del fiume burrascoso,   degli alberi sbiancati dalla neve e spezzati dal gelo.  Nonostante questi scenari diversi dal paese in cui viveva da piccolo fino alla sua maggiore età,  dice che non è triste nel nord,  ma non è in pace con se stesso.  Molti gli devono lacrime da uomo a uomo,  per i torti subiti e l’amarezza a causa di chi non l’ha capito.  Ma non si aspetta che nessuno gli porga le scuse;  l’uomo così inorgoglito e superbo,  non si abbasserà mai a chiedere scusa a un poeta squattrinato.  Poi il pensiero va alla madre,  si rammarica per non averle scritto prima e per non essere diventato ricco ,e  di non averle dato una vita più dignitosa. Lei che ha vissuto solo per i figli lontani.  Poi il poeta immagina che lei risponda alle sue parole:  e con un lampo di gioia negli occhi ricorderà quel ragazzo  che tanto tempo fa se ne andò di casa con pochi spiccioli e qualche verso in tasca.  Lei preoccupata perché aveva paura che in quel mondo a lui sconosciuto si trovasse  male e anche nei guai,  per il suo buon cuore e per la sua ingenuità.  Ora lui la ringrazia per avergli insegnato l’ironia come difesa.  Poi si sente addolorato e non vorrebbe che morisse senza che prima possa leggere la sua lettera.  Egli implora la sorte perché l’orologio del tempo non smetta di andare avanti,  ricordandosi del vecchio orologio appeso al muro della sua cucina e cerca di capire pregando,  se Iddio gli dà una risposta,  ma forse con la sua poca fede non riesce a sentire la sua voce o il suo pensiero,  e  rassegnato dice:  la morte a volte ci toglie dalle ingiustizie e dalla sofferenza che la vita ci assegna;  e la saluta con un ultimo addio:  “addio  cara,  addio mia dulcissima mater”.

 

Annalisa  Ma questa prosa fa rabbrividire tanto è commovente;  è bellissima!  Perché non fai la prosa anche della tua poesia che hai dedicato a tua madre?  “Canto alla madre”?

Elena  Taci, taci,  che la dovevo fare l’anno scorso poi ho portato avanti e se non facciamo rumore andiamo avanti ancora.

16/02/2026

SANTA MARIA DEGLI ANGELI

Di Giosuè Carducci

Frate Francesco,  quanto d’aere abbarccia

questa cupola bella del Vignola, dove incrociando

a l’agonia le braccia,  nudo giacesti sulla terra sola!

E luglio ferve e di canto d’amor vola,  nel pian

laborioso.  Oh che una traccia  diami il canto

umbro de la tua parola,  l’umbro cielo mi dà de

la tua faccia!  Su l’orizzonte del montan paese

nel mite solitario alto splendore,  qual del tuo

paradiso in su le porte,  ti vegga io dritto con le

braccia tese cantando a Dio.  Laudato sia,

Signore per nostra corporal  sorella morte!

PROSA

Nel luglio del 1877 ilCarducci andò a Perugia come commissario per gli esami di maturità classica.  Di lì si recò a visitare Assisi e così ne scrisse al suo amico G. Chiarini: ” sono ad Assisi” :  è una gran bella cosa,  paese,  santuario e città,  per chi intende la natura e l’arte,  nei loro accordi con la storia,  con la fantasia con gli affetti degli uomini.  (Sono tentato dice il poeta di fare alcune poesie su San Franceso)”.  Ma in realtà gli venne fuori solo questa bella poesia intitolata “Santa Maria degli Angeli”,  che gli fu ispirata dalla visita alla basilica costruita nel luogo dove San Francesco morì.  Il poeta contemplando la bella cupola del Vignola (L’architetto Jacopo Barozzi,  detto il Vignola perché nacque a Vignola prov.  di Modena)  vorrebbe veder profilarsi,  sullo sfondo dei monti,  la figura del Santo,  in atto di preghiera,  mentre eleva a Dio il suo canto di lode e d’amore,  che si diffonde nella serenità del paesaggo umbro.

Elena  L.

17/02/2026

Oggi presento su richiesta un’altra poesia di Giosuè Carducci:  “Pianto Antico”. E la mia prosa.

PIANTO  ANTICO

L’albero a cui tendevi la pargoletta mano

il verde melograno da’ i bei vermigli fior

nel muto orto solingo,  rinverdì tutto or ora,

e giugno la ristora di luce e di calor.

Tu fior de la mia pianta,  percossa e inaridita

tu dell’inutil vita,  estremo unico fior,

sei nella terra fredda,  sei nella terra negra;

né il sol più ti rallegra,  né ti risveglia amor.

 

PROSA

 

Pianto Antico,  perche?  Perché è antico come la vita è il dolore umano che colpisce l’uomo per la perdita di una persona cara;  e perciò il Poeta chiama “Antico”il suo pianto per la morte del suo unico figlioletto  Dante.  Il dolore del Carducci fu straziante,  ma quando egli compose questa poesia,  un anno dopo la morte del piccolo,  esso si era come trasfigurato nella contemplazione virile di una legge universale.  La natura riforisce ogni anno a primavera,  e gode della luce e del calore del sole;  l’uomo invece quando la morte l’ha colpito,  non rifiorisce più  (questo è secondo lui)  E qui si nota che al poeta manca il conforto della fede cristiana nella vita futura,  e perciò il suo dolore,  pur così misurato,  è sconsolato e tragico.

Elena  L.

18/02/2026

Elena  Ancora G. Carducci a richiesta gentile

 

NELL’ANNUALE ‘ DELLA FONDAZIONE DI ROMA

 

Te redimito di fior purpurei,  april te vide su ‘ l

colle emergere, dal solco di Romolo torva

riguardante su i selvaggi piani;  te dopo tanta forza

di secoli ;  aprile irraggia, sublime,  massima,  e

il sole e l’Italia saluta,  Te ,  flora di nostra gente,

  o Roma.  Se al Campidoglio non più la

vergine tacita sale dietro il Pontefice

né più pèr Via Sacra,  il trionfo piega i quattro

candidi cavalli,  questa del Foro la tua solitudine

ogni rumore vince, ogni gloria;  e tutto che al mondo è

civile,  grande Augusto,  egli è romano ancora.

Salve Dea Roma!  Chi disconosciti cerchiato,  ha il senso

di fredda tenebra,  e a lui nel reo cuore germoglia

torbida la selva di barbarie.  Salve dea Roma! Chinato

ai ruderi del Foro,  io seguo con dolci lacrime e adoro i

tuoi sparsi vestigi,  patria,  diva santa genitrice.

Son cittadino per te d’Italia,  per te poeta,  madre dei

popoli  che desti il tuo spirito al mondo,  che Italia

improntasti di tua gloria.  Ecco a te questa,  che tu di

libere genti facesti,  come uon,  Italia,  ritorna,  e

s’abbraccia al tuo petto,  affisa ne i tuo in d’aquila occhi

E tu dal colle fatal pe’l tacito Foro le braccia porgi

marmoree,  alla figlia liberatrice additando le colonne

archi e gli archi:  gli archi che nuovi trionfi aspettano

non più di tegi,  non più di cesari,  e non di catene

attorcenti braccia umane su gli eburnei carri,  ma il

tuo trionfo popol d’Italia,  su l’età nera,  su l’età

barbara su i mostri onde tu con serena giustizia

farai franche le genti.  O Italia  O Roma!  Quel giorno

placido tonerà il cielo su’l Foro e i cantici di gloria

di gloria,  di gloria correran per l’infinito azzurro.

PROSA

Tra le molte poesie del Carducci che evocano il passato,  quelle ispirate dalla storia,  dal significato,  dal mito di Roma sono le più alte e potenti.  A Roma il poeta pensa con gratitudine commossa,  con slanci di passione,  con veri gridi dell’anima,  o che la saluti nell’Annuale della sua fondazione come “Flora di nostra gente”,  o che l’ammiri dall’alto del Gianicolo,  simile a una nave immensa lanciata per l'”Impero del mondo” o che rammenti le rovine imponenti delle terme di Caracalla e invochi la febbre per mantenere in sacro silenzio quella solitudine”.  Era il 21 aprile del 753 quando Romolo tracciò il solco della città quadrata;  oggi,  dopo tanti secoli,  Roma è ancora illuminata dal sole di aprile e l’Italia la saluta come la primavera della nstra gente.  Che importanza ha se i consoli non salgono più al Campidoglio per celebrare il loro trionfo?  Roma è grande anche nella solitudine,  e chi non riconosce la missione che essa ha esercitato nel mondo civile è un barbaro.  Il poeta ,  chino sui ruderi del Foro,  venera i segni dell’antico splendore e immagina che in futuro sul Palatino si celebrerà un nuovo trionfo,  quello del popolo italiano,  rinato a nuova vita,  sulle tenebre delle barbarie.  Quello pensa il Carducci,  che sarà un nuovo giorno di gloria per l’Italia e per Roma.

Elena L.

19/02/2026

Elena  Finalmente una poesia e poeta che mi piacciono molto.  Eugenio Montale in “Maestrale”.

MAESTRALE

S’è rifatta la calma nell’aria:  tra gli scogli

parlotta la maremma.  Sulla costa quietata nei

broli, qualche palma a pena svetta.  Una carezza

disfiorala linea del mare e la scompiglia un attimo

soffio lieve che vi si infrange e ancora il cammino

ripiglia.  Lameggia nella chiaria e vasta distesa,

s’increspa indi si spiana beata,  e specchia nel suo

cuore vasto,  codesta povera mia vita turbata.

O mio tronco che additi,  in questa ebrietudine

tarda,  ogni rinato aspetto coi tuoi raccolti diti

protesi in alto,  guarda:  sotto l’azzurro fitto

del cielo,  qualche uccello di mare se ne va; né sosta

che su tutte le cose pare sia scritto:  “più in là”.

PROSA

Il poeta paragona la sua vita al mare,  il quale come lui,  è fatto di tempeste e di calme. Si sente triste il poeta,  dentro di sé c’è un vuoto:  forse un vuoto d’amore,  ma poi guardando il paesaggio e i giardini (I broli sono i giardini) egli si sente più sollevato e dimentica per un attimo la sua tristezza.  E così anche il mare è tornato tranquillo dopo la lotta con il vento impetuoso:  soltanto qualche albero svetta lievemente e qualche piccola onda s’infrange sulla costa.  Il mare è freddo come l’acciaio,  e come in uno specchio si riflette la vita del poeta,  che nel vedere un uccello volare verso il mare,  incita se stesso  ad andare oltre,  sempre più lontano.

Elena L.

20/02/2026

Oggi invece abbiamo ancora una poesia di Salvatore Quasimodo: “Finita è la notte”.

FINITA È LA NOTTE

 

Finita è la notte,  e la luna si scioglie

lenta nel sereno,  tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra

di pianura,  i prati sono verdi, come nelle

valli del sud a primavera.

Ho lasciato i compagni,  ho nascosto il cuore

dentro le vecchie mura,  per restare solo

a ricordarti.  Come sei più lontana della

luna,  ora che sale il gorno,  e sulle pietre

batte il ferro dei cavalli.

 

PROSA

Il poeta dalla sua lontana Siracusa si è trasferito in Lombardia.  È settembre e le pianure lombarde brillano di vegetazione,  come in primavera le valli meridionali.  Una notte egli prova il desiderio di essere solo con il suo cuore,  e lasciati i compagni,  si chiude in una casa per ricordare,  e pensa con struggente nostalgia a colei che egli ama.  Passano così le ore;  la luce lunare è soppraffatta da quella dell’alba,  e a mano a mano che il giorno cresce,  e si odono i rumori della vita che si risveglia,  la figura della donna amata si allontana,  sbiadisce.  Con rammarico il poeta pensa :  è finita la notte e la vita attiva irrompe e rompe tutti i suoi sogni.

Elena L.

21/02/2026

Elena  Oggi abbamo la poetessa Ada Negri con la poesia “Fiorita di Marzo.

FIORITA DI MARZO

La fioritura vostra è troppo breve,  o

rosei peschi o gracili albicocchi nudi sotto ai

bei petali di neve.  Troppo rapido è il passo

con cui tocchi il suolo,  e al tuo passar l’erba

germoglia,  o primavera,  o gioia de’ i miei occhi.

Mentre io contemplo ferma sulla soglia dell’orto,

il mio miracolo dei fiori sbocciati sulle rame

senza foglie,  essi ne’ loro tenui colori,  tremano

già del vento alla carezza,  volan per l’aria

densa di languori,  e se ne va così la tua bellezza

come una nube,  e come un sogno muori,  o fiorita

di Marzo o giovinezza!

PROSA

Il primo apparire della primavera ogni anno,  sembra ai nostri occhi incantati un miracolo,  ma la sua durata ci ricorda la labilità di tutte le cose che come i fiori di questi frutti siano instabili.  È arrivata la primavera,  e al suo passaggio rapido l’erba germoglia,  i peschi si coprono di fiori rosa,  e gli albicocchi di fiori bianchi.  È una visione d’incanto che dà gioia agli occhi,  e la poetessa si ferma sulla soglia dell’orto per ammirare,  ma è altrettanto triste dentro perché questa fioritura è fragile,  basta un soffio di vento o una gelata notturna per distruggere tutto perché questi fiori sono sbocciati dai rami senza foglie;  come gli amori finti che non reggono più di tanto perché non ci sono le fondamenta della verità ma solo l’illusione.  E come i rami fioriti di ieri che ora sono grulli e spogli senza niente.  Troppo poco la fioritura è durata,  come la giovinezza infranta!

Elena L.