Luglio 15, 2024 Elena Lasagna Uncategorized DIALOGANDO CON VOI 15/07/2024 Marco di Patty Abbiamo accennato qualcosa di Ugo Foscolo, ma non ti ho chiesto di quel suo scritto di “LA LETTERATURA È ARTE LIBERISSIMA”. In quale data l’ha scritto? Grazie! Elena È stata scritta alla famiglia il 31 marzo 1815. In questa lettera egli scrive che rifiuta qualunque compromesso col potere ed è disposto a soffrire le pene dell’esilio, a sopportare gravi difficoltà economiche pur di non prestare giuramento di fedeltà ad una nazione, nei confronti della quale non sente di dover essere fedele. Egli si proclama letterato e come tale uomo libero. Il letterato che si sottomettesse al potere, tradirebbe irrimediabilmente la sua missione. Nelle sue parole si sente non solo l’eredità culturale e civile del Parini delle Odi e dell’Alfieri, sacerdote della libertà e odiatore dei tiranni, ma ANCHE LE TENDENZE ROMANTICHE ESALTATRICI DELLA LIBERTÁ E DELL’AMOR PROPRIO come beni supremi. D’altronde tutta la vita del Foscolo è contrassegnata dall’orgoglio del letterato libero che non si piega davanti ai potenti e che conclama i propri atti ideali di libertà e di dignità personale. Il governo austriaco, ritornato nel Lombardo Veneto, dopo la prima caduta di Napoleone, aveva offerto al Foscolo la direzione di un nuovo giornale letterario: il primo aprile 1815, egli abrebbe dovuto com’era d’obbligo, prestare giuramento di fedeltà all’Austria. La sera prima scrive la lettera e parte per l’esilio, dando inizio al periodo più drammatico e travagliato della sua esistenza. Dicendo: io sono fedele all’Italia, per questo non ho voluto sostenere i francesi in passato né voglio farlo adesso per gli austriaci né per altri. Suo fratello Giulio, essendo militare di carriera, aveva già prestato il giuramento, ma Giulio si suiciderà nel 1838 pur essendo già tenete colonnello. Il poeta dichiara che fin da piccolo aveva già sorbito dalla madre un grande amore per la libertà, per la quale ora lui sarebbe disposto a morire. Marco Adesso vorrei sapere altro di Ugo Foscolo, m’incuriosisce. Come ti ho già detto, la medicina che ho scelto m’intriga molto e mi piace da matti, ma la letteratura mi dà sollievo e mi fa sentire in un modo libero e altissimo dentro. Allora alla prossima. 18/07/2024 Elena Soddisfatto della relazione del Foscolo che ti ho mandato per Sergio? Spero di sì. Oggi mantengo la mia promessa che ti ho fatto qualche giorno fa: parliamo del Verga. Giovanni Verga nacque a Catania il 31 agosto 1840 e lì ci morì il 27 gennaio 1922. Dal 1865 al 1871 visse a Firenze poi successivamente a Milano, dove conobbe molti letterati della fine del Romanticismo. Giovanni Verga fu detto il più grande rappresentante del Verismo e dopo il Manzoni fu dichiarato anche il maggior romanziere. Diciamo che le sue prime opere non furono tanto amate dal pubblico: per il suo linguaggio scialbo e torbida e sostanzialmente povero di contenuto, privo di originalità e di potenza espressiva. Così venne definito nei suoi primi lavori. Fu nel 1874 che G. Verga stupì il pubblico con i suoi nuovi romanzi, tra cui “Nedda”, I malavoglia, Mastro Gesualdo, e dai racconti dei campi e tutte le Novelle rusticane. In queste opere i protagonisti sono umili contadini siciliani, poveri pescatori, e donne che di rado mostrano un minimo di sorriso, vecchi che dopo avere ascoltato gli articoli della legge scritta dagli uomini, applicano contro i loro stessi interessi materiali, la legge dell’onestà scolpita nei loro animi tramandata da padre in figlio, insieme alla “Roba”, che per il lungo corso dei secoli, tra sofferenze sopportate con dignitosa compostezza. Questo mondo era del tutto quasi dimenticato, ma che d’improvviso sorge dal fondo della memoria e del cuore del Verga; egli era cresciuto tra questi uomini, e più tardi dirà di essi che l’ impressionarono la storia e il carattere, perché assistette direttamente ai drammi della loro miseria e delle loro passioni, si affezzionoò alle brave persone che vedeva tutti i giorni cercando di comprenderle. Più tardi questi ricordi della giovinezza gli ritornarono come una forza vivissima e allora cercò di fissarle. Il grande Verga nel 1888 presentò “I Vinti! e poi i Malavoglia che più avanti ne parleremo; però il suo impeto creativo dopo il secondo fu “Mastro Don Gesualdo”. Tutte le altre opere Le novelle per le vie, Vagabondaggio, I ricordi del capitano d’Arce, Don Candeloro, poi i romanzi “Il marito di Elena”che scrisse nel 1882, ma che costituisce, dal punto di vista artistico, un ritorno alla prima maniera, E anche” Dal tuo al mio; alcune opere drammatiche che secondo lui sono da collocare in un piano inferiore perché denunciano un progressivo indurimento della sua vena di scrittore. Dal 1893 fino alla sua morte, il Verga visse quasi ininterrottamente a Catania, e dall 1905 non scrisse più nulla. Solo nel 1905 l’Italia si ricordò di lui che viveva chiuso dentro un cerchio di solitudine nella stessa sua città natia: quando scrittori e critici famosi come Pirandello e Croce il quale in quel momento era ministro della pubblica Istruzione nel governo presieduto da Giolitti , festeggiavano l’ottantesimo compleanno del più grande posatore vivente, e così fu nominato senatore del Regno, un po’ più tardi per la verità, come volle sottolineare lo stesso Verga, rispondendo con un semplice e secco ringraziamento telegrafico al Giolitti che gli aveva dato comunicazione della nomina. Dopo poco più di un anno venne colto dalla morte; con lui scompariva un uomo che aveva dedicato tutta la vita alla nobile missione dell’arte, considerata e definita da lui stesso” Il più sacro lavoro dell’uomo). Per oggi caro Marco ci fermiamo qui, così hai il tempo di immagazzinare la sua vita e i titoli delle sue opere. 20/07/2024 Marco di Patty Se sei d’accordo possiamo incominciare con i “Malavoglia”, mi piacerebbe, però non vorrei distoglierti dai tuoi impegni. Elena Non mi distogli affatto, per me va benissimo incominciare adesso. I MALAVOGLIA DI GIOVANNI VERGA (riassunto) I malavoglia narrano le vicende di una povera famiglia di pescatori di Aci Trezza, non lontano da Catania. Si lotta per i bisogni materiali, induce padron ‘Ntoni, il capo famiglia anziano, tenta con tutta la sua forza la ricerca del meglio in un commercio di lupini: ma la tempesta schianta la barca che li trasportava e uccide suo figlio Bastianazzo. La sventura si abbatte così sulla famiglia, che per far fronte al debito contratto per l’acquisto dei lupini è costretto a vendere la casa del Nespolo, che è tutto ciò che possiede; poi il vecchio ‘Ntoni morirà dopo poco tempo in ospedale, la nuora morirà per il colera e i suoi nipoti finirono in carcere, Luca morirà nella battaglia di Lissa, Lia si darà alla prostituzione, mentre Mena dovrà rinunciare all’uomo che ama a causa delle tristi vicennde dei suoi famigliari. Soltanto Alessi riuscirà a riscattare la casa del Nespolo dove troverà serenità e pace. Io riassumerò dei brani posti all’inizio e alla fine del libro, dove si comprenderà tutto ciò che successe a quella famiglia. Nei malavoglia spicca subito la figura del vecchio patriarca, che tiene unita tutta la famiglia e non ammette disubbidienza, perché crede fermamente in certi principi e nelle sentenze giudiziose. Si esprime nei proverbi, perché la sua saggezza gli sembra quella degli antichi, ed è legato al suo lavoro e alla sua condizione in modo fatalistico da non accettare cambiamenti. Le cose per i Malavoglia andranno bene fino a quando resteranno uniti, legati alla tradizione ed alla casa; il trasgressore, colui che vorrà cambiare la propria situazione, sarà condannato alla rovina e vi trascinerà anche gli altri. Sul tema della trasgressione ci torneremo dopo, ora vediamo un altro aspetto interessante: il rapporto tra gli umili verghiani e gli eventi politici. I grandi fatti storici vengoni esaminati e vissuti secondo una mentalità ed un’ottica del tutto perticolari. Il vicario riduce l’unità d’Italia, ed il moto garibaldino ad una rivoluzione di satanasso, nel suo profondo disprezzo per un mutamento di cui non vede i vantaggi, riduce la bandiera tricolore che gli inserti avevano fatto sventolare sul campanile, e dà tutta la colpa dei mali sociali all’evento dell’unità d’Italia. Di contro la speziale ha della repubblica, un’idea altrettanto ingenua e ridicola: le cose sono andate male perché il Risorgimento si è fermato a metà strada, ma quando ci sarà la repubblica che è a portata di mano, non ci sarà più la leva obbligatoria, e la guerra se ci sarà la faranno tutti. Ma la storia e la realtà coinvolgono in modo più drammatico gli isolani attraverso la coscrizione obbligatoria che si porta via dai campi e dal mare i giovani più forti proprio nel momento in cui sono più utili alla famiglia. Più avanti viene fatta questa considerazione. Il re faceva così che i ragazzi se li pigliava per la leva quando erano pronti per guadagnare il pane, ma finché erano di peso alla famiglia li addestravano per fare il soldato; dove il re è uno che sfruttava la gente povera. Dunque in questo angolo di mondo la politica e la storia non vengono vissute che a livello personale, ad un livello ingenuo e deformante, che allontanava sempre più questi italiani dagli altri italiani, e sentiti come stranieri. L’unità si presenta qui con il volto bieco dell’esattore delle tasse e del medico militare che manda i ragazzi al servizio di leva: così dall’essere sani e ben piazzati, come ‘Ntoni diviene una disgrazia , perché si deve andar lontano e lasciare la famiglia! Il signor ‘Ntoni, escluso per sempre dal suo paese, dalla sua casa, dal suo mondo, ecco che emergono i proverbidel padron ‘Ntoni: l’unico nucleo saldo, l’unica ancora di salvezza è la famiglia; chi trasgradisce questa legge è perduto per sempre! L’amaro fatalismo verghiano fondato sulla sfiducia e nella possibilità di riscatto degli uomini non consente la speranza, e ‘Ntoni trasgressore del tempio familiare sa che mai più vi potrà tornare anche se ora comprende l’enormità di una simile condanna. In tutto il romanzo aleggia il mito delle tradizioni, della famiglia, della casa intesa non come possesso, bensì come luogo consacrato agli affetti familiari, unica certezza, unico elemento di dignità per i poveri diseredati ed esclusi dalla storia. ‘Ntoni si è ribellato alla sua sorte di diseredato trascinando con sé nella rovina l’intera famiglia, eppure i superstiti Alessi e Mena, riescono a riscattare la casa del Nespolo ed il nonno morirà in ospedale con un vago sorriso sulle labbra. Il sorriso del padrone ‘Ntoni morente, la serena e semplice fiducia nella vita di Mena, Nunziata e Alessi, mitigano il dramma, l’esclusione di ‘Ntoni, il figliol prodigo per il quale nella società semplice degli umili, fondata sull’amore e sul lavoro non c’è più posto! Questa è la storia dei Malavoglia. Il concetto è chiaro, so che lo capirai benissimo e anche di più. Non ti domanderai neanche il perché, lo sai già, basta osservare certe cose come stanno, che quell’epoca in questo contesto non è poi così lontana. Ciao a tutti e tre, buona domenica!
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