PER I BAMBINI TRE

07/04/2026

 

SANTA CATERINA DA SIENA

Santa Caterina Benincasa ha scritto molte lettere bellissime,  adatte a tutti,  indirizzate ad ogni sorta di persone:  a nobili,  a plebei,  a cardinali,  a poeti,  ai re,  al Papa,  a malviventi,  ad artisti ecc.  A tutti Ella scriveva nel nome di Gesù e di Maria.  A tutti si firmava “Io Caterina serva di e schiava di Cristo”.  Caterina era una povera fanciulla di Siena,  figlia di modesti tintori nella modesta contrada di Fonterbranda,  che appunto essendo poveri non poterono darle nessuna istruzione;  ma possedeva un ingegno potente, naturale e istintiva eloquenza a volte pungente anche con i re,  raccontava cose come se avesse sempre scritto,  si diceva che era stata allieva degli Angeli.  E questo non era impossibile se si pensa alla meravigliosa sapienza che Lei aveva su tutto.  I genitori volevano farla sposa,  i religiosi della città una monaca;  Ma Caterina ascoltò tutti e fece a modo suo o meglio fece come venne ispirata dal Signore.  A sedici anni prese l’abito bianco,  l’abito bianco e nero delle Mantellate,  il terzo ordine domenicano,  che mentre la impegnava a vivere da religiosa, la lasciava libera di continuare a vivere in famiglia e dedicarsi con gioia alle persone bisognose facendo carità e curandole.  Una volta si dice che incontrò un povero e le chiese l’elemosina,  lei gli rispose che non aveva un soldo,  e il povero replicò:  puoi però darmi il mantello!  E Lei:  come avrò fatto a non pensarci prima?  E se ne rammaricò,  così si tolse il mantello di dosso e glielo donò,  preferì restare senza mantello che senza carità.  Si disse che quel giorno Caterina aveva fatto la carità a Gesù che le era apparso in veste di medico.  In quei tempi non passava giorno che non corresse sangue tra le contrade,  incendiate dalle ire politiche;  ma bastava che tra quella gente comparisse Lei che subito la smettessero di farsi guerra.  Fondò un cenacolo,  dove si riunivano persone di ogni cultura:  magistrati,  pittori,  dottori,  poeti,  e lì in quel posto passarono molte ore,  e lei adattandosi alla varia indole si dilettava a conversare di poesia,  con un altro di pittura,  di musica,  e di bellezze naturali che ci ha messo a disposizione il buon Dio.  Caterina amava molto i fiori,  ma ancora di più le anime,  e pur  di salvarne una per lei non c’era sacrificio,  che fosse di Re o di un Povero.  Visse con cordiale forza tra i malati,  delinquenti e mendichi ma sempre con il cuore gonfio d’amore.  Un giorno le capitò di assistere alla ghigliottina di un  certo Tuldo,  e dopo averlo convertito in Cristo,  si trovò sotto il patibolo per l’esecuzione capitale,  e vedendo ascendere il palco lei gli grida per fagli coraggio:  ” Su fratello alle nozze!”  gli voleva comunicare di non aver paura perché saliva agli abbracci di Gesù Cristo in Paradiso.  Il capo mozzo di Tuldo rotolò per terra e schizzava macchie di sangue sull’abito bianco di Caterina che non le volle lavare mai e le conservò come reliquie,  chiamandole con i nomi dei fiori:  rose,  garofani,  sole ecc.  Per la sua indole ardente,  i sovrani le affidarono di trattare la pace in loro nome con le nazioni nemiche;   e lei sapeva come fare che tutto riusciva a meraviglia.  Di dice che questa eloquenza fossero i iracoli della sua carità. Ma la sua gloria maggiore fu quellaq di aver persuaso il Papa di tornare a Roma ( che allora dimoravano ad Avignone in Provenza).  Nessuno era mai riuscito prima di lei a far cambiare idea al Papa;  lei che era solo armata di carità e di luce. Continua domani  Ciao!

08/04/2026

Un bel giorno Avignone vide un gruppo di donne in bianco e in nero con gli zoccoli,  camminare per le vie sassose.  Erano Caterina e poche altre sorelle arrivate dalla Toscana dopo stenti e disagi.  Caterina cerca del Papa,  lo trova in concistoro,  che significa raduno di tutti i cardinali,  tutti in porpora rossa da impressionare chiunque;  ma non Lei che vedeva sopra un altro rosso,  il rosso sangue di Cristo,  sparso per la redenzione di tutti.  Rivolgendosi al Papa parlò con forza modesta e disse:  — A Roma mio caro Padre,  là Dio vi chiama.  E il Papa: otto giorni dopo era a Roma.  Tanto vale la parola di una Santa. Possiamo aggiungere che la Santa favorì il ritorno del Papa,  non solo per un motivo religioso,  ma anche per una ragione patriottica:  perché Ella amava l’Italia e voleva raccogliere in Roma tutto il decoro della nazione.  Quindi potremmo  meritamente dire di Lei le parole che altri dissero di San Francesco d’Assisi: “La più Santa delle Italiane e la più italiana delle Sante”.  Fu innamorata di Cristo fino allo spasimo:  dico di Cristo crocifisso.  Diceva:  “Vorrei essere il pugno di terra su cui è piantata la croce”.  Diceva ancora:  “Vorrei essere il vasello che sotto la croce raccoglie le gocce di sangue di Gesù”.  E assicurano che dal crocifisso che Ella adorava nella sua cella,  sentiva ogni ora e momento gocciolare il sangue sparso per la redenzione delle anime,  e continuamente s’immaginava di bagnarvisi tutta.  E fu gridando:” Sangue,  Sangue, (Quello di Cristo)  che ella morì in Roma,  il giorno che compiva i trentatre anni giusti come Cristo.  Mirabile fu il concorso di chi venne a baciarle le mani e i piedi,  come a benefattrice,  perché  una Santa che muore, è come la carità che non si esaurisce mai,  ma si rinnova.  Si dice che il giorno e l’ora che Caterina morì,  si vide l’anima portata in Cielo dagli Angeli;  intorno aveva una collana di perle come le sue buone azioni compiute fin dalla sua giovane età.

Carissimi Bambini,  questa è la storia vera di Santa Caterina da Siena. Cercate nei libri di storia italiana e religiosa.  Ciao,  alla prossima!

15/04/2026

Ed eccoci arrivati ad una poesia di un poeta francese: G.V. Arnault.

LA FOGLIA

Lungi dal proprio ramo,  povera foglia frale, (fragile)

dove vai tu?  Dal faggio?  Là dov’io nacqui mi

divise il vento. Esso tornando a volo dal bosco

alla campagna,  dalla valle mi porta alla

montagna.

Seco perpetuamente  vò pellegrina e tutto

l’altro ignoro.  vo dove ogni altra cosa

dove naturalmente va la foglia di rosa,

e la foglia di alloro.

 

Versione francese

LE  FEUILLE

De ta tige detachée pauvre feuille

dessechée,  ou vas-tu?- Je nen sais rien

L’orage a brisé le chêne qui seul

était mon soutien.  De son incostante

haleine le rephir et l’aquilon depuis

ce jour me promène  de la forêt à la plaine

de la montagne au vallon.  Je vais ou le

vent me mène,  sans me plaindre

ou m’effray,  er  je vais où va toute chose,

ou va la feuille de rose et la feuille

de laurier.

PROSA

Ho letto le critiche di Giacomo Leopardi e ho scoperto  anche che è in un canto dell’Omero lo stesso e identico squallore della rassegnazione dopo la morte.

 

Così aveva già cantato Omero,  e anche il Leopardi è spinto dalla meditazione su una poesia del francese G. Vincenzo Arnault,  a considerare amaramente che il destino di tutte le cose e degli esseri creati si conclude nell’annientamento della morte.  Nessuno può sfuggire al comune fato,  neppure gli uomini.  Per loro il destino di ognuno di noi è simile a quello della foglia,  che strappata ad opera del vento,  dal proprio ramo viene trascinata dal bosco alla valle e di nuovo alla montagna,  finché la corsa affannosa sarà termine là dove vanno a finire anche le foglie di rosa (la bellezza) e le foglie di alloro (gloria e onore). La concezione che ha il Leopardi della vita, e del destino umano è improntata ad un pessimismo tanto più amaro in quanto non è mitigato dalla fede cristiana nella Divina Provvidenza,  la quale non abbandonerà mai le sue creature. Noi invece sappiamo che possiamo avere la “vita eterna”!

E.  Lasagna