PER I RAGAZZI TRE

20/03/2026

 

 

TESTAMENTO  di Carlo Pisacane

Spiegazione

È uno dei più commossi  e sinceri scritti del nostro risorgimento.  È il testamento di un combattente per la libertà,  il quale ben consapevole degli enormi rischi a cui si espone,  partenente alla sinstra mazziniana,  ritiene ,  diversamente dal suo maestro,  che il problema da risolvere subito sia quello sociale e che non si possa tentare di organizzare L’Unità d’Italia se prima non si fa prendere coscienza alle masse,  non solo con la parola,  cercando di istruirle,  ma coinvolgendole subito nella lotta.  Così le grandi masse contadine,  da oggetto diverrebbero soggetto della storia,  proprio nel momento in cui la logica capitalistica sta per ritenerle fuori dal moto risorgimentale,  dando a questo un’impronta moderata e sabauda.  Se era utopistico l’interclassismo di Mazzini,  lo era altrettanto il socialismo di Pisacane,  la sua speranza di poter conquistare alla causa della libertà masse di diseredati,  chiusi in una secolare ignoranza e abulia.  La sua fine ad opera,  anche di quei contadini che voleva trascinare alla lotta, ne è una tragica conferma.  Egli ha coscienza però di una condizione sociale terribilmente ingiusta,  che può solo peggiorare con l’avanzare dell’industrializzazione e del capitalismo.  C’è in lui la convinzione che all’Italia si presenta l’unica occasione di essere libera e non nella direzione moderata della monarchia;  c’è l’invito ai propri patrioti di sentirsi tutti coinvolti in prima persona nella causa della libertà della patria.  Forse perché stilato in forma di testamento,  il brano risulta più sobrio,  meno enfatico,  degli scritti più romantici e letterari del Mazzini,  e comunque,  più tragico,  perché le previsioni del giovane Pisacane,  si avverarono,  e perché il documento rimase quasi sempre ignorato dalla storiografia ufficiale del nostro Risorgimento che non riteneva utile,  vista la svolta moderata che ad esso era stata impressa,  far conoscere il socialismo di Pisacane.

23/03/2026

Quello che mi piacerebbe parlare con voi oppure in un tema,  è:  cosa ne pensate dell’orgoglio?  In quale misura dobbiamo tenere l’orgoglio per amare noi  stessi e in quale misura invece dobbiamo abbandonarlo per amore degli altri?

28/03/2026

 

Oggi ho una breve poesia di Bertold Brecht ( a gentile richiesta del vostro prof di italiano).

GENERALE,  IL TUO CARRO ARMATO

Generale,  il tuo carro armato è una macchina potente.

Spiana un bosco e sfracella cento uomini.

Ma ha un difetto : ha bisogno di un carrista.

Generale,  l’uomo fa di tutto. ll tuo bombardiere è potente.

Vola più rapido di una tempesta

e porta più di un elefante. Ma ha un difetto:

ha bisogno di un meccanico.

Generale,  l’uomo fa di tutto.

Può volare e può uccidere.

Ma ha un difetto:  può anche pensare.

 

PROSA

Questa poesia fu scritta da Brecht sotto la dittatura nazista.  Ogni manifestazione di violenza dei pochi,  è possibile solo se i molti subiscono passivamente la violenza stessa, solo se i molti,  non “pensano”.  L’ideale interlocutore,  il Generale,  è potente perché dispone di terribili mezzi di distruzione che la tecnologia più avanzata gli ha messo a disposizione:  carri armati che spianano boschi e fracellano cento uomini,  e aerei da bombardamento che volano più veloci di una tempesta,  e potrebbero trasportare persino elefanti.  Però tutti quei mezzi di distruzione non potrebbero funzionare senza uomini capaci di manovrarli.  Ed ecco la logica:  gli uomini maneggiano i mezzi che danno potenza al generale,,  ma anche l’uomo ha un difetto:  può pensare!  Che significa che fino a quando l’uomo sarà pedina cieca del gioco dei potenti,  questi distruggeranno  e uccideranno,  ma  quando l’uomo acquisterà coscienza di sé e della sua dignità,  quando comincerà a pensare,  saranno finite le guerre e incomincerà la pace.  È solo questione di amore e d’intelligenza.

E.  Lasagna

09/04/2026

Ragazzi,  ho letto tutto di Pirandello,  ma ho riletto “L’uomo dal fiore in bocca” poi vi mostrerò la prosa. Ho trovato questo racconto molto istruttivo,  ci va pensare che la vita non può essere sempre una corsa sensa poterla ammirare e ascoltarla ogni giorno come si merita;  perché potrebbe sfuggirci di mano quando meno ce l’aspettiamo.

L’UOMO DAL FIORE IN BOCCA

Spiegazione

 

Questo racconto drammatico,  sembra che riesca a dare un’idea precisa del teatro Pirandelliano,  di quel teatro,  che le soluzioni più impensate,  ma anche più rigorosamente logiche,  i ragionamenti più paradossali,  trovano l’ambiente e le impressioni più validi,  ma soprattutto più umani.  Particolarmente in quest’opera,  sembra che Pirandello ci inviti a guardare la vita non semplicemente dal nostro punto di vista di uomini sani e normali,  ma anche di quello di altri,  di coloro i quali,  che per una ragione o per un’altra hanno dovuto spostare il loro punto prospettico,  e ragionano,  discutono,  sentono in modo diverso dal nostro.  Chi ha ragione noi o loro?  E Pirandello risponde:  ” Noi e loro”  Perché non c’è una realtà in sé,  ma tante realtà quanti sono gli uomini che le creano.  Prendiamo il caso di questo racconto: dall’uomo colpito da un male inesorabile,  il cancro al labro,  egli già sente e soprattutto,  sa di essere condannato, e con estrema lucidità di mente conta i giorni che ancora gli restano.  Cosa può importare a lui delle nostre norme di vita,  del bisogno di nutrirsi e di riposarsi,  della necessità di stare a casa per sentire intorno a sé il dolce tepore della famiglia.  Egli intende se è possibile concentrare in pochi giorni la vita che gli altri,  i santi,  i normali,  vivono in seguito di ansie;  vuole vedere e contemplare ciò che gli altri vedranno nel tanto tempo  che hanno a disposizione.  Che la notte serva agli altri per riposare,  è cosa normalissima,  ed essi hanno ben ragione a seguire un certo ritmo,  ma per lui,  per l’uomo dal fiore in bocca,  anche la notte va utilizzata per vedere il mondo.  Ed egli non potrebbe ugualmente vederlo,  neppure vegliarlo,  fino al momento in cui comincerà l’estremo definitivo sonno  se non soccorresse la fantasia e una particolare attenzione,  se il suo occhio non si soffermasse a guardare le cose,  che gli altri non notano neppure,  se non restringesse a queste cose comuni il suo mondo.  Tutto ciò potrebbe sembrare e forse anche divenire arzigogolo e cerebralismo,  ma ad evitare che si pervenga a tale conclusione,  vigila lo scrittore,  che mostra quanta umanità,  quanta rabbia,  e soprattutto quanto amore,  per la vita e per le creature che la compongono,  ci sia in chi sa di essere sul punto di lasciarla per sempre.  Il sorriso non è tentativo di evasione dalla realtà,  ma virile accettazione di quel che è fatale,  e volontà di ridimensionare la propria personale vicenda,  per farla diventare parte minima,  gocce nell’oceano della natura e del dolore di tutta l’umanità.  Ma l’uomo dal fiore in bocca dovrà in sostanza, andate a farle capire queste cose!  Vi diranno che siete pazzo e come tale vi tratterranno.  Perciò inizialmente si mostra irritato nei confronti della moglie che vorrebbe ricondurlo alla sua normalità e vorrebbe quasi tenerlo prigioniero del suo amore e delle sue cure.

  E. Lasagna

28/04/2026

Oggi presento un poeta:  Giuseppe Gioachino Belli in un sonetto:

Er caffettiere filosofo

L’ommini de sto monno so l’ istesso che vaghi

de caffè ner macinino:  ch’uno prima,  uno dopo

e un antro appresso,  tutti quanti però vanno a

un destino.  Spesso muteno sto e caccia spesso

er vago grosso er vago piccinino.  E s’incarzano

tutti in su l’ingresso der ferro che li sfregne in

porverino.  E l’ommini accussì viveno ar monno,

misticati pe’ mano de la sorte,  che se li gira tutti

in tonno in tonno; e movènnose ognuno o piano

o forte,  senza capillo mai, caleno a fonno,

pe’ cascà nella gola de la morte.

PROSA

È un sonetto malinconico in tutto il suo svolgimento,  nel quale il poeta non riesce neppure alla fine a ritrovare  il suo sorriso,  che, anche se qualche volta assomiglia a una smorfia,  tuttavia di solito riapre uno spiraglio di cauto ottimismo.  L’immagine degli uomini che,  simili a chicchi di caffè dentro il macinino,  si affannano a raggiungere la gora che li polverizzerà,  non è solo alla reale condizione umana,  ma è la rappresentazione fisica della nostra ignoranza  e della nostra scarsa capacità di comprendere,  di accagliere la vita secondo ciò che detta  la ragione.

Elena Lasagna

04/05/2026

 

Marco  Zia,  ti chiediamo la spegazione della poesia di Sergej Esénin: “Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco”.  Ce l’hai?  Grazie!

Elena  Sì,  ce l’ho,  oggi pomeriggio la trascriverò e poi farò la prosa e ti darò informazioni su questo poeta russo.  Ciao,  a più tardi.

NOI ADESSO CE NE ANDIAMO A POCO A POCO

di Sergej  Esénin

 

Noi adesso ce ne andiamo a poco a poco

verso il paese dov’è gioia e quiete.

Forse,  ben presto anch’io dovrò raccogliere

le mie spoglie mortali per il viaggio.

Care foreste di betulle!  Tu,  terra! E voi

sabbie delle pianure! Dinnanzi a questa

folla di partenti,  non ho forza di nascondere

la mia malinconia. Ho amato troppo in

questo mondo,  tutto ciò che veste l’anima

di carne. Pace alle trèmule che,  allargando

i rami,  si sono specchiate nell’acqua rosea.

Molti pensieri in silenzio ho meditato,

molte canzoni dentro di me ho composto.

Felice io sono sulla cupa terra,  di ciò che ho

respirato e che ho vissuto.  Felice di aver

baciato le donne,  pestato i fiori,  ruzzolato

nell’erba,  di non aver mai battuto sul capo

le bestie,  nostri fratelli minori.  So che là

non fioriscono boscaglie, non stormisce la

segala dal collo del cigno.  Perciò dinnanzi

a una folla di parenti provo sempre un

brividp.  So che in quel paese non saranno

queste campagne biondeggianti nella nebbia.

Anche perciò mi sono cari gli uomini che

vivono con me su questa terra.

PROSA

 

Sergej Esénin nato a Costantinovo nel governatorato russo di Rjazan nel 1895  da famiglia contadina,  crebbe tra i campi e le steppe;  morì alla verde età di trent’anni.  Da ciò derivò uno dei motivi essenziali della sua poesia,  che spesso è canto della natura e della terra russa.  delle sue tradizioni e delle sue leggende.  Ebbe una vita travagliata e irrequieta anche a causa della sua incapacità di accettare la rivoluzione del 1917,  perché in essa sentiva la fine della vecchia Russia patriarcale.  Esénin morì suicida nel 1925 a Leningrado.  La gioia e la quiete dell’aldilà non cancellano la malinconia dell’addio alle cose care che si lasciano e per le quali siamo vissuti. Le care foreste di betulle evocano il paesaggio tipicamente russo tanto caro a Esénin. L’amore è rivolto a tutto ciò che è terreno,,  non solo però ad uomini e ad animali,  ma anche a tutto quanto riguarda ad uomini ed animali;  e le tremule foglie delle betulle,  e l’acqua del colore della rosa nella quale si specchiarono,  sono carezzate dallo stesso sguardo malinconico di addio del poeta.  Questa poesia fantasiosa,  che si può assumere a messaggio di speranza,  di umana solidarietà fondata sulla certezza che dopo la morte raggiungeremo il paese dov’è gioia e quiete.  Speranza e certezza,  si badi bene che non escludono o condizionano l’amore per le  cose terrene e ai viventi,  ma anzi,  lo esaltano, lo perpetuano anche oltre la morte. che così sarà accettata come fatto ineluttabile ma non tremendo.

E.  Lasagna