LE GHIANDOLE ESOCRINE ENDOCRINE E MISTE

14/05/2013

FISIOLOGIA  DELL’ ESCREZIONE  RENALE

La parte liquida del sangue filtra sotto pressione nell’interno della coppa, attraverso la parete capillare e il foglietto filtrante della capsula.  Il filtrato è un liquido in tutto uguale al plasma sanguigno,  eccetto il fatto che non contiene le proteine del plasma.  Queste infatti hanno un peso molecolare troppo  elevato,  quindi dimensioni  troppo grandi per passare attraverso i pori sottili del filtro e vengono trattenute dal sangue.

Il volume del filtrato è per necessità, come si è detto, molto grande.  Nell’uomo adulto raggiunge in una giornata i 180 litri, cioè più del doppio del volume del corpo.  Il filtrato urinario giornaliero rappresenta un decimo del volume totale del sangue che scorre attraverso l’apparato renale; questo volume di sangue a sua volta rappresenta 1/5 di tutto il sangue che viene espulso dal cuore sinistro nello stesso tempo.

 Questi dati numerici sono interessanti perché mettono in evidenza l’enorme importanza dei reni ai fini della purificazione del sangue dalle scorie che si formano nel corso del metabolismo.  Il liquido filtrato contiene disciolta l’urea e gli altri prodotti di rifiuto, che devono essere eliminati, a concentrazione molto bassa,  la stessa concentrazione che hanno nel plasma sanguigno.  Ma il filtrato contiene anche l’acqua che, è preziosa e inoltre i sali e le sostanze nutritive di cui l’organismo non può disfarsi.  Per questa ragione dopo la filtrazione, avviene il fenomeno opposto e cioè il riassorbimento tubolare del filtrato,  che si compie durante il passaggio dell’urina lungo il tubolo contorto. Con il riassorbimento rientrano in media, il 99% dell’acqua ultra filtrata e dei sali e si ha il recupero di tutte le sostanze nutritive, tra cui principalmente il D-glucosio.  Rimane alla fine un volume di circa 1,5 litri di urina terminale, contenente i prodotti di rifiuto allo stato concentrato.  L’apparato renale non è però un organo a regime fisso, come un filtro meccanico,  ma un organo a regime adattabile ai bisogni dell’organismo. L’introduzione di acqua e di sali non è costante e quindi queste sostanze vengono eliminate  se sono in eccesso e risparmiate se sono in quantità scarsa.  A parte le regolazioni più  fini, la regolazione renale più vistosa si riassume in una variazione della quantità di urina terminale: se l’urina terminale aumenta, la concentrazione dei suoi componenti salini ed organici diminuisce; se l’urina terminale diminuisce,  accade il fenomeno opposto.  Mai, comunque, l’urina di un organismo sano contiene sostanze nutritive utili, come il  D-glucosio.  Solo nell’ammalato di diabete pancreatico  ( il comune diabete ) compare glucosio nell’urina e ciò avviene perché la quantità di zucchero nel sangue del diabetico è più elevato che di norma, la qual cosa comporta anche un tenore di glucosio più elevato nel filtrato glomerulare. Se il livello supera un certo valore, chiamato soglia, il tubulo renale non fa in tempo a riassorbirlo tutto e una certa quantità passa nell’urina terminale.

Come  avviene  la regolazione della quantità di urina terminale?

Mediante un duplice meccanismo, uno dei quali è automatico, di tipo fisico, l’altro è ormonale; quest’ultimo è molto più importante del primo.  Ecco in cosa consiste il meccanismo fisico: quando viene introdotta nell’organismo un’eccessiva quantità di acqua, parte dell’eccesso ristagna nel sangue e dilata l’albero circolatorio con conseguente aumento di pressione. L’aumento di pressione a livello dei capillari filtranti renali ( rete glomerulare ) produce una maggiore filtrazione, poiché il sovrappiù di filtrato non viene riassorbito del tutto nei tuboli, l’urina terminale aumenta. L’aumento di acqua nel sangue ( idremia ) ha però anche l’ effetto assai più importante di mettere in opera il meccanismo ormonale. Poiché con l’aumento di acqua nel sangue il cloruro di sodio del plasma viene diluito, tale diluizione mette a riposo le cellule neuroendocrine dell’ipotalamo e della neuroipofisi.  L’effetto di questo stato di quiescenza è la mancata secrezione di un polipeptide caratteristico, l’ormone antidiuretico.  Questo infatti, quando viene versato nel sangue, va ad agire sul tubulo contorto distale e sul tubulo collettore dei nefroni, aumentandone la permeabilità all’acqua;  quando invece scompare dal sangue, i tubuli sopra nominati diventano poco permeabili all’acqua. Nel primo caso si ha un aumento dell’assorbimento di acqua,  e quindi una diminuzione dell’urina terminale.  Il primo effetto, che è quello determinato dall’ormone,  si chiama effetto antidiuretico;  il secondo effetto, che è dovuto alla mancanza di ormone, si chiama effetto diuretico.  Il massimo effetto diuretico può comportare, nell’uomo, un aumento di volume di urina dal suo valore medio di 1,5 litri nelle ventiquattro ore a quello di 15-20 litri giornalieri. Una capacità di variazione enorme, sulla quale si basa la regolazione del contenuto di acqua e quindi la concentrazione di sali nel sangue e in tutto l’organismo. Come si è accennato, la funzione regolatrice del rene, anche se si esplica fondamentalmente nell’eliminare i prodotti di rifiuto azotati ( urea, acido urico ) e nel mantenere costante il livello idrico del plasma, non si limita solo a questo. Si può dire che la concentrazione di tutti gli ioni salini presenti  nell’acqua, e particolarmente degli ioni idrogeno, ai quali si deve il grado di acidità del sangue, viene mantenuta costante per l’intervento dell’attività dei tubuli renali. Il rene quindi assume una posizione centrale nel mantenimento della omeostasi idrico-salina dell’organismo.

LE  GONADI

Ghiandole  a secrezione mista

Le gonadi femminili sono dette ovaie ; quelle maschili testicoli.

Il mantenimento della vita , della specie e della vita in genere è necessario che gli individui, che sono mortali nel corpo e cioè  “transeunti “, diano luogo ad altri organismi viventi, cioè che si riproducano. Questo vale per tutte le forme di vita, dalle più semplici alle più complicate. Noi però dobbiamo prendere in considerazione soltanto la riproduzione che si realizza nell’uomo. Questa comporta una delicata serie di fenomeni che vanno dalla differenzazione alla maturazione delle cellule germinali, alla fecondazione, allo sviluppo embrionale e alla differenzazione di individui di sesso diverso, maschi e femmine, che si distinguono per avere diverse strutture anatomiche e funzioni diverse nel sistema riproduttivo.

Il maschio produce i gameti maschili, cellule dotate di un lungo flagello che li rende mobili e permette loro di raggiungere il gamete femminile per fecondarlo. I gameti maschili maturano al termine di una serie di processi differenziativi  detta ” spermatogenesi “, mediante la quale i gameti maschili primitivi diventano cellule con corredo cromosomico aploide . Dalla pubertà alla vecchiaia i gameti maschili vengono prodotti a migliardi nei testicoli, entro i tubuli seminiferi, nelle cui pareti si trovano tutti gli stadi maturativi della spermatogenesi, poi, essi vengono accumulati entro un groviglio di tuboli, detto epididimo,  e quindi attraverso un dotto spermatico vengono versati nella vescicola seminale.

Le vescicole seminali, ed una ghiandola, la prostata, che sbocca in vicinanza di esse, secernano il liquido seminale, questo si mescola ai gameti maschili, formando un ambiente favorevole alla loro intensa attività motoria: esso infatti è ricco di glucosio, e li convoglia all’esterno, dove un riflesso nervoso provoca la rapida  e ritmica contrazione delle pareti muscolari delle vescicole seminali.

L’incontro tra uova e i gameti maschili avviene di solito nel terzo superiore delle tube uterine, ovviamente se vi è stato l’accoppiamento. Normalmente un solo gamete maschile entra in un uovo e lo feconda; il suo nucleo  ( aploide, cioè con 23 cromosomi, si unisce al nucleo aploide dell’uovo maturo, formando lo “zigote”  46 cromosomi, e attivando inoltre l’uovo, vale a dire dando l’avvio allo sviluppo di un nuovo individuo. ( sviluppo embrionale )

Le gonadi femminili o ovaie, sono situate nella cavità addominale. In esse, alla pubertà, sono contenuti 30.000   oociti, dei quali circa 400 soltanto maturano nel corso della vita fertile della donna; la fertilità come sappiamo cessa con la cosiddetta ” menopausa “.

Gli oociti vengono circondati da cellule epiteliali, le cellule follicolari, che in un primo tempo passano loro i materiali per formare il tuorlo ( che è presente anche nell’uovo della specie umana, sebbene in scarsa quantità, essendo necessario solo per breve tempo per il nutrimento dell’embrione. Poi, le cellule follicolari secernano un liquido contenente ” l’ormone follicolare ” ( follicolina o estradiolo ), il quale ha la funzione di far sviluppare i caratteri sessuali secondari femminili e di fare ispessire e modificare la mucosa uterina ( endometrio ), che si arricchisce di vasi sanguigni in modo da essere preparata ad accogliere l’uovo se verrà fecondato. Il liquido follicolare a poco a poco si accumula tra le cellule follicolari, che finiranno per circondare una cavità ripiena di liquido  ( follicolo di Graaf ) nel quale ovviamente è contenuto anche l’uovo in via di maturazione. Proseguendo la produzione di liquido, il follicolo si dilata , sporge dalla superficie dell’ovaio e ad un certo punto scoppia, proiettando fuori l’uovo che non cade nella cavità peritoneale, ma viene subito aspirato dalle ” tube ” uterine ed avviato verso l’utero.  Tale processo è detto ovulazione; tra un’ovulazione e l’altra se non interviene una gravidanza, trascorrono 28 giorni, intervallo che segna il ritmo del ciclo mestruale.

CONTINUA… NELL’ARTICOLO ” LE GHIANDOLE ENDOCRINE  ESOCRINE E MISTE N.2

GLI ORGANI SOTTOCUTANEI

13/05/2013

GLI  ORGANI  SOTTOCUTANEI

LE  GHIANDOLE

Le ghiandole si dividono in ghiandole  ESOCRINE   ghiandole ENDOCRINE e ghiandole MISTE.

LE  GHIANDOLE  ESOCRINE

Queste ghiandole sono provviste di un canale secretore dove  secernono dei secreti che fuoriescono dalla pelle o in una cavità naturale del nostro corpo.

Esse sono:

LE  GHIANDOLE  SUDORIPARE   che sono disposte su tutta la superficie cutanea e sboccano all’esterno mediante i fori chiamati follicoli sudoripari comunemente chiamati ” pori “. Le troviamo particolarmente numerose sul palmo delle mani e sulla pianta dei piedi ecc. Le funzioni più importanti di tali ghiandole sono quelle di regolare la temperatura del corpo e di eliminare le scorie metaboliche. La secrezione di queste ghiandole si chiama sudore ed è costituito da una percentuale del 95% di acqua e di sali minerali.

LE  GHIANDOLE  SEBACEE   sono disposte su tutta la superficie del corpo, tranne che sul palmo della mano e sulla pianta dei piedi. Normalmente ogni ghiandola sebacea sbocca in un follicolo pilifero. Il secreto delle ghiandole sebacee si chiama sebo ed è ricco di sostanze grasse. Ha un’altra funzione protettiva della pelle, rendendola impermeabile, elastica e morbida.

Lo scarso funzionamento di queste ghiandole degenera ed avvizzisce la pelle anzi tempo; un eccesso di produzione come abbiamo già visto genera la seborrea grassa.

Le ghiandole lacrimali secernano l’umore lacrimale che lubrifica e deterge il bulbo oculare.

Le ghiandole salivari secernano la saliva.

Il fegato

Il fegato è la più grossa ghiandola esocrina, secerne la bile e provvede al metabolismo di tutte le sostanze. È situata nell’ipocondrio destro sotto al diaframma; vi si riconoscono un lobo destro ed uno sinistro delineati da un solco antero-posteriore presente sulla faccia superiore; altri due solchi paralleli, detti fosse sagittali, sono incisi sulla faccia inferiore e, riuniti da un terzo solco trasverso , disegnano una   H   che isola due lobi secondari : Il lobo quadrato ed il lobo caudato di Spigelio. Il solco trasverso corrisponde all’ilo del fegato: vi entrano la vena porta e l’arteria epatica, mentre ne fuoriescono i dotti biliari. L’organo è rivestito da una sorta di membrana fibrosa,  detta capsula  di  Glisson ed è quasi interamente avvolto dal peritoneo. Al microscopio appare formato da numerosi lobuli piramidali costruiti intorno ad una vena centrale ( vena centrolobulare ), dalla quale si diramano radialmente tanti cordoni di cellule epiteliali; tra questi cordoni corrono dei capillari sinusoidali che confluiscono nella vena centrale, capillari che prendono origine dai rami della porta disposti in fitta rete intorno ai lobuli. Tra i cordoni epiteliali sono scavati anche dei canali  ( canali biliari ), origine dei dotti biliari che corrono insieme ai vasi portali tra lobulo e lobulo. Le vene centrolobulari confluiscono in vasi  sempre più grandi che formano alla fine le vene sopraepatiche.  Anche i vasi biliari si riuniscono in dotti di calibro progressivamente maggiore che terminano in due canali, uno per il lobo destro e l’altro per il lobo sinistro; questi si fondono in un unico dotto epatico che corre nel piccolo omento fino al duodeno e prende il nome di dotto   coledoeo   dopo la confluenza del dotto cistico proveniente dalla cistifellea o colecisti. Quest’ultima è costituita da un sacchetto piriforme, situato nella parte anteriore della fossa sagittale destra del fegato; svolge la funzione di serbatoio della bile, che le giunge  attraverso il dotto cistico e per lo stesso dotto si riversa nel coledoco.

Il pancreas

È un’alta grossa ghiandola a secrezione mista e cioe è a secrezione endocrina ed esocrina.

Le isole del  Langerhans nel pancreas: il pancreas è un organo che si trova nell’ansa del duodeno ed ha una forma di lingua di cane.

 Questa grossa ghiandola allungata dietro lo stomaco, dal quale la separa una cavità formata dalla riflessione del peritoneo,  è incastrata con la sua estremità più larga,  la testa  nella C disegnata dal duodeno ; l’estremità sinistra, o coda raggiunge la milza.  Si tratta di una ghiandola acinosa composta, simile alle salivari; il suo secreto ricco di fermenti digestivi, si riversa nel duodeno attraverso un dotto superiore o di  Santorini  ed uno inferiore, più importante, detto  di  Wirsung.  Nel parenchima pancreatico, e soprattutto nel corpo e nella coda, si rinvengono le isole di Langerhans.

 La maggior parte di questa ghiandola è esocrina e secerne degli enzimi, sostanza necessaria per la digestione dei cibi.

La parte endocrina è costituita dalle isole del  Langerhans ( costituite da piccole formazioni disseminate nel tessuto pancreatico ). Secernano un ormone detto insulina, una deficienza del quale provoca il diabete.

L’APPARATO  ESCRETORE  ED  ESCREZIONE

Se da una parte, per le necessità costruttive e di rifornimento energetico dell’organismo vivente, occorre l’apporto continuo di sostanze chimiche organiche, di sali organici e di acqua, dall’altra parte occorre eliminare dell’eccesso di acqua, di sali e di combustione delle sostanze chimiche organiche, cioè dei cosiddetti prodotti di rifiuto che si formano in seguito all’usura ed al funzionamento dell’organismo.  Quest’ultima funzione prende il nome di escrezione e gli organi ed apparati che la attuano prendono il nome di organi e apparati escretori.

L’apparato  escretore più importante,  nella massima parte   superiore è l’emuntorio renale. Anche se sostanze di rifiuto, quali i pigmenti biliari, vengono eliminati, con la bile, attraverso l’intestino, il massimo lavoro di escrezione è svolto dall’apparato  RENALE.  L’apparato renale è costituito da due organi, i reni ed il loro prodotto di escrezione è l’urina. Il funzionamento di questi organi è molto complesso, come lo è la loro struttura anatomica. I due reni sono posti ai lati  delle ultime vertebre dorsali e delle prime lombari. Hanno la caratteristica  forma a fagiolo, grandi ciascuno circa quanto un pugno,  situati fuori dalla cavità peritoneale, in quanto la sierosa passa sopra la loro faccia anteriore e li fissa alla parete posteriore dell’addome, ai lati della colonna vertebrale, all’altezza dell’ultima vertebra toracica e della prima lombare. Sono separati tra loro da due grossi vasi, l’aorta discendente, che fornisce loro le arterie renali, e la vena cava inferiore in cui si gettano le vene renali. Verso tali vasi è infatti rivolta la parte concava o ilo,  di ciascun rene e attraverso  l’ilo entrano ed escono i detti vasi. Dall’ilo sporge anche il bacinetto, o pelvi renale, formazione cava a forma d’imbuto che risulta dalla confluenza dei calici renali  e che  si continua verso il basso con l’uretere, lungo tubo muscolo-membranoso, per mezzo del quale l’urina, continuamente prodotta dal rene, viene convogliata alla vescica urinaria situata nel bacino. La vescica urinaria infine comunica con l’esterno per mezzo di un condotto,  l’uretra, il condotto che porta all’esterno l’urina ; nel maschio dopo aver attraversato la prostata a livello della quale presenta un rilievo lungitudinale con gli orifici dei dotti eiaculatori, percorre l’asta per sboccare sulle estremità del glande; nella donna l’uretra è corta e si apre nella parte anteriore del vestibolo vaginale. A livello della porzione pelvica nella donna e di quella prostatica nell’uomo, l’uretra è circondata da uno sfintere esterno striato da uno sfintere interno di muscolatura liscia.

I reni sono organi di struttura ghiandolare e, sezionandone uno, si vede chiaramente, anche ad occhio nudo, la seguente costituzione :  esternamente vi è una capsula fibrosa; verso l’interno si succedono una zona corticale continua, una serie di piramidi in direzione dei cui apici sporgenti ( papille e diretti verso l’ilo decorrono fasci di tubi collettori, attraverso i quali l’urina gocciola nei calici di cui si è detto. Nei preparati microscopici si osserva che la sostanza corticale e le piramidi sono formate dal parenchima renale, costituito dai nefroni o unità funzionali. Nell’uomo, in ciascun rene, sono contenute circa un milione di tali unità funzionali. Ciascun nefrone a sua volta, consta di due parti distinte:  il glomerulo di Malpighi e il tubolo contorto, di natura epiteliale. Parecchi nefroni sboccano con i loro tuboli contorti in un tubolo collettore che termina nel bacinetto renale, lungo dove si versano, tutti i tuboli collettori. Il tubolo contorto del nefrone si divide in due parti, una vicina al glomerulo  ( tubolo prossimale ) ed una vicino al tubolo collettore (  tubolo distale ), separate tra di loro da un tratto ad  U  con due lunghe branche rettilinee detto  ansa di  Henle, il cui epitelio è più basso che nel tubolo contorto. Mentre i glomeruli e i tuboli contorti sono situati nella zona più esterna del rene ( zona corticale ), le anse e i tuboli collettori si trovano nella zona più interna che confina con il bacinetto renale.

Il glomerulo renale che sarebbe più corretto chiamare  Corpuscolo renale essendo il glomerulo o gomitolo solo la sua parte vascolare. È un tipico organo di filtrazione. È costituito dall’estremità del tubolo renale, allargata a coppa, e da un gomitolo di capillari sanguigni, nel cui interno circola sangue arterioso ad una pressione di 60-70 mm hg. A dividere i due ambienti, quello sanguigno e quello tubolare, c’è il vero e proprio filtro rappresentato, oltre che dalle pareti capillari, da un foglietto di epitelio sottile che avvolge i capillari come in un sacchetto e che si continua con l’estremità a coppa del tubolo ( capsula di  Bowmann ).  Continua nell’articolo le ghiandole esocrine , endocrine  e miste.

PRONTO INTERVENTO DUE

21/03/2013

LE  FRATTURE

Generalità  di anatomia

L’apparato scheletrico comprende le parti scheletriche del corpo umano.

Queste sono , nell’individuo adulto, rappresentate quasi  dappertutto da OSSA ,  a  differenza di quanto accade nei tessuti giovani in via di accrescimento , formati invece da un tessuto cartilagineo, che è destinato ad essere,  a poco a poco sostituito nel corso dello sviluppo, da parti  ossee.

Vi sono tuttavia parti che,  anche nell’individuo adulto sono sempre costituite da tessuto cartilagineo , ad esempio le estremità anteriori delle coste e le superfici articolari delle ossa.

L’osso è costituito da un’ impalcatura di sostanza ossea,  da la necessaria forma e consistenza ; dalla cartilagine articolare,  che ne riveste le estremità che si articolano con le ossa vicine ; dal periostio,  membrana che ne riveste la superficie esterna, e la cavità midollare interna ( endostio ) ; dal midollo osseo, in questa contenuto , dai vasi sanguigni ai nervi dell’osso.

A seconda della forma le ossa si dividono in tre gruppi principali :

1 ) LE OSSA LUNGHE ,  a cui appartiene la maggior parte delle ossa degli arti,  quindi : clavicola, omero,  radio, ulna, metacarpi, e falangi degli arti superiori ; femore,  tibia ,  perone , metatarsi , e falangi negli arti inferiori. Sono tutte dotate di una grande cavità midollare.

2 ) LE OSSA BREVI ,  come le vertebre, le piccole ossa del polso e della parte posteriore del piede,  ed alcune ossa craniche. In queste ossa la cavità midollare è sostituita da una struttura trabecolare spugnosa.

3 ) LE  OSSA PIATTE , come lo sterno, la scapola , l’osso dell’anca,  le coste e la maggior parte delle ossa del cranio.  Le varie ossa si riuniscono tra loro a formare l’intero scheletro in diversi rapporti dettati delle necessità funzionali.

Alcune ossa sono totalmente fuse tra loro, in tal misura da non lasciar riconoscere,  nell’adulto ,  il punto  di unione : ad esempio , le ossa del bacino  e le vertebre sacrali.  Altre si riuniscono tra loro tramite una sutura che , pur evidente , non consente alcun scivolamento tra di esse: ad esempio le varie ossa che costituiscono la scatola cranica.  Altre poi, riunite da articolazioni serrate, dette sindesmosi , sono passibili solo di movimenti limitatissimi l’una rispetto all’altra : ad esempio il rapporto reciproco fra le estremità periferiche della tibia e del perone.

Ma la maggior parte delle ossa si riuniscono in vere articolazioni,  con possibilità di spostamenti estesi,  che danno al tronco e agli arti la più ampia libertà di movimento. Tali articolazioni sono composte dalle estremità delle due  ( o più ) ossa vicine ( rivestite come ho già detto, di carltilagine ) da una capsula articolare che a guisa di manicotto le circonda, e da un sistema di legamenti , la cui funzione è di rinforzare l’articolazione e di limitarne i movimenti alla sola ampiezza fisiologica.

La superficie interna dell’articolazione è provvista di una membrana,  detta sinovia ,  che secerne un liquido vischioso , destinato a lubrificare i capi articolari, facilitandone lo scorrimento e prevenendone l’usura precoce.

L’apparato muscolare del tronco e degli arti , infine, passando dall’equilibrato stato di tensione tonica nel riposo, alla dosata contrazione muscolare nella esplicazione del movimento , col contrapposto simultaneo rilasciamento dei gruppi antagonisti, aggiunge il suo contributo alle strutture anatomiche sopra descritte,  per il mantenimento delle articolazioni nel perfetto rapporto necessario all’armonico espletamento delle più complesse attività del corpo umano.

Per frattura intendiamo l’improvvisa rottura di un osso dovuta a una causa violenta.

23/03/2013

Nella massima parte dei casi si tratta di una violenza che agisce su un osso precedentemente sano, con forza sufficiente a produrne la rottura,  ed in tal caso si parla di FRATTURE  TRAUMATICHE .

In taluni casi invece la resistenza dell’osso si trova ad essere già minorata da cause locali ( es. tumori o cisti ossee ) o generali  ( rachitismo,  sifilide, osteo porosi dell’età senile ) , per cui la rottura avviene anche a causa di traumi insufficienti a ledere un osso sano , e si parla allora di FRATTURE  PATOLOGICHE .

Tutte le fratture possono essere suddivise in due categorie,  a seconda del comportamento della cute sovrastante,  e cioè in fratture chiuse, quando soltanto l’osso è interrotto, ma il rivestimento esterno è illeso,  e fratture esposte,  quando vi siano lacerazioni delle parti molli e della cute che pongono in comunicazione il focolaio  di frattura con l’ esterno. L’importanza di tale  distinzione è data dal fatto che,  a parità di condizioni,  la prognosi di quest’ultimo è sempre più grave,  per la possibilità di infezioni,  il decorso prolungato e la libertà di scelta terapeutica spesso limitata.

Gli agenti causali di una frattura sono ovviamente molto numerosi,  e non sarebbe certamente possibile un elencazione di tutte le varie possibilità traumatiche.  Questo è vero  specialmente oggi,  col moltiplicarsi della meccanizzazione e della motorizzazione, che hanno portato l’incidenza dell’infortunistica  del lavoro e dell’infortunistica stradale a cifre veramente imponenti.

Così, se alcune eventualità,  come una caduta dall’alto,  un investimento stradale,  un infortunato da macchina utensile, una violenta contrazione muscolare , sono casi di nozione comune,  infinite altre eventualità accidentali possono intervenire e sollecitare la struttura di un osso fino alla sua rottura.  Tuttavia la modalità di azione di tutti questi possibili casi si riduce a due sole possibilità.

Distinguiamo :

1 ) fratture per causa diretta,  nei casi in cui l’osso si discontinua nel punto stesso in cui subisce la violenza. Appartengono a questo tipo molte fratture esposte, fratture da schiacciamento di un arto, da urto diretto  di un corpo, da colpo d’arma da fuoco, da scoppio o da esplosione.

2 ) fratture da cause indirette ,  quelle che hanno luogo ad una certa distanza dal punto di applicazione della violenza : ad esempio quando un osso lungo di un arto viene flesso o torto al di là del suo limite di elasticità,  e si spezza nel tratto più sottile e più debole. Una forza esterna può rompere l’osso con diverse modalità.

Distinguiamo così:

a ) fratture per flessione :  un esempio è rappresentato dalle fratture costali che si hanno negli schiacciamenti antero posteriori del torace, in cui la pur grande elasticità della costa non è sufficiente a compensare la eccessiva flessione subita.

b ) fratture per torsione :  un esempio è costituito dalla frattura della tibia negli sciatori :  il piede, con gli sci, resta bloccato al suolo,  mentre il corpo,  per inerzia, subisce una violenta rotazione verso lo stesso lato, che si scarica sulla tibia come su un perno , fratturandola con meccanismo di torsione. La linea di frattura ha in genere decorso elicoidale.

c ) fratture per compressione o schiacciamento :  interessano generalmente le ossa brevi,  spugnose ,  e lo schiacciamento avviene di solito fra le due ossa vicine  ( vertebre ) o fra un osso vicino ad una resistenza esterna  ( fratture del calcagno ).

d ) fratture per strappamento :  avvengono in genere a seguito di violenta contrazione muscolare,  o con meccanismo misto. Una brusca trazione esercitata su un legamento non determina la rottura di questo, per la sua robustezza, ma più spesso il distacco di un tratto di osso in corrispondenza dell’inserzione schelettrica del legamento stesso.  Continua…

PRONTO INTERVENTO

11/03/2013

Che differenza c’è tra COLLASSO    SHOCH   E  LIPOTIMIA?

Angelica

SHOCH  TRAUMATICO

Lo shoch è uno stato di depressione organica generale che si manifesta nelle ore successive ad un insulto traumatico violento.  Questo stato può evolvere se non interviene una terapia efficace verso l’esito letale  anche in assenza di qualsiasi lesione anatomica capace di determinare morte rapida.

Il ferito , spesso agitato subito dopo l’incidente,  diventa inerte, indifferente. Le estremità sono fredde, le unghie e le labbra cianotiche, la fronte si fa matida di sudorazione fredda.  La facies alterata.  Il polso è piccolo, frequente, talvolta impercettibile.  La respirazione è superficiale,  la pressione arteriosa diminuisce.

Negli shoch gravi si ha caduta tanto della pressione massima che di quella minima.  Nello stadio iniziale di prehock questi sintomi sono attenuati : la pressione arteriosa è poco modificata  ma il polso è sempre frequente, la facies alterata.

Questi sintomi devono essere sempre ricercati quando le lesioni traumatiche fanno temere la comparsa di uno stato di shock

Cause  determinanti

Le cause determinanti lo shock possono essere: fratture, vaste ferite delle parti molli, traumi del torace, contusioni dell’addome con o senza emorragia, frattura della colonna vertebrale, traumi multipli.

Fattore importante è che la comparsa dello shock è favorita ed aggravata dalla stanchezza, dal freddo, dal dolore, dalla paura.

Terapia

Le cura devono essere praticate prima ancora che lo shock si manifesti, ogni volta che si realizzano le condizioni capaci di determinarlo:

1 ) mettere il ferito a riposo; evitare rumori e agitazione, allontanare i curiosi e dare al paziente notizie rassicuranti.

2 )  Preservarlo dal freddo.

3 )  Dominare le eventuali emorragie.

4 ) I traumatizzati in stato di shock o in pericolo di shock, devono essere rapidamente trasferiti presso un centro chirurgico e trasportati in decubito  ( posizione coricata del corpo )  dorsale con la testa più bassa del tronco  ( se è possibile ossigeno  terapia ).

COLLASSO

Si chiama collasso la perdita di coscienza completa o transitoria.  Sia la perdita di coscienza che il ripristino della stessa avvengono in maniera rapida senza segni premonitori.  Al suo risveglio il paziente domanda cosa gli è accaduto,   poiché la perdita di coscienza è completa.

Gli stimoli più vari   ( la vista del sangue, un dolore fisico o una violenta emozione ) bastano a scatenare una breve  crisi sincopale che si risolve spontaneamente o con l’aiuto di qualche semplice accorgimento terapeutico.

L’ alterazione circolatoria  ( l’abbassamento della pressione arteriosa ) è nel collasso più evidente che nella lipotimia,  con fenomeni di anemia cerebrale più pronunziati.

Il trattamento sarà identico a quello indicato per la lipotimia.

LIPOTIMIA

La lipotimia è il complesso di sintomi che precedono la perdita di coscienza  e che si risolvono prima che la coscienza venga perduta.

La lipotimia  comunemente chiamata anche svenimento, può essere causata da fatica,  fame,  emozione improvvisa , ambiente surriscaldato , o ambiente saturo di ” antropotossine ”  ) per antropotossine si intende l’insieme delle  sostanze emesse  dall’uomo attraverso la ” respirazione e la perspirazione “).

Il polso si mantiene  generalmente buono,  ma la pressione arteriosa diminuisce.

Si tratta in sostanza un rallentamento delle funzioni  ” vitali “.  La coscienza non viene completamente perduta.

I provvedimenti da prendere sono i seguenti:

1 ) sdraiare il paziente sulla schiena con la testa in basso ;

2 ) slacciare gli indumenti stretti ;

3 ) applicare impacchi freddi sulla fronte e alle tempie ;

4 ) quando il paziente è tornato in sé, somministrare  caffè o  the caldo ( mai alcoolici ).

CONTUSIONE  CRANICA        COMMOZIONE  CEREBRALE

Le ossa di cui è  formato il cranio sono composte da un tavolato esterno e da un tavolato interno,  comprendenti tra loro uno strato di osso spugnoso.

Fino a parecchi anni fa si credeva comunemente  che lo strato interno fosse più fragile dell’esterno,  mentre è stato provato che nei trAumatismi cranici è più facilmente vulnerabile l’interno dell’esterno.

D’altra parte le suture delle diverse ossa craniche,  mentre da un lato assicurano la piena solidarietà fra le varie ossa, aumentano l’elasticità del sistema  ( infatti nel vecchio , dove le suture sono scomparse,  il cranio è molto meno elastico e si spezza  più facilmente.

Dalla parte centrale della base,  quella compresa tra la sella turcica ed il foro occipitale è chiamata centro di resistenza poiché è difficilissimo che si spezzi,  si staccano i pilastri : uno mediano anteriore,  uno mediano posteriore,  due obliqui anteriori, due obliqui posteriori.

Questi pilastri si riuniscono nella parte più elevata della volta e delimitano sei zone  di minore resistenza di cui le due anteriori corrispondono alle volte orbitarie, le due medie alle fosse sfenotemporali e le due posteriori alle fosse ooccipitocerebellari.

La struttura della volta è più omogenea di quella della base,  la quale  cosa spiega come pur essendo la base enormemente meno esposta ai traumi diretti,  siano relativamente assai frequenti le fratture che interessano la base.

Il cranio è molto elestico,  lasciato cadere su di un piano di marmo, rimbalza  fin quasi all’altezza da cui è caduto.  Nel cranio leso  si distinguono  due entità principali che ci interessano : – la semplice contusione cranica e la commozione cerebrale.

Le fratture di patologia assai complessa,  saranno appena sfiorate al termine di questo capitolo.

La contusione cranica si verifica tutte le volte che si batte il capo contro un corpo solido, o parimenti,  quando un corpo solido colpisce il cranio.  Si ha un improvviso obnubilamento , ottundimento, affievolamento della coscienza che dura pochi minuti,  con ripresa completa delle funzioni,  senza residuo alcuno,  si ha cioè un lieve stato di shock.  Comunque,  a meno che non si tratti di traumi lievissimi, è buona norma fare visitare il traumatizzato da un medico poiché sussiste sempre il pericolo , dopo il cosiddetto  ” intervallo  libero ” della insorgenza della temibilissima emorragia,  che si annuncia con il progressivo intontimento del paziente, il quale nel giro di pochi minuti o di ore o in qualche  caso addirittura di giorni, presenta i sintomi di una grave sofferenza bulbare : il bulbo o midollo  allungato è quel ponte che mette in contatto la massa cerebrale con il midollo spinale,  con rallentamento del respiro e la diminuzione netta della temperatura.

Se si aggiungono poi  i sintomi cosiddetti a focolaio, avremo una emiplegia  ( paralisi che colpisce gli arti di un solo lato del corpo ed una midrasi e cioè la dilatazione  stabile e non riducibile della pupilla )  unilaterale che indicherà il lato della lesione.

Per commozione cerebrale si intende quel complesso di sintomi che conseguono immediatamente ad uno scuotimento dei centri nervosi,  prodotto da azioni meccaniche dirette o indirette, brusche e violente,  che si esercitano sul segmento cranico.  Cioè la conseguenza  di un semplice e transitorio stupore dei centri nervosi che se in casi eccezionali,  può assumere tale intensità da generare uno stato comatoso profondo e la morte,  in genere regredisce in tempo più o meno lungo,  ma in maniera completa.

I sintomi principali sono :

1)  la perdita di coscienza immediata e di varia durata ( da qualche istante a qualche giorno )

2 ) rilasciamento muscolare completo

3 ) abolizione dei riflessi

4 ) pallore del volto

In più è da notare che come nello shock la coscienza si presenta se pure  obnubilata ed il polso nello shock è frequente,  nella commozione cerebrale è bradicardico.  Fissati così per sommi capi i sintomi che distinguono la commozione cerebrale da altre entità patologiche,  è di somma importanza stabilire ora i primi ed assolutamente necessari soccorsi che bisogna presentare al cranioleso, soccorsi che condizioneranno la salvezza dell’infortunato o la sua morte.   Sono assiomi semplici che tutti soprattutto gli automobilisti dovrebbero conoscere.  CONTINUA…

20 /03/2013

POSIZIONE DEL CRANIO LESO

Difficilmente arrivano al pronto soccorso degli ospedali, dei craniolesi con cui è stata fatta assumere la posizione adatta : Il cranio leso deve sempre ed in qualsiasi modo essere posto con la testa declive rispetto al corpo. Ciò serve ad un duplice scopo:

1 ) far affluire una maggior quantità di sangue al cervello che, per lo stato di schok , si trova in amemia ,

2 ) più importante, con tale posizione, si evita che il cranioleso ingurgiti ustruendo le vie aeree superiori e ,  di conseguenza arrischiando la morte per soffocazione, il sangue che può fuoruscire dalle lesioni interne , le sostanze vomitate ,  gli eventuali apparecchi di protesi dentaria che cadono nel retrobocca provocando asfissia.  Come si può vedere una delle più semplici manovre può salvare la vita che nel cranioleso la maggior parte delle volte viene persa per la mancanza di tali semplici norme. Per inciso vorrei anche rammentare  come trovandoci in mezzo ad una strada e dovendo soccorrere un cranioleso, dobbiamo assolutamente astenerci,  dopo aver fatto assumere al paziente la posizione suddescritta, avergli slacciato gli abiti e ogni indumento soffocante, da manovre inconsulte che solo potrebbero aggravare la situazione già seria.  E non bisogna nemmeno praticare sconsideratamente la respirazione artificiale al cranioleso : non si deve dimenticare che nell’evenienza di un trauma,  oltre al cranio, , altri segmenti del corpo possono essere interessati e non facilmente svelabili, soprattutto da un profano in mezzo ad una strada.

Pensiamo a quale disastrosa conseguenza può portare una respirazione artificiale eseguita con la tecnica usuale in un fratturato costale : questa nostra manovra, affondando i monconi delle costole fratturate nel polmone  del paziente, provocherebbe senz’altro la sua morte per le gravi emorragie che insorgerebbero.  Il nostro atto caritatevole si trasformerebbe in un vero e proprio omicidio.  Di conseguenza ,  se proprio le condizioni circolatorie e respiratorie del paziente si dovessero orientare verso la respirazione artificiale, la dobbiamo praticare tranquillamente, ma useremo la tecnica  bocca a bocca, o bocca a naso ( respirare regolarmente sia più profondamente ). Continua…

Elena  Lasagna

LA CURA DEI PIEDI SEI . ULTIMO CAPITOLO

07/02/2013

CURIAMO  I  NOSTRI  PIEDI

VENE  VARICOSE

Codesti vasi venosi negli arti inferiori che portano il sangue dalle estremità al cuore, a mezzo di piccole valvole che ne facilitano l’ascesa, che si dilatano e si allargano, prendendo il nome di varici, essi sono vasi che si riempiono di sangue che defluisce; che non riesce a salire  e le evidenzia nelle gambe, come tortuosi sentieri in rilievo sulla stessa.  Generalmente,  quando ormai la loro funzione è negativa,  interviene il chirurgo ad eliminarle.

Molti individui prima di decidersi per una totale estrazione, si sottopongono ad iniezioni sclerosanti, il risultato delle quali purtroppo non è  molto soddisfacente.   Sembra comunque certo che eliminare una rete venosa superficiale negli arti inferiori, ricchissime di queste ad ogni livello,  non turbi minimamente il ritorno al cuore del sangue, dagli arti inferiori.

DIABETE

La regolazione del metabolismo dei carboidrati o degli zuccheri,  alterata sotto forma di un disturbo che si presenta in stato cronico,  è la classica malattia, conosciuta come ” diabete ” . Se un individuo è affetto appunto da codesta malattia, anche in podologia è utile esserne al corrente, poiché le ferite in genere presentano difficoltà nel loro trattamento per tutte le possibili complicazioni che potrebbero insorgere dopo un’incisione che il trattamento stesso avrebbe dovuto evitare. I sintomi  caratteristici più comuni nel diabete sono una sete fortissima, una frequenza allo stimolo di orinare  ( pliuria ) . Attraverso le urine abbiamo appunto l’eliminazione del glucosio mentre nell’individuo normale gli zuccheri si accumulano nel fegato e nei muscoli.  L’ ereditarietà è una caratteristica fondamentale nel malato di diabete; il diabete insorge spesso in individui che, con eccessi di alimentazione ( eccessi di grassi ) pongono l’insulina ad un esagerato lavorio, sino al totale esaurimento della stessa e danno possibilità di insorgere alla malattia.  L’età in cui si caratterizza l’insorgenza della malattia varia dai 45- 50- 60 anni e mentre negli anni trascorsi quasi sicuramente un individuo concludeva il ciclo della malattia con la morte,  è pressapoco identica a quella di un individuo normale.  In podologia si osservano complicazioni nel diabetico perché questi ha un eccesso di zucchero nei tessuti e nel sangue.

Ora, poiché i germi trovano migliori condizioni di sviluppo in presenza di zucchero,  i tessuti del diabetico  inibiti di codesta sostanza,  a contatto con strumenti e con medicamenti non del tutto sterili ( settici ) sui quali possono trovarsi più germi,   vengono portati a un’infezione piuttosto difficile da risanare.

Da qui le precauzioni necessarie da assumere onde evitare l’infezione nel diabetico. Le malattie vascolari causano spesso mortalità nel soggetto diabetico al di là dei 45 anni;  nell’individuo cioè dove è già in pieno sviluppo le arteriosclerosi. Anche una lesione o una ferita a un vaso capillare nella persona già interessata ad una malattia vascolare ( cioè  in un soggetto il cui sangue non circola bene ) rimargina con difficoltà,  per cui non è dato da escludersi,  fra i vari tipi di cancrena in cui potrebbe incorrere, quella diabetica. Ad ostacolare il processo di cicatrizzazione e di rigenerazione di nuovi tessuti nel diabetico,  si presenta l’acidiosi  ( corpi chetonici ) nel sangue distribuiti anche nei tessuti . )

 L’insorgere di una piccola piaga o di una ulceretta provocata dalla compressione di una calzatura che non abbia sicura tendenza a guarire in un paziente scrupoloso nell’applicazione di mezzi cicatrizzanti,  orienta ad una diagnosi di precauzione del diabete.   Così come ogni manifestazione cutanea pruriginasa o enzimica,  può rivelare una certa tendenza al diabete,  del quale il prurito è anche un sintomo, consiglierà un esame idoneo ad evidenziarlo.  Per ogni trattamento un soggetto diabetico,  di cui si conosca la malattia,  ogni piccola operazione necessita della massima precauzione e abilità,  che eviti ogni eventuale ferita o contusione.  Nel caso di fuoriuscita di sangue il paziente stesso collabora alla riparazione sottoponendosi alla costante e energica cura del diabete consistente nella riduzione della glicemia mediante una controllata alimentazione oppure adeguate cure o togliendo lo stesso acido contenuto nei tessuti per ottenere una più facile guarigione alla parte ferita.

Elena  Lasagna

LA CURA DEI PIEDI CINQUE

05/02/2013

CURIAMO  I  NOSTRI  PIEDI

ONICOGRIFOSI

Spesso l’alluce e  molto meno frequentemente  le altre dita,  sono affette da    ”  onicogrifosi ” (ovvero ispessimento, ricurvamento ed allargamento e ipertrofia dell’unghia, che raggiunge a volte lo spessore di un cm o più) impossibilitando il paziente all’uso di qualsiasi  tipo di calzatura normalmente adottato.  Recidere il più possibile e nel modo più corretto , evitando di ledere il sottostante derma sembra essere l’unica soluzione idonea e la più rapida.  Il trapano elettrico ha una parte considerevole e ( supponendo che la sensibilità del paziente che sarà sottoposto lo permetta ) molto importante in quanto,  oltre ad abbassare l’ispessimento dovuto all’anomalia medesima,  liscia l’unghia in modo  esteticamente perfetto, eliminando i dolori da compressione.  Ma qualora sotto il livello del derma  sottostante si producessero infezioni frequenti, allora, si indirizzerà il paziente dal medico chirurgo per l’asportazione della matrice ungueale.

EMATOMA  UNGUEALE

Le unghie , con particolare riferimento a quelle dell’alluce , sono frequentemente soggette a ematomi.  L’origine di un ematoma ungueale è sempre la conseguenza di un trauma che la parte subisce.  Possibili ed eventuali ematomi non sono da escludere alle unghie delle dita più piccole del piede , se pure si riscontrano in minore frequenza e per cause traumatiche di diversa natura.  L’alluce per la sua naturale tendenza a mantenere la falangetta in posizione più alta rispetto al piano di appoggio della falange e del metatarso , o per la sua proporzione o per la sua lunghezza , è il più soggetto ad esporre l’unghia di cui è rivestita la sua parte superiore, a contusioni di ogni genere più o meno violente.  Di qui l’ematoma più frequente che spesso coincide addirittura con la frattura della falange.  Un trauma violento produce un travaso di sangue che provoca lo stacco del derma sottoungueale, con espansione di liquido nel letto stesso dell’unghia.  Se le condizioni della falangetta sono naturalmente buone,  se non esiste traccia di lacerazione dei tessuti e l’ematoma è ristretto nella regione dell’unghia , sarà sufficiente incidere la medesima , quel tanto necessario a provocare una totaqle fuoriuscita di sangue e ( previo un buon lavaggio antisettico ) , fasciata la parte , aspersa prima con prodotti antibiotici , otterrà una risoluzione rapida e sicura dell’ematoma in questione.  Complicazioni grqavi possono derivare causa la rottura dei tagumenti, qualora l’ematoma subungueale tendesse ad eventuali  infezioni . Casi di infezione tetanica non sono esclusi, e taluni anche mortali. Risultanze queste   di piaghe difficili da rimarginare e spesso prventivamente causate da interventi settici apportati sulla parte dallo stesso paziente, che presentano alla vista contusioni che possono far temere un ampio focolaio contuso.

IPERIDROSI

La forte secrezione delle ghiandole sudorifere, a livello del piede, tende a colpire il genere umano di codesta noiosissima affezione maleodorante che macera i tessuti e conduce, a seconda degli agenti atmosferici, a screpolature della pelle di vario tipo e concorre adeterminare vari tipi di dermatosi e micosi.  Quale che sia il risultato di tale anomala infezione sulla psiche dell’individuo, sembra essere chiaro, se lo stesso è costretto a vivere in continuo contatto con i suoi simili. Ne risulta che il medesimo deve sottoporsi a trttamenti igienici più accurati, a costanti lavaggi e ad un pressochè esagerato ricambio di calzature.  Costanti bagni a base di alcool denaturato, della durata din4-5 minuti ciascuno, e l’espersione costante di polveri interessate al trattamento igienico concorrono a sollevare il paziente.

MICOSI  INTERDIGITALE

Negli individui sofferenti di affezioni  iperidrosiche,  è frequente la formazione di micosi interdigitale, ovvero frequenti macerazioni,  tagli profondi all’apice interno delle dita  ( piccole ulcerazioni ).  sintomi dolorosi di pruriginosità denotano la micosi nella sua forma più cruenta ; le cause di tali sintomi vanno imputate spesso ad una affrettata asciugatura delle estremità ,  male e non del tutto effettuata negli spazi interdigitali.  Ogni trattamento è del tutto simile a quello usato per l’iperidrosi , ovvero tenendo come regola l’abitudine di mantenere molto ben asciutte  le dita alla base della loro attaccatura interna che sarà bene anzi tamponare in caso di ulcerazione   ( nelle ore notturne )con cotone idrofilo  rivestito di garze,  imbevuto di alcool e ( nelle ore diurne ) aspergendone la parte con polveri assorbenti o creme antibatteriche e curative ( tipo gentalin o simili ).

CALCAGNO

Borsite  retro  calcaneare

Generalmente la calzatura è la maggiore responsabile di tale affezione che con un bordo o rinforzo troppo ispessito,  mal cucito o comunque troppo rigido , genera una pressione o strofinamento nella regione retro-calcaneare.  Il paziente che ne è affetto e risente del disturbo con punte eccessive d’inverno,  autodefinisce gelone l’anomala protuberanza,  o durone ,  che vorrebbe eliminare attraverso un trattamento praticato dal pedicure o dal medico Podologo.

ARTRITE

L’infiammazione di una o più articolazioni è comunemente denominata ” artrite “.  La forma artritica si manifesta acuta , cronica e prodotta da moltissime specie , aventi cause differenti,  fra cui le più comuni sono l’acido urico,  le disfunzioni ormoniche, ecc.  Qualche volta la malattia , generalmente predisposta da condizioni ambientali di strapazzo fisico e di umidità , può manifestarsi anche per cause traumatiche.  È  caratterizzata da manifestazioni dolorose locali,  da sensazioni di freddo,  da distensione della pelle con arrossamenti e anche da impossibilità improvvise , o comunque difficoltose , di produrre movimenti a mezzo della parte colpita.  Applicazioni calde sulla parte colpita da artrite,  e se necessario iniezioni calmanti , gioveranno a sedare la dolorosità acuta.  Qualche volta la malattia provoca un rialzo di temperatura e le cure che le si adattano ( molte e varie ) vengono apportate al paziente a seconda della causa che ha determinato la malattia.

Un’artrite si evidenzia allo stato cronico sull’articolazione colpita e sui tessuti che la circondano , qualche volta in individui giovani   ( di 30-40 anni )  e, generalmente nella donne nel periodo della menopausa. Si manifesta nella maggior parte dei casi all’inizio attraverso un gonfiore molle dell’articolazione delle dita, tanto da rendere doloroso , successivamente il nodo articolare delle stesse. Prime ad essere colpite sono le dita della mano,  poi quelle del piede , e in progressiva successione,  i polsi , lecaviglie, il ginocchio,  attraverso lunghi periodi di stasi in cui la malattia è indolore.  Spesso l’artrite deformante , la cui dolorosità è incostante  ( qualche volta è a carattere fulmineo ) colpisce una sola articolazione.  Lo stadio acuto della malattia sembra incurabile durante codesta fase e scarse sono le cure opponibile  alla malattia anche perché  non si conoscono le cause e la vera origine della stessa. Cercare soprattutto l’ alimentazione giusta, cambiamento di clima per chi può permetterselo, evitando anche ogni tipo di bevanda alcooloca. Cercare le cure adatte dallo specialista e le scarpe ortopediche fatte su misura del piede. Ecc.

PIEDE  TORTO

Lo  si osserva come un piede quasi arrotolato su se stesso; l’origine della malformazione è congenita. L’ appoggio è prevalentemente nell’avampiede sulle dita  ( in equinismo  ) ; l’arco plantare mediale è molto accentuato  ( cavismo ), L’individuo affetto da piede torto,  costretto a camminare sulla parte laterale del piede,  presenta notevoli ispessimenti  (callosità ),  appunto su questa parte dove trova il suo innaturale appoggio.  Livellarne lo spessore non comporta assolutamente beneficio,  spesso anzi, un livellamento dello strato corneo,  effettuato con eccessivo zelo,  causa maggiore dolorosità alla parte resa sensibile durante la sua azione di appoggio.  È competente per questo genere di malformazione il medico specialista Ortopedico.

L’ Ortopedia prevede speciali tecniche atte a correggere la malformazione presente già nei bambini,  con ottimi risultati.

ARTERIOPATIE

Malattie arteriose degli arti inferiori

 Morbo di Bürger : è un particolare tipo di malattia delle arterie  ( arteriopatia  ), consistente nell’interruzione di una o più di queste, con conseguente malnutrizione dei tessuti negli arti inferiori, consiste nel senso di formicolio e senso di piede freddo ; e soprattutto nel senso costante di sofferenza cui deve assoggettarsi l’arto medesimo,  disturbato anche da una sensazione di piccole punture sulla sua superficie.  La caratteristica del piede freddo, se pure molto importante all’insorgere della malattia,  non comporta sempre e necessariamente una lesione arteriosa di questo genere. La malattia vera e propria è poi diagnosticata, a distanza spesso di mesi, attraveso la manifestazione di disturbi di stanchezza al polpaccio,  pesantezza durante una marcia poco più che normale. Con l’andare del tempo pur rimanendo la sensazione del freddo ai piedi, le varie sensazioni assumono l’aspetto di un crampo vero e proprio, Quest’ultimo aspetto presenta così una forma di claudicazione  intermittente, che consente una diagnosi certa della malattia.  Le malattie arteriopatiche caratterizzate appunto dal crampo ai polpacci e della claudicazione intermittente,  evolvono spesso a distanza di anni attraverso l’estendersi dell’interruzione delle arterie,  o mediante la chiusura di altre, producendo anche  ” dolore a riposo “; ovvero la sofferenza dei tessuti che vengono male irrorati malgrado la posizione distesa dell’indivuduo che,  non sottoponendo a sforzo i suoi arti, non necessiterebbe in via normale di una maggiore irrorazione degli stessi.  L’ultima fase di queste malattie arteriopatiche è quella che nel piede permette di evidenziare piccole ulcerette,  alla estremità anteriore delle dita  (  piccole chiazze rosse prima, poi bluastre )  all’altezza delle unghie, spesso facili da conforndere con la classica manifestazione dell’unghia incarnita, con rottura dei bordi ungueali. Codeste lesioni trofiche denotano un inizio di cancrena caratterizzata appunto dal tessuto che, non alimentato con quella sufficiente quantità di sangue che gli necessita,  entra in fase di necrosi ( e cioè  di tessuto che muore ).

LA CURA DEI PIEDI QUATTRO

 01/02/2013

CURIAMO  I  NOSTRI  PIEDI

IGROMA

È un’infiammazione delle borse mucose e fra le maggiori  caratteristiche che la denotano primeggia la costanza.  I gottosi,  gli artritici,   i reumatizzati ne sono colpiti particolarmente nella forma acuta ;  l’igroma è però spesso conseguente a lesione traumatica.  ( Un trauma che si ripete su di una parte molle, provoca infatti una reazione di difesa che costituisce, nel punto di maggior compressione, l’affezione dolorosa detta ” igroma “). Nella sua fase più acuta l’igroma presenta una tumefazione fluttuante,  rotondeggiante e dolente.  Accade che si risolva per riassorbimento  o per suppurazione : si è naturalmente più inclini a propendere che il paziente arrivi personalmente allo stadio di suppurazione,  attraverso le varie fasi apparenti  e di sensibilità con conseguente risoluzione chirurgica.

L’igroma subisce fasi di :

a ) formazione e sensibilità

b ) callosità apparente e irritatissima

c ) translucidità fluttuante

Qualche volta l’igroma  ( è da credere in una saggia determinazione dell’individuo sofferente,  atta ad eliminare ogni forma di compressione sulla anomalia dolorosa  del suo piede, sottoponendosi a costanti bagni o a periodi di immobilitá a riposo ) supera lo stadio acuto per passare allo stadio cronico che è indolore.

L’igroma tumefatto  ( trattato dal medico curante durante questa fase ) viene curato con una incisione,  seguita da lavaggi e , nei casi peggiori il medico procederà  alla evacuazione e  alla escissione della parete.  In un individuo sofferente di tale anomalia l’igroma in genere si acutizza per:

a ) imperizia personale dell’individuo che ne è affetto,  nell’assottigliamento dello strato corneo superiore, che denota tutte le caratteristiche apparenti in un callo;

b ) lesioni praticate dallo stesso paziente sui tessuti circostanti quella che apparentemente sembra essere callosità ;

c ) l’insistere con il tipo di calzatura che ha traumatizzato la parte.

Il Pedicure non completamente esperto che non si limiti ad assottigliare leggermente asportando il solo strato corneo superficiale,  provoca anzitempo la fase più acuta dell’igroma ; infatti :

a ) l’insistere nel trattamento sullo strato corneo confondendo l’affezione  con una callosità suppurata,  può condurre al perforamento della vescica sierosa,  con tutte le conseguenze che ne derivano.

b ) il mancare , in caso di fuoriuscita di siero o di una emorragia,  di apprestare tutti quegli accorgimenti necessari ( lavaggi iodati, aspersioni con polveri antibiotiche ), di medicare al fine di proteggere la parte costretta nella calzatura tutt’altro che scettica ;

c ) il non indirizzare il paziente,  già costretto nella fase irritativa,  da un medico specialista,  dopo avergli fatti praticare un primo necessario periodo di immobilità,  a gamba tesa, e con costanti bagni caldi antisettici, intervallati da impacchi umidi.

L’igroma giunge ad una fase acuta ( insopportabile ) soprattutto quando, attraverso le fasi della sua evoluzione in ambiente scettico,  attraverso una lesione della pelle penetrano  germi nella borsa sierosa producendo pus, il quale cerca di aprirsi la strada attraverso la pelle nei circostanti tessuti sani.

CALLO DEL TENDINE

Altro tipo di callo complesso,  insorge sul tendine del quale prende il nome di ” callo del tendine ”  .  Non è molto frequente e si determina sull’estensore proprio dell’alluce.  Si incunea con particolare profondità nella zona di articolazione metatarso-falangea,  la zona è particolarmente soggetta a frequenti strofinamenti o a compressioni verso il lato interno della calzatura stessa.  Generalmente sia per la compressione del callo o per lo sforzo del tendine medesimo,  teso quasi come una corda di un arco, la circostante superficie del callo del tendine appare generalmente infiammata,  sensibilissima al tatto; per cui una conseguente estirpazione,  oltre a risultare più  laboriosa nonostante la similarità di questo callo rapportato ad uno qualunque,  di natura dorsale,  sulle articolazioni delle dita ( falango-falangea ),  può prospettare pericolosità ad ogni effetto di una probabile complicazione: e cioè la peggiore delle ipotesi di pericolosità , il caso di infezione, che la borsa sierosa situata immediatamente a contatto con la guaina del piede, suppurando origini una artrite infettiva.

È certo comunque che estirpare codesta callosità sul tendine è sempre cosa possibile se pure ardua ( sarebbe utile eseguire sulla parte un’unica incisione in profondità ed estirpare il callo con un rapido movimento atto ad eliminare residui di pellicine che,  indurendo,  contribuiscono a maggiorare il processo infiammatorio ), nella migliore delle ipotesi  però data la natura del tendine e il lavorio cui è costantemente soggetto,  il callo si riprodurrà in tempo brevissimo,  tanto da escludere la necessità di estirparlo.  Una diagnosi serena ed onesta convince il paziente a sottoporsi ad un piccolo intervento chirurgico che riporterà  l’alluce ad una normale articolazione attraverso il suo estensore , eliminando la possibilità di recidiva di codesta fastidiosa callosità del tendine.

CALLO  MILIARE

È  un tipo di affezione dolorosa e cornea presente nella regione plantare del piede all’altezza della prima articolazione metatarso falangea e sotto l’alluce.  Di forma rotondeggiante unicuspide con vari millimetri di diametro sulla sua superficie e con l’ estrema punta conficcata nel derma in cui insorge. Talvolta presente come unico esemplare è spesso accompagnato da una famigliola della sua stessa specie. Ne è soggetto l’individuo in età già avanzata,  costituzionalmente magro o comunque affetto da disturbi venosi o uricemici;  può essere però presente anche in gottosi o diabetici.  Lo caratterizza la sua durezza particolare,  la profondità esagerata ; nel suo periodo d’inizio presenta all’osservazione piccoli puntini più scuri della pelle nella regione di insorgenza e si manifesta nel paziente attraverso un lieve e molesto bruciore o trafittura.  Evolve secondo lo sforzo a cui è soggetto l’arto nel quale è inserito, l’età del paziente e il genere di deambulazione dello stesso,  attraverso periodi più o meno vari di dieci, venti , trenta , giorni.  Nell’ ultimo periodo presenta sintomi dolorosissimi di trafittura esagerata,  con arrossamenti nel tessuto circostante accompagnati da bruciore talvolta tanto violento da richiedere un immediato trattamento di enucleazione del callo.

CALLO  MOLLE

(occhio di pernice )

L’occhio di pernice è un tipo di callo piuttosto comune e lo si riscontra particolarmente nel genere femminile tormentato da calzature totalmente inadatte alle esigenze anatomiche del piede o antifisiologiche. È  un’affezione caratterizzata negli spazi interdigitali, rotondeggiante di colore biancastro nei suoi margini,  più scuro al centro, si differenzia dal comune callo appunto per lo strato corneo di cui è composto : molle e bianco ovvero cotto dagli umori prodotti nell’eccessiva traspirazione interdigitale.  Un cedimento metatarsale o di tutto l’arco trasversale dà origine ad una deambulazione male equilibrata: costringe le dita ad una non naturale articolazione e in un tessuto particolarmente sensibile, soggetto a forme di idrosi,  viene a prodursi codesto callo molle.  A resezione avvenuta, sarà doveroso per il paziente di mantenere lo spazio interdigitale , colpito dalla fastidiosa anomalia, il meno umido possibile , cercare di mantenerlo in una condizione perfettamente asciutta,  onde  ottenere un grande miglioramento se non la perfetta e totale scomparsa dell’anomala callosità.

CASO  PARTICOLARE

Un trattamento inutile al piede dolorante di un paziente, dolorante per un’anomalia non bene definita, non è sicuramente un caso di tutti i giorni. Prima di intervenire potremmo pensarci bene per formulare una diagnosi, adducendo pretesti del tipo corrente:  ” reumatismi, acidi urici, difetti di circolo ” , altri ancora avranno in successive sedute cercato di giustificare, a se stessi e verso il paziente, la causa della dolorosa anomalia ” fantasma “, sorta in un punto qualsiasi della pianta del piede. Per meglio intenderci il piede di un soggetto perfettamente sano presenta un lieve ispessimento sulla faccia plantare all’altezza dell’alluce,  fortemente irritato nella regione sottostante. Primo e logico ragionamento livellare l’ispessimento entro il quale necessariamente dovrebbe trovarsi il fittone di un callo, fortemente compresso dal peso della persona del paziente , e a giustificare la forte infiammazione. Primo risultato nullo. Il tessuto più sotto si presenta sano, privo di callo e fittone. Eliminato però il lieve ispessimento,  ad una lieve pressione esercitata sulla parte,  il paziente avverte il medesimo dolore acuto tanto da imporre al medico un nuovo e più attento esame onde trovar finalmente la causa che deve assolutamente esistere. Con l’ausilio di una buona lente e molta attenzione finiscono per rilevare un piccolissimo punto leggermente più scuro del tessuto del piede. Si tratta di un volgarissimo pelo che ha trovato modo di conficcarsi verticalmente nella parte,  per agire sulla stessa come uno spillo. Un caso qualsiasi questo, particolare nella sua possibilità di ripetersi con troppa frequenza,  ma assolutamente possibile del quale tutti potrebbero lamentare le conseguenze. Continua nell’artico ” La cura dei piedi cinque ” .

LA CURA DEI PIEDI TRE

25/01/2013

CURIAMO  I  NOSTRI  PIEDI

I CALLI  IN  GENERALE

DEFINIZIONE : è costituito da un ispessimento circoscritto dello strato corneo e dell’epidermide,  con zaffi corneali che si approfondano nel derma. È causato in prevalenza da ripetute pressioni:  si  osserva infatti soprattutto nei punti compressi da calzature troppo strette, particolarmente nel V  dito del piede, sulla prominenza dei metatarsi,  delle falangi e sulla pianta del piede.  Il callo è sempre dolente spontaneamente e soprattutto nella stagione umida;  i tessuti cornei sono evidentemente igroscopici,  assorbono cioè l’umidità,  si rigonfiano provocando uno stato di tensione dolorosa spontanea e maggiormente col movimento del piede.

Al centro dello strato corneo ispessito si trova una formazione cornea conica a strati  ( occhio del callo ) che si approfonda nel derma e che indica il punto di maggior compressione. Persistendo insistentemente lo  sfregamento che l’ha provocato,  il callo si può dissecare dai tessuti sottostanti e trasformarsi in una rilevatezza bollosa contenente liquido sieroso citrino.  Può accadere, in queste condizioni,  che il callo per successive abrasioni o da calzature o per interventi inesperti dello stesso paziente,  si infetti ; in tal caso la raccolta sierosa si trasforma in raccolta purulenta- emorragica,  con possibile reazione infiammatoria dei tessuti circostanti ed arrossamenti superficiali a raggiera ( linfangite ) – ( infiammazione dei vasi linfatici ) .  Nei casi più gravi si può avere anche l’ingrossamento delle linfoghiandole  satelliti  ( adenite ) e reazioni febbrili.

CURA : quando si presentano calli normali o lievemente irritati, se ben asciutti e regolari con strato notevole di cornea, con paziente molto sensibile, è sufficiente la loro asportazione con arnesi adeguati, operando in strati sottili, fino ad arrivare alla zona vascolarizzata morbida, evitando di provocare sanguinamento. Con callo molto duro, è consigliabile prima di procedere, un bagno emolliente con acqua calda o un impacco con crema adeguata. Il callo allora potrà essere asportato con notevole facilità.

Nei casi infiammati con arrossamento circoscritto, prima di intervenire, è consigliabile prescrivere impacchi freddi o di alcool e riposo , e dopo qualche giorno intervenire come nella maniera precedente.  Nella fase di infiammazione diffusa estesamente ai tessuti circostanti, o di ascesso acuto, sarà opportuno indirizzare i pazienti dal medico per la cura del caso. Nel caso invece di raccolta sierosa, senza o con scarsa reazione  (fase cronica ), callo con sacca, dopo le opportune disinfezioni della parte e dei ferri, si punta il ferro a lancetta al margine del callo e si solleva il callo stesso, proseguendo nell’incisione circolare, fino ad asportarlo completamente.  Si scopre così la cavità, la si ripulisce con cura e si disinfetta mediante antisettici ( acqua borica , borossigeno, ecc. ), quindi, si applicano pomate antibiotiche poi, garze sterili o cerotti appositi, già preparati.

CALLO  IN  PARTICOLARE

Ci sono vari tipi di calli e se ne distinguono alcuni  caratteristici per la sede nella quale solitamente si riscontrano, altri per l’aspetto formale che hanno.  Per comodità di classifica li dividerò in tre categorie:

1     –    calli del dorso del piede

2     –   calli della punta del piede

3     –    calli interdigitali o marginali.

A )  Calli del dorso del piede. Si riscontrano in genere o sulle giunture falangee, particolarmente sulle dita a martello.  Si riscontrano su tutte le dita del piede escluso l’alluce.  Sono più frequenti  al V° dito, dove abbiamo una callosità semplice. Sulle altre tre dita seconda  terza  e quarta tale callosità può essere complicata dalla sottostante presenza di un rigonfiamento di consistenza dura –  elastica dovuta ad una borsite che ha l’aspetto di una ciste  ( capsula a contenuto liquido o semisolido ) a contenuto sieroso , o sieroso spugnoso.  Per questi casi è necessario l’asportazione chirurgica di un medico.

B )    Calli plantari :  a)   callo puntuale paraunguenale delle dita a martello

                                        b)    callo  dell’alluce

                                        c)     callo metatarsale

A )   È   fastidioso o dolorosissimo, ben circoscritto, del volume di un pisello, poco spesso, ma con occhio centrale quasi costante che si approfonda più o meno nel derma; si asporta facilmente.

B )    È   abbastanza comune in forma semplice. È del volume di una mandorla, ellisoidale,  di spessore vario, ben asportabile. Raramente presenta un punto centrale più chiaro dolorosissimo e facilmente sanguinante a causa di una papilla dermica ipertrofica riccamente vascolarizzata e con numerose terminazioni nervose.  Si consiglia nel trattamento di presentare la massima attenzione nell’asportare la callosità circostante trasparente,  rispettando la papilla centrale che,  altrimenti,  sanguinerebbe abbondantemente.

C )   Si presenta negli abbassamenti degli archi lungitudinari,  di volume e spessori  vari con le caratteristiche del callo semplice, talvolta confluenti in uno esteso a tutta la parte anteriore del piede.  In certi casi rari troviamo stratificate con le callosità,  piccole scagliette di sangue coagulato.  Questo fenomeno è causato dalla lacerazione dei vasi capillari durante la compressione e successiva aspirazione reattiva da parte della callosità non più compressa.  In questa sede possiamo anche riscontrare callosità con le caratteristiche del callo papillare descritto nei calli dell’alluce. Altra callosità metatarsale plantare è il cosiddetto callo sudoriparo.  È  un callo caratteristico che si nota in individui con eccessiva sudorazione.  La callosità si presenta macerata, molto spessa e spugnosa. L’asportazione totale eccessiva provoca per la prima giornata disagio e fitte dolorose.

CALLI INTERDIGITALI  E  MARGINALI

Fra questi, importante è il cosiddetto callo ad occhio di pernice. Tale denominazione esprime abbastanza chiaramente il suo aspetto. Compare tra i punti di contatto con le dita fra di loro,  della grandezza e forma di un coriandolo con punto centrale e contorno bianco  –  amianto macerato.  Una delle cause che lo provoca è la costante presenza del sudore.  Nel punto di contatto è bilaterale tanto che lo si potrebbe chiamare  ” callo gemellare ” delle dita.  È  molto doloroso spontaneamente in quanto il fittone centrale comprime in regioni molto sensibili e con scarso tessuto ammortizzante.  L’asportazione va fatta con estrema attenzione,  cautela  e sicurezza. Del callo marginale il più importante è quello del tallone.  Si manifesta in chi usa calzature aperte; si riscontra soprattutto nella donna.  Questa callosità si estende circolarmente su tutta l’estensione del tallone e può raggiungere anche lo spessore di un centimetro. Nei calli inveterati di questo tipo possono osservare frequenti fenditure verticali del corneo ormai arido, il cui fondo raggiunge il derma fino a sanguinare.

Va asportato completamente previo impacco emolliente ed applicazione di crema onde ammorbidire bene la callosità troppo secca. Fatto il lavoro si applicano sulle  ferite e lacerazioni sanguinanti pomate risolventi e antibiotiche tenute in sede da opportuni cerotti.  I calli marginali in altre sedi hanno scarsa importanza.  Fino ad ora ho parlato di callosità a sede costante,  in cui cioè il  movente principale è dovuto alle particolari conformazioni del piede. Ora dirò brevemente di quei calli a sede variabile nei quali il movente principale è una malformazione della calzatura ( in genere chiodi  e nodi sulle suole ) . Queste callosità sono piccole e profonde,  prive di alone superficiale.  Per la loro conformazione costante li chiameremo ” calli migliari ” . Essi se asportati sistematicamente con un ritmo preordinato,  consigliando ai pazienti di cambiare spesso calzature, possono essere eliminati completamente.

L’UNGHIA  INCARNITA

( O INCARNATA )

Si ha l’unghia incarnata quando approfondendosi  nel vallo del letto ungueale, che la delimita, l’unghia si comporta come un corpo estraneo,  causando una reazione irritativa-infiammatoria con successiva secrezione sieroso-purulenta del cercine carnoso. Nel fenomeno si possono distinguere cronologicamente quattro fasi:

1)   Dolore anche spontaneo, ma soprattutto alla pressione continuata;  in questa fase,  spesso, ad un attento esame si riesce ad evidenziare nel punto di maggior pressione una piccolissima callosità conica che si affonda nel vallo per uno o due millimetri.

2)    Iperemia:   la parte interessata diventa rossa, turgida e lucente.

3)    Ulcerazione : nella sede di contatto per la continua pressione si produce un’ulcera da decupito.

4)     Reazione fungoide : nella fase avanzata,  persistendo le cause, compaiono fungosità secernenti e ricoprenti anche buona parte dell’unghia macerata sottostante e vistosa deformazione del dito interessato.

Le cause favorenti l’unghia incarnata possono essere varie:

Congenito – ereditarie acquisite : malformazioni,  calzature strette, sudorazione eccessiva del piede.

Stati fisiologici 0 patologici particolari : gravidanza, malattie di cuore, o flebiti degli arti inferiori;  in esse il fatto è spiegabile dalla presenza di edemi  ( enorme aumento di liquidi nei tessuti )  che ingrossano anche il piede ; diabete ed altre forme distrofiche ( esiti di ferite  congelamento ).

Sede : la sede preferita dell’unghia incarnata,  nella stragrande maggioranza dei casi , è l’alluce.

 CURA

Il paziente che ricorre al podologo, ha bisogno di sollievo immediato,  quindi ogni tentativo di persuaderlo e fare manovre che non abbiano questo scopo è destinato all’insuccesso. Sarà opportuno quindi asportare,  servendosi del trapano con fresa piccola o di un trancetto ( più doloroso ) una fetta di unghia a circa un millimetro dal cercine. Nella prima fase  ricercare il piccolo callo nel vallo ed asportarlo a scagliette con una piccola sgorbia. Nella seconda, terza e quarta fase dopo l’asportazione dell’unghia,  sarà sufficiente medicare e fasciare.

In seguito si potrà tentare una profilassi, inserendo il cotone o garza sotto l’unghia in opportune sedute,  fino ad ottenere un ristabilimento regolare dell’unghia. Ottenuto questo consigliare il taglio dell’unghia a linea retta ( unghia quadra ) ; calzature comode di pelle morbida. Continua…

LA CURA DEI PIEDI DUE

25/01/2013

CURIAMO I  NOSTRI  PIEDI

secondo articolo

IL DERMA. Ha le stesse caratteristiche del derma della cute;  si spinge sui margini laterali dell’unghia     e alla radice dell’unghia,  avvolgendosi e formando così una piega o doccia,  sotto la quale l’unghia sembra incastrata, continuando poi,  nella pelle circostante.  La pelle della radice è ricoperta da un prolungamento dell’epidermide, chiamato  ” eponichio  “, che nei trattamenti viene abitualmente asportato.

 FISIOLOGIA  DEL  PIEDE

 La funzione del piede è di sostegno e di equilibrio del corpo, e mediante una serie ritmica ed automatica di movimenti,  il principale strumento della deambulazione e della corsa. L’aspetto esterno del piede è vario,  dipende dalla razza,  dalla costituzione,  dal sesso , dalla civiltà dell’individuo in esame. Così si potrà osservare una notevole differenza del piede di un europeo, da quello di un africano, o asiatico;  oppure di un soggetto alto di statura da uno basso;  di un uomo da una donna;  ed infine da chi abitualmente porta calzature,  da chi va scalzo.  A questo proposito è da notare che i piedi calzati,  perdono in parte,  la loro mobilità originale,  specialmente alle dita,  che assumono atteggiamenti forzosi e deformazioni,  che a lungo andare si stabilizzano. Da qui avrà inizio il più delle volte la formazione del callo.

ARCHI  DEL  PIEDE

sono in numero tre

ARCO  LUNGITUDINALE  INTERNO: è molto pronunciato; parte dal calcagno e termina sulla  epifisi distale del primo metatarso.

ARCO  LUNGITUDINALE  ESTERNO : è  meno pronunciato del precedente; parte dal calcagno e termina sull’epifisi  distale del quinto metatarso.

ARCO  METATARSALE :  è sempre sotto il piede e procede dall’interno all’esterno del piede fra il primo e il quinto metatarso ed è trasversale rispetto ai primi due. Su questi tre archi poggia tutto il peso del corpo.  La normale curvatura degli archi serve a dare elasticità ai piedi,  utile a tollerare meglio la stazione  eretta, nel susseguirsi alterno delle contrazioni dei vari gruppi muscolari. Durante la deambulazione si possono riconoscere tre periodi principali:

Ι  periodo di sostegno

ΙΙ  periodo della spinta

ΙΙΙ  periodo del movimento pendolare.

Nel primo la parte del piede più impegnata è il calcagno. Nel secondo sono la parte distale del tarso e le dita che svolgono il ruolo più importante. Il terzo indica il ritorno dell’arto flesso per riprendere la nuova posizione per proseguire il movimento.  Da ciò si potrà desumere fin d’ ora quali saranno i punti del piede normale, maggiormente  interessati da ipercheratosi. ( aumento dello spessore corneo )

LA  DISINFEZIONE

Prima di intraprendere lo studio della podologia, è necessario questo concetto basilare. La cura  dei mali principali che travagliano l’umanità sono le infezioni.  Esse sono dovute ad agenti piccolissimi,  non sempre visibili al microscopio normale,  raggruppabili con termine comprensivo, nei cosiddetti  ” GERMI  PATOGENI ” ( generatori di malattie. )

 Essi sono organismi formati da una cellula o più cellule,  capaci di vita autonoma (indipendente )  o parassitaria  ( dipendente da un altro organismo ),  oppure con entrambe le possibilità. Possono appartenere alla categoria animale o vegetale.  Con capacità di vita vegetativa  attiva e rapida moltiplicazione ( fase vulnerabile )  e di vita latente a volte resistentissima alle azioni esterne ( fase invulnerabile ).

A parte vanno considerati i cosiddetti  ” virus ” , a caratteristiche vitali molto più primitive dei precedenti,  ma spesso assai più pericolosi.  La lotta che noi conduciamo con vari mezzi,  contro questi microorganismi , ci darà quindi, il vero significato della disinfezione. Questa noi la possiamo praticare in vario modo:

MEZZI  FISICI  DIRETTI: 1)  fiamma di una lampada ad alcool o a gas.

                                                    2) sole,  raggi ultravioletti,  correnti ionizzanti.

MEZZI  FISICI  MEDIATI: 3) aria calda, acqua bollente,  vapore acqueo.

MEZZI  CHIMICI : 4) alcool 70 gradi,  tintura di iodio,  acqua ossigenata,  acqua borica ecc.

Naturalmente, tali mezzi,  vanno applicati adeguandoli ai vari casi. Così i metalli inossidabili, potranno essere trattati con tutti e quattro i metodi,  mentre il materiale da medicazione, con alcuni accorgimenti,  soltanto col metodo 2, 3, gli organismi col 3, 4 ecc.

Durante la disinfezione noi arriviamo alla sterilizzazione degli oggetti.  Questa si ottiene, eliminando completamente qualsiasi germe patogeno e saprofitario ( germi che vivono anche parassitariamente, senza causare malattie ).  Per conseguire questo scopo esistono appositi apparecchi detti ” strilizzatori “.  La successiva conservazione di questi oggetti sterili,  fino al momento dell’uso ( asepsi ) , è legata ad opportuna atrezzatura : contenitori di metallo,  involucri di carta impermeabile,  sterilizzatori stessi ecc.

Un oggetto sterile va sempre preso con un altro oggetto sterile o disinfettato il più possibile. Non si insisterà mai abbastanza su questo concetto!

I  DIFETTI  DEL  PIEDE

PIEDE VALGO : il calcagno ha tendenza a piegarsi verso l’interno deviando dalla linea perpendicolare rispetto alla pianta del piede,  specialmente nei soggetti col valgismo del ginocchio.  I talloni sbattono facilmente uno contro l’altro durante il camminare e le scarpe si consumano in modo anormale sul tacco e sulla tomaia del lato interno.  È  chiaramente un difetto acquisito in modo particolare dell’infanzia  e nell’adolescenza anche se può comparire nella vecchiaia.

I tacchi troppo alti delle calzature femminili provocano ed esaltano l’imperfezione.  Il piede valgo causa facile stanchezza e dolori muscolari che si estendono fino al polpaccio.  Particolarmente riportano verso l’asse perpendicolare del tendine.  Assai efficace la fasciatura elastica sulla caviglia particolarmente con cavigliere.

PIEDE  METATARSO  ABBASSATO: è un difetto sempre collegato con il piede abbassato o cavo.  Consiste nel cedimento dell’arco metatarsale,  si riduce o al limite si annulla e provoca un allargamento della parte mediana del piede.  Le dita perdono la forma arcuata e si appiattiscono, le falangi addirittura possono risultare più basse del metatarso.  L’avampiede si allarga a raggiera,  il fatto è assai doloroso per la comparsa di duroni e per le infiammazioni che possono insorgere  sulla testa delle ossa metatarsali.  Di particolare efficacia è l’uso dei sandali fatti appositamente per la ginnastica del piede che obbligano le dita ad un movimento molto utile per sostenere il tono muuscolare, che dovrebbe mantenere l’arcatura metatarsale;  inoltre la pianta del sandalo sostiene col suo profilo l’arco e porta il piede nella posizione corretta.  I supporti da impiegarsi in questo caso differiscono da quelli normali solo nella parte anteriore per la presenza di un rialzo a forma di goccia.

ALLUCE  VALGO : consiste nella deviazione laterale dell’alluce a causa di un ‘insuficiente muscolatura e di una errata linea di direzione del muscolo  adduttore che agisce dall’interno anziché dall’esterno. Il difetto è senz’ altro acquisito ed è per lo più derivante dalla forma delle scarpe che hanno la maggior lunghezza in corrispondenza del metatarso e poi, bruscamente si restringono a punta facendo convergere alluce e dito minimo verso l’interno della scarpa.

In casi più gravi si può giungere all’artrosi deformante con blocco dell’articolazione e forti dolori che coinvolgono tutto il piede.  Na soffrono i tendini ed i muscoli, si atrofizzano se sono sottoposti ad eccessiva fatica.  La stessa pelle del piede è schiacciata e la circolazione è ostacolata.  L’alluce valgo porta anche ad un’infiammazione con formazione di liquido molto dolorosa alla capsula sinoviale del primo metatarso che spinge il paziente a sottoporre il suo caso allo specialista. I casi più gravi vengono sottoposti a intervento chirurgico.

IL  PIEDE  PIATTO

È  una malformazione di tipo congenito ed acquisito.  Si manifesta con il totale abbassamento per tutta la pianta del piede che diventa superficie d’appoggio a cui mancano le doti di resistenza dei punti normali e sono indotti a sopportare il peso del corpo.  Il piede si allunga e si deforma, va soggetto a facili gonfiori per un ristagno della circolazione  sanguigna.  Conseguentemente si manifestano callosità in sedi svariate e deformazioni delle unghie. È un difetto talvolta congenito,  correggibile in tenera età con l’applicazione di appositi plantari e nei casi più gravi con operazione chirurgica.  Può essere anche,  ma difficilmente,  un difetto acquisito e la sua correzione si opera con supporti rigidi, scelti a seconda delle caratteristiche e delle dimennsioni del piede.  Le categorie che ne vanno più frequentemente colpite sono quelle obligate a stare per gran parte del dì  in piedi,  assumendo posizioni impegnative : camerieri, barbieri, commessi ecc.

DITA  A  MARTELLO:  si manifestano con un incurvamento notevole delle falangi delle dita che vengono sollecitate in modo eccessivo dalla pressione della scarpa. Sono generalmente conseguenza della differenza di tono muscolare tra gli estensori ed i muscoli flessori delle dita con vantaggio di questi ultimi ( cosiddetta reazione posturale accentuata ). Tale difetto si accompagna frequentemente al piede cavo ed al piede abbassato.  Per correggerlo si trattengono le dita a martello con cuscinetti appositamente studiati che sono in commercio.

LE  DITA   ( spesso presentano malformazioni di carattere congenito ).

Tali deformazioni possono differenziarsi nel volume ( diametro ) , nella lunghezza o per la loro brevità. È facile riscontrare un dito qualunque,  che  non sia l’alluce,  con due sole falangi o con una sola in un piede del tutto normale.   Deformazioni di eccesso sono frequenti all’osservazione;  ovvero piedi all’apparenza normali ma con più di cinque dita. Facile è riscontrare piedi con quattro dita soltanto,  così come spesso si offrono alla visione più  dita prive di spazio interdigitale,  ovvero staccate solo all’altezza  dell’unghia e marcate come normali dita avvicinate tra loro.  Continua…

ELENA  LASAGNA

LA CURA DEI PIEDI

21/01/2013

CURIAMO  I  NOSTRI  PIEDI

Perché vi chiederete questo argomento? In passato ho fatto un corso di Podologia; così per curiosità, volevo sapere tutto sulle cure dei nostri piedi. Anche perché i piedi sono i nostri angeli custodi: se sappiamo curare i piedi, con loro curiamo l’intero organismo. Molte persone sanno di quest’altra mia passione, chi mi conosce mi fa sempre un sacco di domande sull’argomento. Io rispondo che prima di dare le mie risposte vorrei impostare bene questo vasto argomento. Mi ricordo ancora perfettamente tutto quello che mi hanno insegnato, nel frattempo vorrei anche rispondere ad una domanda urgente che mi ha fatto Lina.

Prima di tutto vorrei precisare che cos’è la PODOLOGIA.

La podologia si può suddividere nelle seguenti branche di studio:

ANATOMIA DEL PIEDE: scheletro, articolazioni; muscoli, cute.

FISIOLOGIA DEL PIEDE: studia la funzione.

PATOLOGIA DEL PIEDE : Studia le malattie del piede e quelle  inerenti all’attività della pedicure.

Ora rispondo a Lina che mi chiede che cos’è la verruca plantare.

Carissima Lina, la verruca plantare della quale sei affetta è una affezione profonda del piede, nel suo derma, in genere plantare, ricoperta di tessuti cornei simile alle molte altre, presenti in alcuni organismi. Raramente la si riscontra solitaria: aumenta il suo volume e degenera in piccole cellule secondarie. Le stesse cellule che la compongono vengono irrigate da masse vascolonervose. Per quanto tali affezioni appaiono multiple, generalmente sono uniche e prolificano raggruppate in numero a volte esagerato intorno alla verruca madre. La verruca sottopone il piede ad un dolore particolarmente acuto e insopportabile, tanto da rendere necessario ed urgente un trattamento radicale. La sua forma è quella di un piccolo tumore della cute, emisferico, a volte sporgente: rugoso, liscio, di colore bruno o rosso. L’origine della verruca non è ancora ben chiara: parassitaria sembra la causa accertata e si distingue un tipo giovanile e senile. La si distingue per lo più con trattamenti basati su agenti fisici, poiché la resezione espone quasi sempre a recidive. Il trattamento più  efficace è quasi sempre basato sul principio della coagulazione diatermica che non sottopone l’individuo affetto di tale anomalia a periodi di riposo forzato.

Ottenuto nel coagulo (questo trattamento viene effettuato generalmente da un chirurgo), l’alveolo viene raschiato. Generalmente una verruca ben coagulata( questa è più larga in profondità che in superficie ) viene trattata poi con una buona resenzione dei bordi, per ottenere risultanze di chiaro effetto. Il chirurgo pratica prima del trattamento di coagulo  una anestesia sulla parte ed ha cura di non inserire l’ago nel tessuto parassitario per non contagiare le regioni circostanti. La verruca presenta complicazioni simili ad ogni affezione plantare suppurata; pomate a base di ossido di zinco e il costante livellamento dei bordi della stessa concorrono all’eliminazione di questa dolorosa affezione. Continua…

Elena  Lasagna

Se vogliamo imparare a riconoscere le malattie del piede, dovremo conoscere queste tre branche in cui si suddivide la PODOLOGIA. Farò un riassunto delle cose essenziali e cioè : dello scheletro del piede, le articolazioni, e la fisiologia del piede.

SCHELETRO  DEL  PIEDE.

La struttura ossea del piede si suddivide in tre parti principali:

TARSO: è formato da sette ossa corte che, procedendo da dietro in avanti, sono: astragalo, calcagno, cuboide, scafoide, 1 cuneiforme, 2 cuneiforme, 3 cuneiforme.

Queste ossa, cosiddette ossa brevi o corte per la loro forma tozza, sono costituite da tessuto spugnoso trabeccolato con una sottile corteccia di osso compatto. Esse,  unite, formano le articolazioni tarsali ed a monte si articolano sulla tibia, ed a valle con le ossa metatarsali.

Il complesso delle ossa tarsali, funge da sostenitore del carico del peso corporeo.

METATARSO :  è formato da cinque ossa lunghe tubolari, nelle quali si può riconoscere la parte centrale ( diafisi ) costituita da osso compatto e la parte articolare ( epifisi ) costituito da tessuto spugnoso. Esse per la conformazione si rassomigliano e pertanto vengono numerate secondo i numeri romani ( metatarsale Ι – ΙΙ – ΙΙΙ  ecc.).

Le ossa metatarsali articolandosi col tarso sono disposte a raggera. Si articolano all’estremità con le ossa falangee delle dita. Svolgono la funzione di molleggio e di bilanciamento, intervento a mantenere l’equilibrio del corpo nella stazione eretta e nella deambulazione.

OSSA  FALANGEE: Sono in numero di tre per ciascun dito, tranne l’alluce che ne ha due. Sono tutte ossa lunghe, cioè del tipo delle ossa metatarsali, di cui hanno le medesime caratteristiche.

OSSA SESAMOIDI : di particolare importanza per la pedicure sono le ossa sesamoidi. Queste sono piccole ossa fisse  e soprannumerarie di forma lenticolare a sede fissa articolare o tendinea. Nel piede noi le riscontriamo soprattutto nella regione distale del primo e del quinto metatarso sulla faccia plantare oppure in corrispondenza delle articolazioni falangee: prima e seconda.

ARTICOLAZIONI:  come abbiamo già detto,  le varie ossa sopra descritte,  sono tenute insieme a contatto da superfici articolari,  dando luogo alle articolazioni. L’unione tra una superficie articolare e l’altra viene mantenuta da speciali formazioni anatomiche di tessuto fibroso resistentissimo,  che  forma,  intorno ad ogni articolazione,  la cosiddetta ” capsula articolare “. L’interno di questa capsula è tappezzato da un sottile strato  di tessuto secernente il liquido articolare  (sinoviale ),  che si chiama  ” Sinovia “.

A seconda del tipo di articolazione,  abbiamo diversi movimenti,  ad esempio:  le articolazioni tarsali tra le ossa del tarso sono molto modeste,  mentre i movimenti del tarso sulla tibia e del metatarso sulle falangi sono notevolmente ampie. Tale movimento si esplica in senso flessorio ed estensorio e modesto movimento di adduzione ed abduzione.  L’articolazione tibio-tarsica in collaborazione con le articolazioni tarsali,  consente un discreto movimento rotatorio del piede sulla gamba.

LEGAMENTI ED  APONEUROSI : Attorno alla capsula articolare  a maggior rinforzo di essa,  si trovano i legamenti,  la cui funzione è appunto di costituire una fasciatura di rincalzo per mantenere le varie parti articolari nella sede corretta.  Hanno inoltre anche il compito di sostegno dei tendini muscolari e di guidarli nella trasmissione degli impulsi contrattili. L’aponeurosi è una fascia fibrosa situata sotto le articolazioni sulla pianta del piede fino alle dita. Essa difende le parti del piede dagli insulti esterni e collabora a mantenere insieme le varie parti di esso.

MUSCOLI  DEL  PIEDE : Essi sono organi contrattili preposti ai movimenti del piede.  Sono costituiti da una parte centrale ingrossata ( ventre muscolare ) o muscolo propriamente detto e da una parte terminale di tessuto fibroso  ( tendine ) fissato all’osso. Non starò ad elencare tutti i muscoli del piede, soltanto a titolo informativo dirò che i muscoli plantari sono disposti in tre strati: superficiale,  medio,  e profondo  tutti ricoperti dalla aponeurosi plantare di cui ho parlato prima.

CUTE :  come tutte le parti del corpo,  anche il piede è avvolto dalla pelle o meglio,  cute. Essa è costituita da vari strati che,  a seconda delle caratteristiche assumono nomi differenti. Questi si possono distinguere :

EPIDERMIDE

DERMA

SOTTOCUTANEO

EPIDERMIDE : è costituita da cinque strati: procedendo dell’esterno all’interno, sono : Ι strato corneo, ΙΙ strato lucido, ΙΙΙ strato granuloso, ΙV strato mucoso o di Malpighi, V strato basale.

Tali strati sono in continua evoluzione in maniera che partendo dallo strato basale che è quello che li genera tutti,  si ha un graduale passaggio dall’uno all’altro in rapporto all’invecchiamento cellulare e all’usura.  Di questi,  lo strato corneo è molto importante in quanto isola e protegge perfettamente il corpo dagli agenti estranei.  La rottura della sua continuità espone l’organismo all’azione dei germi patogeni, molto numerosi in qualsiasi ambiente.  Il corneo resiste molto bene anche agli agenti fisici e chimici : sole, caldo, freddo, acidi, alcali, sempre però che siano in quantità moderata.  Gli strati sottostanti sono quelli che reagendo allo stimolo esterno, producono in maggior o minor quantità,  a seconda del bisogno,  lo strato corneo. Sono essi quindi chiamati in causa nel momento in cui,  a seguito di un trauma ripetuto, si produce il callo.

DERMA:  al di sotto dello strato basale dell’epidermide vi è il derma, che si spinge in piccoli rilievi nello strato soprastante formando le papille dermiche,  riccamente vascolarizzate,  onde agevolare la nutrizione dell’epidermide.  Esso è costituito da tessuto connettivo elastico e da una ricca arborizzazione di capillari venosi ed arteriosi e linfatici.

SOTTOCUTANEO : è uno strato connettivale fibroso-elastico,  molto ricco di tessuto adiposo  ( grasso ) specialmente abbondante nella regione plantare del piede.  In questo strato si trovano le porzioni secernenti delle ghiandole sudoripare molto numerose nella pianta del piede, dove mancano completamente le ghiandole sebacee.  Questi due tipi di ghiandole insieme coi peli sono raggruppati nel termine unico di ” ANNESSI  CUTANEI “.

UNGHIE : è uno degli annessi cutanei più frequentemente in causa nell’attività della pedicure.  È una produzione dell’epidermide,  situata alle estremità delle dita sopra l” ultima falange “.  Si può distinguere in essa una parte iniziale ( radice ) , una parte centrale ( corpo ),  una parte terminale o libera.  Vi sono inoltre due sezioni : l’unghia propriamente detta e l’organo riproduttore  o  letto ungueale,  che è il derma sul quale essa si adagia.

UNGHIA  PROPRIAMENTE  DETTA: costituita da vari strati di cellule,  che ricordano quelli dell’epidermide  ( manca soltanto lo strato granuloso ),  con uno strato corneo particolare completamente cheratinizzato, trasparente e molto spesso.   Continua nel prossimo articolo…